Morti sul lavoro: a Forlì il libro "Crimini della sicurezza" di Yuleisy Cruz Lezcano
Ci sono numeri che dovrebbero farci fermare. Numeri che non possono essere archiviati come semplici statistiche, perché dietro ogni cifra c'è una persona, una famiglia, una madre, un padre, un fratello, una sorella, un figlio. C'è una vita che si interrompe mentre si sta facendo qualcosa di apparentemente normale: andare a lavorare.
Il 2026 continua a raccontare una strage che non accenna a fermarsi. Secondo il monitoraggio della pagina “Morti di lavoro”, seguita da Piero Santonastaso, il bilancio dell'anno è drammaticamente superiore a quello dello stesso periodo del 2025. Alla fine di agosto si contavano, secondo l'ultimo aggiornamento preso in considerazione, 837 morti complessivi: 688 sul lavoro e 149 in itinere. La media è di 3,4 morti al giorno. E settembre è appena iniziato: nei primi giorni si sono già registrate altre vittime, sei sul lavoro e quattro in itinere.

Sono numeri impressionanti, ma proprio perché sono numeri rischiano di diventare freddi, lontani, quasi astratti. Dietro quei numeri, invece, ci sono volti, famiglie, progetti, sogni interrotti. La Lombardia è in cima a questa terribile graduatoria con 95 morti sul lavoro e 20 in itinere. Segue il Veneto con 72 morti sul lavoro e 16 in itinere. Due regioni economicamente forti, industrializzate, caratterizzate da una presenza importante di fabbriche, cantieri, logistica, agricoltura e servizi. E allora la domanda diventa inevitabile: quanto può essere considerato normale un sistema nel quale il lavoro continua a produrre vittime?
La risposta dovrebbe essere una sola: zero.
Quando si parla di morti sul lavoro si tende spesso a raccontare soltanto l'ultimo istante: una caduta, un macchinario, un mezzo, un cantiere, un investimento. Ma fermarsi alla dinamica dell'incidente significa spesso non guardare tutto ciò che è venuto prima. Bisogna interrogarsi sull'organizzazione del lavoro, sui ritmi, sulla formazione, sui controlli, sui dispositivi di sicurezza, sulla pressione esercitata sui lavoratori e soprattutto sulla frammentazione delle responsabilità.
È qui che entrano in gioco appalti e subappalti. Una filiera sempre più lunga può significare una catena nella quale il lavoro passa dal committente all'appaltatore e dall'appaltatore al subappaltatore. E quando il prezzo diventa il criterio principale, il rischio è quello di una corsa al ribasso che finisce per scaricarsi proprio sulla parte più debole: il lavoratore.
Si può appaltare un'opera, ma si può appaltare anche la responsabilità per la vita di chi quell'opera la realizza? La risposta dovrebbe essere semplice: no.
Accanto alla frammentazione degli appalti esiste poi il problema del lavoro irregolare, del sommerso e di tutte quelle condizioni nelle quali il lavoratore diventa ancora più vulnerabile perché teme di perdere il posto, non conosce pienamente i propri diritti o accetta condizioni che non dovrebbe essere costretto ad accettare.
Il lavoro nero non è soltanto un problema fiscale. È anche un problema di sicurezza. Dove il lavoro è irregolare diventa più difficile garantire formazione, prevenzione, controlli, corretta applicazione dei contratti e reale responsabilità. E la precarietà può rendere ancora più difficile per una persona dire “no” davanti a una condizione di rischio.
È significativo che proprio ieri, a Forlì, il segretario generale della CGIL Maurizio Landini abbia indicato la precarietà come uno dei problemi fondamentali da combattere. Perché precarietà e sicurezza non possono essere considerate questioni separate. Un lavoratore che ha paura di perdere il proprio posto è un lavoratore potenzialmente più ricattabile. E un sistema produttivo che utilizza la precarietà per comprimere il costo del lavoro rischia di produrre anche una compressione dei diritti.
