"Briciole di vita", la poesia di Yuleisy Cruz Lezcano dedicata a Pasquale Andriotta
A Pasquale Andriotta
Ho scritto questi versi per Pasquale Andriotta, non per aggiungere rumore al rumore, né per cercare nel suo nome una bandiera da alzare. Li ho scritti perché a volte la poesia può fermarsi là dove la cronaca corre, e guardare per un momento ciò che resta ai margini: il respiro di un uomo, la fatica dentro un corpo, la paura silenziosa del giorno dopo. Questa poesia è una denuncia, ma non una sentenza. Non pretende di sapere ciò che ancora dovrà essere accertato. Denuncia piuttosto un mondo del lavoro nel quale troppo spesso il tempo diventa padrone, la precarietà diventa paura e il corpo dell’uomo finisce per essere trattato come una misura da spingere sempre oltre. Pasquale aveva quarantadue anni.
Quel giorno stava lavorando, nel caldo di una città d’estate, mentre il suo contratto arrivava alla scadenza. Facciamoci ora una domanda: quanto può essere stretto il tempo di un uomo prima che il lavoro cominci a divorargli la vita?
A Pasquale Andriotta, con rispetto,
e alla sua famiglia, che nessuna parola potrà mai risarcire del vuoto.
Briciole di vita
Briciole di vita
a nascondere le strade,
respiri invocati dentro l’incendio,
il sole stringe e stringe le tempie,
le sue fiamme avvolgono il corpo.
Non esiste inferno, qui si paga
anche il respiro lasciato a metà,
anche la luce sulle spalle.
L’inferno non ha fiamme:
ha orologi senza sonno,
mani che contano il tempo
nel bianco tremore dell’aria
si levano ippocampi d’onda,
il caldo scioglie criniere di sudore
e sparge crisantemi sulla pelle.
La scadenza brucia in fondo,
il domani resta appeso a un filo
e il corpo, messo a tacere dalla corsa,
diventa improvvisamente silenzio.
Non chiamatelo destino
prima di avere ascoltato la fatica.
Non fate del suo nome una bandiera.
Lasciate la famiglia
che custodisca il proprio dolore.
Restiamo sulla soglia,
con le mani vuote e gli occhi bassi,
mentre fuori la macchina
continua a correre
e chi lavora impara
a consumarsi.

