Morti sul lavoro in Italia: il divario tra dati ufficiali e ricostruzioni giornalistiche
di Yuli Cruz Lezcano
Negli ultimi giorni in Italia il tema della sicurezza sul lavoro è tornato drammaticamente al centro dell’attenzione per una sequenza di morti e gravi infortuni che, secondo le ricostruzioni provenienti da cronache locali e analisi di settore, si intrecciano sempre più spesso con le condizioni climatiche estreme che stanno caratterizzando questa fase estiva. Nel giorno in cui la ministra del Lavoro Marina Elvira Calderone ha presentato una relazione sulla sicurezza nei luoghi di lavoro definita da alcune fonti sindacali e politiche come distante dalla realtà degli incidenti quotidiani, si sono registrati ulteriori decessi di lavoratori, portando a un nuovo incremento del bilancio complessivo delle vittime.
Secondo i dati riportati in diverse elaborazioni circolate in ambito sindacale e giornalistico, il numero dei lavoratori deceduti nel solo mese di giugno avrebbe raggiunto quota 122, rendendolo il mese più critico dell’anno in corso. Il totale delle vittime sul lavoro nel 2026 viene indicato in 590, con un incremento di 45 casi rispetto all’anno precedente, una crescita che alimenta il dibattito politico e istituzionale sulla reale efficacia delle politiche di prevenzione e controllo nei luoghi di lavoro. In questo contesto, le critiche si concentrano sulla distanza tra i dati ufficiali e la percezione di chi opera quotidianamente nei settori più esposti, con particolare riferimento a edilizia, agricoltura, industria e logistica.
Tra i casi più recenti riportati dalle cronache locali figura quello di Franco Favaretto, 59 anni, operaio del reparto ondulatori della Smurfit Kappa di Susegana, in provincia di Treviso, morto nel primo pomeriggio del 30 giugno subito dopo la fine del turno di lavoro. L’uomo si sarebbe accasciato all’esterno dello stabilimento in una giornata in cui la temperatura raggiungeva circa 38 gradi, poco dopo aver concluso il turno 6-14. Secondo le testimonianze riportate dalla stampa locale, lo stabilimento avrebbe adottato misure di mitigazione del caldo tramite condizionatori portatili, ritenuti tuttavia insufficienti dagli stessi lavoratori per garantire condizioni adeguate negli ambienti produttivi, dove il calore e i ritmi di lavoro rimangono elevati.
Nella stessa giornata si è verificato anche il caso di Salvatore Russo, 54 anni, giardiniere, deceduto mentre lavorava in una villetta a Quarto, nel Napoletano. L’uomo, secondo quanto riportato dalle cronache locali, avrebbe utilizzato acqua per rinfrescarsi prima di essere colpito da una scarica elettrica causata dal contatto con fili scoperti, in un episodio che unisce rischio ambientale, condizioni operative e fatalità tecniche.
Sempre il 30 giugno, a Pisa, è morto Marco Santoni, operaio di 46 anni impiegato in un’azienda di carpenteria metallica. L’uomo aveva accusato un malore mentre lavorava durante una giornata caratterizzata da temperature molto elevate e, secondo le ricostruzioni giornalistiche locali, avrebbe manifestato sintomi compatibili con un colpo di calore prima del peggioramento delle condizioni e del successivo decesso in ospedale.
Le cronache dei giorni precedenti aggiungono ulteriori casi che contribuiscono a delineare un quadro complessivo preoccupante. In Emilia-Romagna, tra il 21 e il 24 giugno, si sarebbero registrati sette decessi sul lavoro in quattro giorni, in un contesto climatico caratterizzato da temperature che in alcune aree avrebbero superato i 40 gradi. Tra questi episodi figura la morte di un agricoltore di 60 anni a Vigolzone, trovato senza vita tra i filari di una vigna in provincia di Piacenza, con il caldo torrido indicato tra le possibili concause.
A questi si aggiungono ulteriori incidenti avvenuti tra cantieri, strade e ambienti industriali, tra cui la morte di un operaio schiacciato durante la riparazione di un mezzo a Reggio Emilia, un incidente stradale mortale in provincia di Parma che ha coinvolto un lavoratore di 32 anni e un operaio caduto da un tetto a Fiorano Modenese, per il quale non si esclude il possibile ruolo delle condizioni fisiche legate al caldo estremo. In Veneto e nel resto del Nord Italia si registrano inoltre episodi analoghi, con lavoratori colpiti da malori improvvisi durante attività all’aperto o in ambienti ad alta temperatura.
Il quadro complessivo che emerge dalle cronache locali e dalle ricostruzioni sindacali evidenzia una crescita delle morti sul lavoro nel mese di giugno, indicato come il più critico del 2026, e una distribuzione geografica che coinvolge tutte le principali regioni industriali del Paese, dalla Lombardia al Veneto, dall’Emilia-Romagna alla Campania. In questo scenario, il tema del caldo estremo viene sempre più frequentemente indicato come fattore aggravante nei settori ad alta esposizione, in particolare edilizia, agricoltura e lavori stradali.
Le critiche politiche e sindacali si concentrano sulla necessità di rafforzare le politiche di prevenzione, aggiornare le valutazioni del rischio microclimatico e garantire un sistema di controlli più efficace nei luoghi di lavoro, soprattutto durante le ondate di calore. Il nodo centrale rimane quello dell’applicazione concreta delle norme esistenti e della capacità del sistema di vigilanza di intervenire in modo tempestivo nei contesti più esposti, dove la combinazione tra caldo estremo, attività fisica intensa e organizzazione del lavoro può trasformarsi in un fattore di rischio determinante. È anche vero che il numero “122 morti a giugno 2026” non è verificabile su fonti istituzionali e non compare in INAIL né ISTAT. Si riporta come fonte la pagina del giornalista Piero Santonastaso “Morti di lavoro”.