È in questo contesto che assume un significato particolare il pomeriggio vissuto ieri a Forlì durante la presentazione di Crimini della sicurezza, il libro di Yuleisy Cruz Lezcano pubblicato da Il Ponte Vecchio.
Non è stata semplicemente la presentazione di un libro. È stato un pomeriggio pieno di emozioni, nel quale il tema delle morti sul lavoro è uscito dalla freddezza delle statistiche per diventare memoria, voce, dolore.
Il pubblico è uscito dalla presentazione con una consapevolezza diversa: dietro una morte sul lavoro non c'è soltanto un numero. C'è una vita.
È stata particolarmente toccante la lettura di Monica Michelin, madre di Mattia Battistetti, che davanti al numeroso pubblico presente ha letto il racconto dedicato al figlio contenuto nel libro.
Mattia aveva appena 23 anni quando morì in un incidente sul lavoro nel 2021 a Montebelluna. La sua storia rischierebbe di rimanere confinata dentro una riga di cronaca se qualcuno non avesse scelto di restituirle un nome, un volto, una storia.
E quel momento di lettura ha avuto un significato che va oltre la letteratura. Una madre che legge la storia del proprio figlio non sta semplicemente finendo una testimonianza ma sta consegnando al pubblico la memoria di una vita.
Durante il pomeriggio l'autrice, Yuleisy Cruz Lezcano, ha ricevuto numerosi riscontri positivi e gli abbracci dei familiari delle vittime presenti: i genitori e la sorella Anna di Mattia Battistetti e la mamma di Rayan Lassoued, Adriana Cantelmo.
Quegli abbracci hanno avuto un valore particolare. Sono stati la conferma che il libro non è stato costruito a tavolino, che non è nato dalla semplice raccolta di dati, ma dall'incontro con le famiglie delle vittime, dall'ascolto delle loro storie, dal confronto con il loro dolore.
L'autrice Yuleisy Cruz Lezcano è entrata dalla porta dei numeri per trovare i volti, le vite, il dolore.
È forse questa la chiave per comprendere il significato più profondo di Crimini della sicurezza. Perché dire 800, 700 o 1.000 morti significa descrivere la dimensione enorme della tragedia, ma non racconta cosa significhi davvero per una famiglia ricevere una telefonata, riconoscere un corpo, tornare a casa e trovare una stanza che resterà vuota.
Un numero non ha una madre, non ha una sorella, un padre. E un numero non aveva progetti per il futuro,
una persona sì.
Rayan Lassoued aveva 21 anni. La sua storia, come quella di Mattia e di tante altre vittime, è entrata nel libro e attraverso la scrittura è diventata memoria condivisa.
Ed è proprio qui che la memoria diventa anche uno strumento di prevenzione. Raccontare Mattia, Rayan e tutte le altre vittime significa impedire che la loro morte venga considerata una fatalità inevitabile.
Il punto, alla fine, è proprio questo: non basta intervenire dopo una tragedia. Non basta aprire un'inchiesta, sequestrare un cantiere, individuare eventuali responsabilità e poi tornare alla normalità.
La sicurezza deve essere costruita prima dell'incidente. E deve esserci in ogni passaggio della filiera: nel committente, nell'appaltatore, nel subappaltatore, nei controlli, nella formazione, nei contratti. La responsabilità non può evaporare ogni volta che il lavoro passa da un'azienda all'altra.
A Forlì il tema è stato messo al centro con forza: la vita non si può appaltare.
Il 2026 non si è fermato per permettere a nessuno di riflettere, e settembre è appena cominciato. È questo il paradosso davanti al quale ci troviamo: da una parte le statistiche, dall'altra le famiglie. Da una parte le parole “appalto”, “subappalto”, “precarietà”, “sommerso”, “formazione”, “controlli”. Dall'altra Monica che legge la storia di Mattia. Adriana che ricorda Rayan. Una sorella che ricorda il proprio fratello e una madre che continua a chiedersi perché. Ed è proprio lì che bisogna tornare ogni volta che pronunciamo la parola sicurezza. Non ai numeri soltanto, ma alle persone.

