17 Giugno 2026

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“Tittia, un fantino da Palio”, Maurizio Sciarra parla del suo documentario dedicato a Giovanni Atzeni

“Tittia, un fantino da Palio”, Maurizio Sciarra parla del suo documentario dedicato a Giovanni Atzeni

Tittia, un fantino da Palio, è il titolo del documentario di Maurizio Sciarra, prodotto da Bartlebyfilm e Rai Documentari, andato in onda lo scorso 7 giugno su Rai 3 e visibile su Rai Play, incentrato sulla figura di Giovanni Atzeni, uno dei principali protagonisti della storica competizione di Siena, conosciuta e amata in tutto il mondo.

Nato in Germania da genitori sardi, Giovanni Atzeni è cresciuto nella sua Sardegna,  tra i cavalli e la vita a contatto con la natura. Oggi Tittia (questo il suo nome da battaglia), è il fantino che ha al suo attivo il numero di vittorie più altro di sempre: dieci vittorie, di cui tre “cappotti” (come viene definita la doppietta di competizioni, tra luglio e agosto).

Non è la prima volta che il cinema racconta il Palio di Siena: uno dei primi registi a cimentarsi nel racconto per immagini dell’antica tradizione senese è stato Alessandro Blasetti, che nel 1932 aveva realizzato il film Palio, mentre, in anni più recenti, nel 2004, il regista Anton Giulio Onofri ha realizzato il documentario Visioni di Palioincentrato sulla conoscenza delle diciassette storiche contrade in cui è suddivisa la città (senza contare le numerose riprese televisive che i network nazionali internazionali dedicano alla storica competizione equestre).

Il film di Maurizio Sciarra sceglie però una prospettiva nuova, raccontando il Palio di Siena a partire da uno dei suoi principali protagonisti. Nel film si segue la vita di Giovanni Atzeni: il fantino, l’allevatore, il maestro di nuove leve. A comporre il racconto, anche un corollario di testimonianze, dei contradaioli, dei capitani, dei veterinari coinvolti. Grazie al film si scoprono le nuove tecniche di allenamento e, per la prima volta, anche le donne del Palio: in altre parole “Tittia, un fantino da Palio”, porta lo spettatore a conoscere da vicino tutti i membri di una comunità che trasforma un evento sportivo in un rito laico collettivo.

Abbiamo raggiunto il regista Maurizio Sciarra, a quale abbiamo posto alcune domande.

Domanda: Come è riuscito ad addentrarsi in una tradizione così antica e radicata nel territorio senese? Quanto tempo ci ha lavorato e con quali interlocutori si è interfacciato per realizzare il suo documentario?

Risposta: “Conosco e frequento Siena da anni, per un periodo, con la mia famiglia, abbiamo vissuto vicino Siena. La mia conoscenza del territorio è quindi ben consolidata. Nel 1991 realizzai la mia prima opera, per una la rete sperimentale del satellite Rai: RAISAT. Si trattava della serie “Notti d’Europa”, e il mio film si chiamava La Mossa. Volevo quindi aggiornare la mia antica passione, seguendo l’evoluzione del Palio. Quando sottoposi il progetto al Consorzio per la Tutela del Palio, scoprii con grande emozione che molti dei suoi componenti conoscevano bene il mio film e lo avevano apprezzato. Per il mio nuovo film volevo inizialmente mettere confronto due generazioni di fantini, ma una volta conosciuto Giovanni Atzeni ho capito che era giusto centrare tutto il racconto su di lui. Generalmente i miei film e i miei documentari raccontano personaggi che conosco poco, per preservare la giusta dose di curiosità. Anche se questa volta non è andata proprio così, penso che capire la nuova generazione di fantini e metterla a confronto con qualche esponente del “vecchio mondo” sia stato il giusto punto di partenza. Le riprese sono durate circa tre settimane. La ricerca, la “scrittura”, la post-produzione  sono invece andate avanti quasi per circa un anno. Le contrade, il Consorzio, gli appassionati, alcuni dei miei “personaggi” del primo film hanno costituito la mia “scuola”. Ma senza la disponibilità e l’intelligenza di Giovanni non avrei ottenuto gli stessi risultati”.

D. Il film si focalizza sulla figura di Giovanni Atzeni: guardando il suo film è possibile avvicinarsi e conoscere da vicino l’uomo e il fantino?

R. “Il mio è stato, come si dice in gergo cinematografico, il “controcampo” di quanto fino ad ora è stato detto a proposito del Palio. Ho voluto guardarlo dalla parte di chi lo corre, di chi, con allevamenti e maneggi, lavora sul Palio nel corso dell’anno, non soltanto per il minuto e mezzo della “carriera”. E Giovanni si è raccontato con onestà e apertura non comuni. Si è letteralmente messo a nudo davanti alla telecamera e con lui i protagonisti delle contrade, infrangendo la riservatezza che in genere contraddistingue chi è coinvolto nelle fasi più operative del Palio”.

D. Lei ha dichiarato alla stampa: “Tittia, fantino da Palio” è il ritratto di un uomo che ha cambiato le regole di un’istituzione antica”: quali sono i principali cambiamenti da lui apportati alla storica competizione?

R. “Tittia è un campione, un grande atleta, ma è anche un fantino che vuole essere e mostrarsi partecipe alla vita del Palio come imprenditore. Avere un allevamento, selezionare i nuovi cavalli per esaltarne le capacità agonistiche, gestire un’azienda che vive di palii e di corse in pista per tutto l’anno, e farlo partendo, per esempio, dalla coltivazione del fieno per i cavalli: tutti elementi essenziali del suo essere il fantino più vincente del momento. Senza “l’imprenditore” il “fantino” sarebbe più debole”.

D. Il Palio di Siena è una competizione, quindi è per sua natura un evento divisivo: quanto, secondo lei, riesce ad essere anche unificante per i cittadini di Siena?

R. “La passione del Palio unisce i cittadini di Siena e crea comunità. I senesi rimangono tali anche quando vivono e lavorano altrove, continuando sempre e comunque ad essere “contradaioli”. Certo, le famiglie di contrade diverse si dividono durante il Palio, cosa che potrebbe portarci a dire che il palio è solo conflitto. Ma in realtà non è così e il Palio vive in equilibrio in questa dualità: uno psicanalista una volta mi disse: “Non lavorerei mai a Siena, perché i senesi non hanno bisogno di me, hanno il Palio”. Ecco la passione e il conflitto, se ben indirizzati e gestiti, possono essere anche terapeutici!

D. Riuscirà il Palio a sopravvivere in un’epoca digitale, nella quale le tradizioni storiche tendono ad essere dimenticate?

“Gli esperti del mondo digitale, quelli più intelligenti e preparati, usano dire che il mondo digitale è troppo giovane per poterlo storicizzare e proiettare nel futuro. Non ci sono analisi così lunghe nel tempo. Sappiamo, per esempio, quanto può durare nel tempo un’opera cinematografica, non sappiamo però ancora quanto dureranno i file digitali. Solo chi verrà dopo di noi potrà dirci se le tradizioni rimarranno, magari evolvendosi. Se ci guardiamo, anche soltanto di poco, alle nostre spalle, possiamo dire che la tradizione è più forte del passaggio del tempo. E lo stesso Palio ne è la dimostrazione”.   

 

Fonte intoscana.it