«Precari d’Italia, lavorare non basta più per costruirsi un futuro»: Mattia Ciappi racconta il disagio dei giovani
POGGIBONSI - Le manifestazioni e gli scontri dell’ultimo fine settimana, unite alle proteste in corso al Sud Italia, stanno riportando l’attenzione su molti temi di primaria importanza. Al centro del dibattito, i più giovani, quelle generazioni che più di altre stanno pagando il prezzo di un mondo sempre più difficile e caotico. Ne abbiamo parlato con il consigliere comunale di Poggibonsi e Responsabile delle Politiche Europee all’interno della segreteria nazionale dei Giovani Democratici, Mattia Ciappi. Queste le sue considerazioni
«Consigliere Ciappi, si parla sempre più spesso di disagio giovanile. Come interpreta questo malessere?»
«Viene chiesto di studiare, specializzarsi, fare esperienza, essere competitivi. Poi però molti si ritrovano con stipendi bassi, contratti di pochi mesi e prospettive piuttosto incerte: è la generazione dei "Precari d'Italia". E non parlo soltanto dei giovani, perché questa condizione riguarda ormai persone di tutte le età. Abbiamo finito per considerare normale lavorare senza riuscire a costruirsi una vita autonoma. Ecco, il disagio nasce anche da qui: dalla sensazione che l'impegno e i sacrifici non siano più sufficienti per garantirsi un futuro.»
«I salari italiani sono sostanzialmente fermi da decenni. Perché il lavoro è pagato così poco?»
«Per troppo tempo abbiamo pensato di poter competere tenendo basso il costo del lavoro, anziché investendo su produttività, innovazione e competenze. Oggi ne paghiamo le conseguenze. Il costo della vita è aumentato, mentre il potere d'acquisto dei lavoratori fatica a recuperare. Credo ci sia anche un tema di redistribuzione della ricchezza.
Se l'economia cresce, dobbiamo chiederci quanto di quella crescita finisca concretamente nelle tasche di chi lavora. Non possiamo discutere soltanto di quanto si produce, ma anche di come viene distribuito il valore prodotto. Il salario minimo e il rafforzamento della contrattazione collettiva sarebbero due strumenti importanti. Non basta dire che aumenta l'occupazione. Dovremmo chiederci anche quanto guadagnano le persone e se con quello stipendio riescono a vivere dignitosamente.»
«Contratti a termine, lavori instabili, tirocini. Il precariato è diventato la normalità?»
«Per troppe persone sì. Bisogna rendere più conveniente assumere stabilmente. Perché un mercato del lavoro fondato sull'incertezza continua non conviene neppure alle imprese che vogliono investire sulle competenze.»
«Tanti giovani scelgono di andare all'estero. È soltanto una questione economica?»
«Non soltanto. Certamente gli stipendi contano, ma spesso all'estero si trovano anche maggiori possibilità di crescita professionale e un migliore riconoscimento delle competenze.
In Italia abbiamo tanti giovani qualificati che faticano a trovare opportunità all'altezza della propria formazione. E questo pesa soprattutto sui territori più piccoli, che rischiano di perdere competenze e professionalità importanti. Non penso che partire sia un problema. Anzi, fare esperienze internazionali è una grande opportunità. Il problema è quando si parte perché non si vedono alternative. Dovremmo investire maggiormente nel lavoro qualificato, nell'innovazione e nel collegamento tra università e imprese, anche fuori dalle grandi città.»
«A tutto questo si aggiunge il problema della casa. Quanto pesa oggi il diritto all'abitare?»
«Moltissimo. Con uno stipendio di 1.200 o 1.300 euro al mese, come si può sostenere un affitto, pagare le spese quotidiane e magari mettere qualcosa da parte?
Secondo Eurostat, in Italia si lascia mediamente la casa dei genitori a 30,2 anni. Non credo sia semplicemente una questione culturale: molti giovani non possono economicamente
permettersi di andare a vivere da soli. E non è un problema che riguarda soltanto Milano o Firenze. Anche in territori come la Valdelsa trovare un'abitazione a prezzi sostenibili può essere complicato. A Poggibonsi il Comune interviene già con strumenti importanti, come il Fondo affitti, ma gli enti locali non possono affrontare da soli una questione di queste dimensioni. Lo Stato dovrebbe pensare al recupero degli immobili inutilizzati, agli investimenti nell'edilizia residenziale pubblica e sociale e agli incentivi per gli affitti a canone concordato.»
«Negli ultimi giorni abbiamo assistito a proteste e violenti disordini. Come giudica quanto accaduto? C'è un collegamento con il disagio sociale?»
La violenza va condannata senza ambiguità. Aggredire persone o devastare una città non è una forma accettabile di protesta. Ma ridurre tutto a un problema di ordine pubblico significa non guardare la realtà. C'è un'emergenza sociale enorme, che nasce da un Paese in cui sempre più persone faticano ad arrivare a fine mese, i salari sono bassi, il costo della vita - dalla casa ai beni essenziali - continua a crescere e le prospettive per i giovani sono sempre più incerte. In questo contesto, il disagio e la rabbia sociale non possono essere ignorati. Non tutti i disordini nascono dalle stesse motivazioni, ma alla base c'è una frustrazione diffusa, che riguarda il lavoro, la precarietà, il diritto alla casa e la mancanza di opportunità.
La politica ha il compito di ascoltare e dare risposte concrete a questo disagio, non solo di intervenire dopo che esplode nelle piazze.
«Quali risposte dovrebbe dare la politica? E quale messaggio vorrebbe mandare ai giovani?»
«Penso che il primo passo sia cambiare il modo in cui valutiamo le politiche del lavoro.
Non possiamo limitarci a contare quanti posti di lavoro vengono creati. Dobbiamo guardare alla qualità dell'occupazione, alla stabilità dei contratti e alla possibilità concreta per le persone di rendersi autonome. Ci sono proposte precise, dal salario minimo alle maggiori tutele contro la precarietà, fino alle politiche abitative. Sono temi sui quali anche i Giovani Democratici, sotto la guida della segretaria nazionale Virginia Libero, stanno lavorando con determinazione. Ma c'è soprattutto una questione di priorità politica: non possiamo continuare a considerare la precarietà un problema individuale che ciascuno deve risolversi da solo. Chi lavora dovrebbe potersi mantenere, trovare una casa e fare progetti senza vivere continuamente nell'incertezza. Non mi sembra una richiesta particolarmente rivoluzionaria...»

