30 Luglio 2026

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Stefano Paco Pacini: «Nel 2001 al G8 sognavamo un mondo più giusto

Stefano Paco Pacini: «Nel 2001 al G8 sognavamo un mondo più giusto

di Simona Pacini

25 anni fa, in questi giorni, c'eri anche tu a Genova? 

Sì, avevo deciso da tempo di andarci sia per partecipare, sia per fotografare. Ebbi poi un problema perché qualche giorno prima durante una festa internazionalista a cui partecipavano anche i miei figli adolescenti questi mi chiesero in maniera pressante di venire con me. Non so perché gli dissi sì, non so davvero cosa mi passasse per la testa, la loro madre era assolutamente contraria, forse fu per quello che dissi sì, e vennero con me in pullman

Ricordi l'aria che si respirava nei mesi precedenti in Italia e in gran parte del mondo?

Un gran fermento, ottimismo, voglia di mettersi in gioco e partecipare, fiducia nei nuovi mezzi mediatici e soprattutto nella mobilitazione globale. Dopo anni di silenzio, sfiducia, fatalismo, veramente una boccata di ossigeno incredibile con la mobilitazione di Seattle del 1999 che aveva acceso la miccia sul tema globalizzazione e fatto il giro del mondo

 Che cosa ti spinse a partecipare alla manifestazione No Global? 

I temi che agitava e che venivano discussi ovunque. L’agire localmente pensando globalmente. Un mondo diverso, più equo, non schiavo dei mercati finanziari e dell’ultra liberismo economico spinto alle estreme conseguenze. Un ecologismo che vedeva lontano nel futuro molto prossimo della Terra. Molti pensavano fosse puro catastrofismo, quando invece le peggiori previsioni di quegli anni si sono dimostrate talmente ottimiste da apparire oggi persino ingenue

Puoi raccontare come andò? 

La faccio breve: avevano deciso per la prova di forza bruta,di schiacciare un movimento che prendeva troppo campo. Dettero in pratica carta bianca alla polizia per reprimere in tutti i modi persino le manifestazioni già autorizzate e concordate. Un massacro preventivato e agito sulla paura dei manifestanti demonizzati in ogni modo. I giornali giunsero a scrivere che avrebbero lanciato palloncini ripieni di sangue infetto... Volevano far capire chi comandava e che non era nemmeno pensabile mettere il potere in discussione. Altro che un mondo diverso è possibile! “Una macelleria messicana” la definì un alto funzionario di polizia. Un bagno di sangue, infatti.

Hai subito violenze o hai assistito a scene violente contro i manifestanti?

No, siamo scampati io e i miei figli, un po’ per istinto, un po’ per fortuna, unendoci al momento giusto a duemila greci che, non so ancora come, svoltarono per una via laterale e ci portarono fino al comizio finale dove arrivò solo una piccola parte dell’immenso corteo. Dietro chiusero tutte le vie di fuga, persino dal mare, e fu poi una tonnara. Picchiavano tutti come fabbri, tutti, persino la Guardia di Finanza, credo mancasse solo la Forestale. Ho visto il giorno dopo gli effetti su diversi amici e conoscenti, dai 18 ai 78 anni, comunisti, cattolici, boyscout, suore laiche, ragazzini alla prima manifestazione, tutto fece brodo, bastava trovarsi lì, avere la maglietta o l’aspetto da manifestante. Del resto alla Scuola Diaz e al carcere di Bolzaneto andò persino peggio, con torture, umiliazioni, minacce e ameni coretti di “1,2,3 evviva Pinochet 4,5,6 morte agli ebrei”, oppure “1 a 0 per noi!“ riferito alla morte di Carlo Giuliani.

Tu sei (anche) fotografo. Qual è l'immagine più forte che ti è rimasta impressa negli occhi ma non nella macchina fotografica? 

La paura negli occhi dei miei figli, che erano venuti, non dico pensando a una scampagnata, ma quasi. Era la paura di chi aveva capito che si metteva non male, ma malissimo e si affidavano a me come fossi un giubbotto di salvataggio nel mare in tempesta mentre fotografavo e pregavo la madonnina dell’anarchia di farci tornare interi a casa.

Sono passati 25 anni e non tutti amano ricordare i fatti di Genova. Che cosa hanno lasciato quei giorni a livello sociale?

