Cuba, 66 anni di embargo: dalla rivoluzione di Castro a un blocco che ha segnato la storia
Il 19 ottobre 1960 iniziava una delle vicende più controverse della politica internazionale del Novecento: gli Stati Uniti avviavano le restrizioni commerciali contro Cuba, aprendo una lunga stagione di contrapposizione economica e diplomatica destinata a segnare profondamente la storia dell’isola e i rapporti tra Washington e L'Avana. Una politica che, nel corso dei decenni, si sarebbe progressivamente irrigidita, trasformandosi in uno degli strumenti di pressione economica più duraturi della storia contemporanea.
La vicinanza geografica tra Stati Uniti e Cuba aveva favorito, per lungo tempo, intensi scambi commerciali e una stretta interdipendenza economica. Eppure, dietro questa relazione si celava un rapporto di forza profondamente squilibrato. Dopo la guerra ispano-americana del 1898, l'influenza statunitense sull'isola si era consolidata, alimentando tensioni e contraddizioni. Washington considerava Cuba un'area strategica per i propri interessi economici, mentre una parte crescente della popolazione cubana guardava con insofferenza a una situazione percepita come una forma di dipendenza dall'ingombrante vicino settentrionale.
A fare da detonatore fu la dittatura di Fulgencio Batista, caratterizzata da autoritarismo, repressione e corruzione. Il malcontento sociale e politico contribuì ad alimentare la ribellione che trovò in Fidel Castro e nel suo Movimento del 26 luglio i principali protagonisti. La rivoluzione cubana trionfò nel gennaio del 1959, rovesciando Batista e aprendo una nuova fase nella storia dell'isola.
In un primo momento, Washington non si oppose immediatamente al nuovo governo. Gli Stati Uniti riconobbero il potere rivoluzionario e Castro fu invitato a visitare New York. L'apertura, tuttavia, si rivelò breve. Le relazioni bilaterali entrarono rapidamente in crisi, soprattutto quando le scelte economiche del nuovo governo cominciarono a incidere sugli interessi delle aziende statunitensi presenti a Cuba.
Nel maggio del 1959, L'Avana promulgò la prima legge di riforma agraria, dando avvio a un processo di espropriazione delle grandi proprietà terriere, comprese quelle destinate alla coltivazione della canna da zucchero e del tabacco. Molte di queste terre appartenevano a società statunitensi, che per decenni avevano esercitato un peso rilevante nell'economia cubana.
La questione, tuttavia, non riguardava soltanto gli indennizzi. Il governo cubano prevedeva di compensare gli espropri attraverso obbligazioni a vent'anni, con un interesse annuo del 4,5%, ma Washington guardava con crescente preoccupazione soprattutto alla direzione politica imboccata dalla rivoluzione. La progressiva radicalizzazione del nuovo governo e il rafforzamento dei rapporti con l'Unione Sovietica, nel pieno della Guerra fredda, trasformarono una controversia economica in uno scontro strategico.
La prima risposta statunitense fu la riduzione degli acquisti di zucchero cubano, una misura concepita per colpire la principale fonte di entrate dell'isola. L'efficacia della pressione, però, risultò limitata quando Mosca cominciò ad assorbire le quantità di zucchero che gli Stati Uniti non acquistavano più. Il tentativo di isolare economicamente Cuba contribuì così ad accelerare il suo avvicinamento all'Unione Sovietica, rafforzando proprio quei legami che Washington intendeva contrastare.
Il 19 ottobre 1960, durante la presidenza di Dwight D. Eisenhower, furono introdotte ampie restrizioni commerciali contro Cuba, considerate una tappa fondamentale nella costruzione dell'embargo statunitense. Il provvedimento si inseriva in una strategia di pressione destinata a estendersi negli anni successivi, attraverso nuove limitazioni finanziarie e commerciali e un progressivo ampliamento della portata delle sanzioni.
Nel frattempo, la comunità cubana emigrata in Florida, in larga parte ostile a Castro, acquisì un peso crescente nella politica interna statunitense. La questione cubana divenne anche un tema elettorale: mostrarsi inflessibili nei confronti del governo rivoluzionario rappresentava, per diversi presidenti, un modo per conquistare o consolidare il consenso di una

