Romano Francardelli, la "voce" di San Gimignano: 65 anni di giornalismo tra rivolte in carcere, Blair e la Regina d'Olanda
SAN GIMIGNANO — Sessantacinque anni dopo quel primo pezzo da Certaldo, Romano Francardelli, Cavaliere al Merito della Repubblica, è ancora lì, con la sua macchina — come dice lui — "lucida", pronta a raccontare San Gimignano. Un motore che, tra un ricordo e l'altro, continua a girare. C'è chi lo chiama "istituzione", chi semplicemente "Romano". Per tutti a San Gimignano, però, è la voce del giornale La Nazione: da oltre sessant'anni firma cronache, interviste e racconti da questo angolo di Toscana che è passato dalle rivolte in carcere ai campi da tennis con Tony Blair, dall'essere comparsa nei kolossal hollywoodiani degli anni Quaranta al tè con lo Scià di Persia. Romano Francardelli compirà 91 anni il 12 settembre, e continua a scrivere. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare una carriera che si intreccia, pagina dopo pagina, con la storia stessa della sua città.
Quando ha cominciato a fare il giornalista?
La mia attività è cominciata nel 1961 con Il Mattino di Firenze, un giornale che aveva cronache un po' dappertutto, in tutta la Toscana — poi purtroppo ha chiuso, aveva la redazione in via delle Rote a Firenze. Qui a San Gimignano c'era un corrispondente de Il Mattino, un dipendente del Comune, che non se la sentiva più di continuare. Mi disse: "Romano, vai avanti tu, lo prendi tu?" È cominciato così. Non è stato un caso: avevo conosciuto i direttori, Leonardo Pinzauti e il grande giornalista Nerio Giorgetti, a cui oggi è dedicata la tribuna stampa dello stadio Franchi di Firenze. Poi nel '67 sono passato a La Nazione di Firenze. Mi ricordo ancora il primo articolo che scrissi per la Nazione, da Certaldo — proprio nei giorni in cui sulla Rai facevano una trasmissione... non ricordo bene se fosse Campanile Sera.
In che modo è arrivato a La Nazione?
Bisogna fare un passo indietro. All'epoca avevo già un lavoro, ero tecnico dell'Enel con sede a Firenze — ci lavoravo dal 1955, prima a Siena e poi, dopo l'alluvione, chiesi io il trasferimento a Firenze. Facevo così due vite: di giorno il tecnico, la sera andavo in redazione da Giordano Goggioli, il grande capo dello Sport. Con me c'erano Paloscia, Masieri, Picchi, Carlino Mantovani: me li ricordo tutti. Ho cominciato così, alla Nazione. Ma collaboravo anche con Il Tempo e mi sono iscritto all'Ordine dei giornalisti a Roma, nel '68, quando direttore era Gianni Letta.
Poi Guido Parigi Bini, che era il responsabile della redazione di Siena della Nazione, mi disse: "Romano, per piacere, ci puoi dare una mano anche da San Gimignano?" Risposi volentieri. È cominciato così.
E da allora è diventato, come dicono in tanti, un'istituzione a San Gimignano...
Non lo posso dire io di me stesso [ride]. Dicono che sono la voce della Nazione a San Gimignano. Diciamo: giornalista, sì, ma anche un ruolo sociale.
Un ruolo sociale che l'ha portata anche a vivere momenti drammatici. È vero che è stato sequestrato in carcere?
Esatto, sì. Nel '75. Il primo episodio è del 9 e 10 agosto 1975, quando ci fu la rivolta di due detenuti nel carcere di San Gimignano che era in via Santo Stefano. Uno dei due aveva ucciso: si chiamava Renato MistronI, l'altro, un mantovano Severino Turrini, armati di pistole avute smontate all'interno del pane in quanto prima non c'erano i metal detector. Fu una giornata triste per San Gimignano: i due avevano preso in ostaggio 8 agenti di custodia, 2 magistrati e un medico del carcere oltre a 5 giornalisti, e volevano uscire dal carcere. Ci fu una trattativa, con noi giornalisti a fare da tramite fra i detenuti e chi era fuori. Quel giorno il paese era blindato — polizia, carabinieri, esercito. Noi giornalisti non lo sapevamo, ma c'erano due cecchini con l'ordine di sparare nel momento in cui i due detenuti fossero usciti insieme.
Lei era lì, nel cortile del carcere...
Sì, con me c'erano Riccardo Berti e Maurizio Boldrini, e due colleghi della Rai di Firenze — eravamo in cinque in tutto. Durante il colloquio fra i detenuti e noi giornalisti, uno degli agenti di custodia mi riconobbe: mi disse "ma tu non sei il corrispondente di San Gimignano?". E mi disse di rimanere giù nel cortile a controllare l'arrivo delle macchine, perché i due detenuti volevano scappare travestiti, con una tuta mimetica. Nel primo pomeriggio di quella domenica uscirono insieme, come previsto: uno rimase colpito su al piano di sopra, colpito dal maresciallo dei carabinieri Matteo Sassano che aveva 27 anni, l'altro — quello ancora vivo oggi — se la cavò. Ricordo che una pallottola mi sfiorò, la sentii passare sopra la testa. Uno dei due, spaventato, mi disse: "Se avete fatto qualcosa al mio compagno, vi ammazzo tutti." Poi finì tutto. Ho avuto davvero gran una paura... sono stato due giorni a tartagliare."