Tanti non ne parlano proprio, per vergogna, paura, sensi di colpa, e anche perché fu una una disfatta epocale. Dopo il G8 di Genova e l’11 settembre fu chiaro che le speranze e l’ottimismo persino ingenuo (come il mio) che i tempi fossero maturi per un cambiamento pacifico, non avevano futuro. Il Social Forum europeo di Firenze del novembre 2002 fu il canto del cigno del movimento insieme alle mobilitazioni contro la guerra in Iraq del 2003. Parafrasando Salvador Allende, serve a poco avere la ragione se non hai la forza. Indicammo con chiarezza i mali del neoliberismo sfrenato, delle diseguaglianze elevate a castigo divino e senso di colpa, prevedemmo crisi climatiche sempre più devastanti che avrebbero accentuato queste diseguaglianze e favorito migrazioni disperate usate poi per fomentare paura e guerre tra poveri. In cambio, invece di un altro mondo possibile, avemmo come risposta statale un massacro fisico, politico, sociale, epocale. Questa per me è la lezione vera che ha lasciato Genova nel 2001: serve a poco aver ragione se non hai la forza.

Secondo Amnesty International durante il G8 di Genova si è verificata "la più grande violazione dei diritti umani in un Paese democratico dal dopoguerra". 
Oggi l'Italia ha un governo di destra e sembra diventare sempre più difficile esprimere anche solo il diritto di partecipare alle manifestazioni e ai grandi raduni. In questi giorni poi, addirittura la politica chiede la grazia per un pluriomicida mentre un cittadino di origine straniera è morto durante una manovra di contenzione da parte della polizia. Esiste un filo rosso, secondo te, dal 2001 a Genova che arriva fino a oggi?

Colpire nel mucchio, non fare distinguo, terrorizzare chi prova ad alzare la testa. Impaurire e indicare un nemico. Tattica vecchia come il mondo, ma funziona. Da sempre. Lo stato ha poi il monopolio della violenza e lo esercita: fingerà inchieste, darà qualche condanna leggera a qualche insignificante manovale, poi con gli anni manderà prescritti, annullerà sentenze, promuoverà alcuni suoi criminali a dirigenti, consentirà ad altri di fare carriera, farà girare i prefetti, i questori e i ministri. Tutto ciò per Genova è puntualmente avvenuto. Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, chi è morto è morto. Contro informazione, contro inchieste, contro denunce. Giornalisti rimasti devastati e invalidi han provato a reagire, qualche regista coraggioso ha provato a mostrare, poi una marea di riflusso e mistificatori, il resto è ricorrenza, tra memoria reducista e memoria insofferente. Non è Carlo con il suo corpo martoriato sul selciato. Non sono le centinaia di ragazze e ragazzi massacrati alla Diaz e torturati a Bolzaneto. Neppure le migliaia di pestati, presi a calci, a pugni e intossicati dai lacrimogeni. Sapete cos'è? 
Che dopo 25 anni Genova è dappertutto e con il plauso popolare.

Che cosa temi per il futuro dell'Italia e che cosa ti auguri, invece? 

“Peggio di così è difficile”, pensi per consolarti, però poi ti ricordi che al peggio non c’è mai fine, specialmente in un Paese che ha inventato ed esportato in tutto il mondo fascismo e populismo. Gli allievi forse hanno superato i maestri, ma tutto è partito da qui, sia nel 1922 che nel 1994. 
Mi auguro che questo Paese studi e discuta del proprio passato riuscendo a sviluppare degli anticorpi che gli diano un futuro diverso. Ma quello che vedo è un panorama desolante, di vecchi che governano per altri vecchi. Non è un Paese per giovani. Spero in loro, per quanto pochi e criminalizzati. Spero in loro veramente. Ma la nottata è ancora lunga.

Chi è Stefano Erasmo “Paco” Pacini 
 
Stefano Erasmo Pacini nato nel 1956 in Maremma da genitori originari di Colle Val d'Elsa. Attualmente vive nelle campagne senesi. Ha partecipato attivamente al decennio rivoluzionario 1968-1978. Studi da tecnico minerario. Bracciante agricolo, fotografo e reporter, ha redatto per anni on line “Maremma Libertaria” e collaborato con Ong, fanzine, riviste, insegnando fotografia alla Corte dei Miracoli di Siena presso l’ex Ospedale Psichiatrico. Ha pubblicato vari libri fotografici tra cui “ Noi sogniamo il mondo” (Effigi 2016). Recentemente ha scritto “Malamente una educazione maremmana“ (Effigi 2022) e “Lessico delle prode“ (Effigi 2025) con Sandro Fracasso. 
Sempre per  Effigi esce in questi giorni il suo ultimo libro  “L’estate infinita. Banditi, ribelli, sovversivi, sognatori, fuggitivi”.