E il secondo episodio?
La settimana dopo, un detenuto di Firenze chiese di parlare con un giornalista per farsi trasferire — ma venne un collega dell'Unità. Un'altra volta invece fui coinvolto insieme a un'assistente sociale, per un caso meno violento: un detenuto che voleva solo più spazio.
Nonostante questi episodi, lei ha continuato a occuparsi di carcere anche come volontario...
Sì, sono stato per anni volontario in carcere. Ricordo che dopo la rivolta del '66 c'era un direttore che... insomma, mi voleva coinvolgere, e non da giornalista. Sono stato portatore di notizie come la fuga di Gianni Guido il pariolino del Circeo. Poi finalmente nel '91 il carcere di San Gimignano — che era nel centro storico, ormai troppo piccolo — fu chiuso per essere trasferito nella sede attuale di Ranza.
Torniamo al giornalismo. Che ricordi ha delle grandi interviste e dei grandi personaggi incontrati in carriera?
Collaboravo con il Carlino di Bologna per raccontare il dopo-partita della Fiorentina, a Firenze, e lì ho conosciuto tutti i grandi protagonisti del calcio di quel tempo — Maradona, per esempio. Una volta portai anche mio figlio, quando Capello allenava il Milan. Poi ho collaborato con il Corriere Mercantile di Genova per lo sport. Sono rimasto sempre legato alla Nazione: è stata una bella esperienza, e spero di continuare almeno fino a fare i 60 anni di collaborazione con il giornale. Quando si arriva a una certa età, bisogna aspettarsi di tutto, ma intanto vado avanti.
Fra i personaggi incontrati c'è anche un futuro primo ministro britannico, giusto?
Sì, Tony Blair. Lo conobbi prima come segretario dei laburisti, insieme a Pino Di Blasio, che era redattore alla Nazione Siena: gli facemmo un'intervista, che Blair rilasciò in inglese. All'epoca andava a trovare un amico che aveva una villa in campagna qui vicino. Poi, da primo ministro, tornava in vacanza a Cusona, ospite di Girolamo Strozzi. Mi ricordo ancora quando venne a giocare a tennis, in doppio con il nostro primo ministro Giuliamo Amato.
E poi c'è stata la Regina d'Olanda...
Sì, l'ho conosciuta quando scrivevo per Il Mattino, questo lo ricordo bene. E anche lo Scià di Persia venne all'Albergo La Cisterna a prendere un tè. Faceva anche il pittore, come hobby. Ma ho conosciuto anche un giovanissimo Carlo che poi è diventato re d'Inghilterra.
San Gimignano è stata anche set cinematografico più volte. Che ricordi ha?
Franco Zeffirelli è venuto a girare qui diverse volte, per esempio per Fratello sole, sorella luna o Un tè con Mussolini. Ma il mio ricordo più curioso è di molto prima: subito dopo la guerra sono stato comparsa in un film, Il principe delle volpi, girato a San Gimignano dal regista Henry King, con Tyrone Power, Linda Christian e Orson Welles — una rievocazione storica ambientata nel Medioevo. Ci pagavano con am-lire ( valuta d'occupazione militare emessa dagli Alleati in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale ndr). Ricordo anche La ragazza del Palio, con Vittorio Gassman, e ancora prima Giovanni dalle Bande Nere, girato però quindici giorni dopo la fine della guerra.

Un curriculum lunghissimo, il suo. Può fare un riepilogo di tutte le testate con cui ha collaborato?
Come le dicevo, ho cominciato con Il Mattino, poi Avvenire — che si stampava a Bologna, poi La Nazione, il Resto del Carlino, Il Tempo di Roma, il Corriere Mercantile e la Gazzetta del Lunedì di Genova. E ancora il periodico sportivo dell'Us Poggibonsi, I' Tondo, di cui sono direttore responsabile. Inoltre, essendo cattolico e iscritto alla Misericordia di San Gimignano, sono direttore responsabile del periodico della Misericordia di Poggibonsi, "Solidarietà". Questa è la mia carriera da giornalista. La mia professione vera, però, per quarant'anni è stata un'altra: sono entrato all'Enel — allora Valdarno, perché c'era anche mio babbo — il primo gennaio del 1955, e ci sono rimasto fino al 1995. Il giornalismo è stata la mia seconda vita, cominciata dal nulla: non sono né uno scrittore né un poeta. E continuo a farlo fino a quando le forze mi sostengono.

