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Colpa di Antonveneta? Sì, però non è tutta la verità. Se la provincia non vede la crisi globale

Colpa di Antonveneta? Sì, però non è tutta la verità. Se la provincia non vede la crisi globale

di Geronimo Merollo 

A Siena, da buoni provinciali, pensiamo sempre che accadano cose eccezionali, anche in negativo. Il crollo del Monte dei Paschi è sempre stato addossato per intero allo scellerato (questo sì) acquisto di Antonveneta per oltre 9 miliardi di euro e con un prestito “in pancia” di 7,5. Un evento iperbolico e unico nel suo potere distruttivo, secondo la vulgata corrente. In verità quello fu solo il detonatore che innescò un effetto moltiplicatore su una crisi che negli Usa scoppiò praticamente in contemporanea e che in Europa arrivò nel 2008. Non fu un effetto isolato circoscritto a Siena, tutte le grandi banche italiane rischiarono il default. La nostra “abilità” fu solo nel rendere la crisi più grave, praticamente irreversibile, distruggendo il 99,9% del valore capitalizzato da Bmps.

L'intervento dello Stato e il contesto europeo

Quando nel 2017 lo Stato italiano entrò nel capitale di Monte dei Paschi di Siena attraverso la ricapitalizzazione precauzionale autorizzata dall'Unione Europea, non stava salvando soltanto una banca gravata dagli effetti dell'acquisizione di Antonveneta e da anni di gestione problematica. Stava intervenendo in un settore che, nel suo complesso, aveva già visto evaporare gran parte del valore accumulato prima della grande crisi finanziaria. La vicenda senese rappresenta infatti il caso più estremo e visibile di una crisi che ha investito quasi tutto il sistema bancario europeo, mettendo in difficoltà istituti considerati fino ad allora tra i più solidi e prestigiosi del continente.

Il cratere finanziario dei mutui subprime

Dalla crisi dei mutui subprime del 2007-2008 le banche europee hanno perso mediamente circa il 70% del loro valore di Borsa, con punte superiori al 90% per alcuni dei maggiori istituti del continente. Una distruzione di ricchezza senza precedenti nella storia finanziaria europea moderna, che ha travolto azionisti, fondazioni bancarie e investitori istituzionali, modificando profondamente gli equilibri del sistema creditizio continentale.

A quasi vent'anni dall'esplosione della crisi, gli studi economici concordano sul fatto che il settore bancario sia stato uno dei più colpiti dalla grande recessione. L'indice Stoxx Europe 600 Banks, che rappresenta le principali banche quotate europee, arrivò a perdere circa tre quarti del proprio valore rispetto ai massimi raggiunti prima del fallimento di Lehman Brothers. Nei momenti più difficili della crisi finanziaria globale e della successiva crisi del debito sovrano europeo, il settore bancario vide evaporare gran parte della capitalizzazione accumulata nel decennio precedente.

Il peso delle ricapitalizzazioni forzate

La perdita effettiva per gli azionisti è stata spesso ancora più elevata di quella registrata dai listini. Molte banche furono infatti costrette a realizzare aumenti di capitale miliardari per rafforzare i propri bilanci e rispettare i nuovi requisiti patrimoniali introdottoe dopo la crisi. Le ricapitalizzazioni determinarono una forte diluizione delle quote esistenti, riducendo ulteriormente il valore delle partecipazioni detenute dagli investitori storici.

In diversi casi il crollo assunse dimensioni straordinarie. Deutsche Bank arrivò a perdere oltre il 90% della propria capitalizzazione rispetto ai livelli precedenti alla crisi. UniCredit l’80% e attraversò una lunga stagione di aumenti di capitale che modificarono profondamente la struttura del gruppo. A Siena la combinazione tra perdite, ricapitalizzazioni e successivo intervento pubblico portò di fatto all'azzeramento del valore detenuto dagli azionisti originari.

Una contrazione strutturale del sistema credito

La crisi internazionale non si limitò a un temporaneo crollo delle quotazioni. Il valore complessivo delle banche europee subì una riduzione strutturale. Secondo diverse analisi, la capitalizzazione aggregata del settore passò da circa 2.700 miliardi di dollari nel 2007 a poco più di 1.400 miliardi nel giro di poco più di un decennio. Un arretramento che riflette non soltanto le perdite generate dalla crisi finanziaria, ma anche un contesto profondamente cambiato.

A pesare furono infatti una serie di fattori concomitanti: la crisi dei debiti sovrani dell'Eurozona, l'introduzione delle regole di Basilea III, l'obbligo di detenere più capitale, la stretta regolatoria e soprattutto un decennio di tassi d'interesse prossimi allo zero che compresse drasticamente la redditività del business bancario tradicional.

Il recente recupero e i dubbi sul "libero mercato"

Solo negli ultimi anni il settore ha mostrato segnali di autentica ripresa. Il ritorno dell'inflazione e il rialzo dei tassi deciso dalle banche centrali hanno riportato gli utili delle banche europee su livelli che non si vedevano da tempo, favorendo un recupero delle quotazioni e riaccendendo il risiko bancario continentale. Tuttavia, la ripresa odierna va letta alla luce della profondità della crisi precedente. Il settore che oggi torna protagonista dei mercati è lo stesso che, tra il 2008 e la metà degli anni Dieci, ha distrutto tra il 70% e l'80% del valore detenuto dai propri azionisti, lasciando in alcuni casi soltanto una frazione della ricchezza accumulata prima della grande crisi finanziaria.

In borsa la distruzione di valore porta alla scomparsa, quasi incomprensibile, di montagne di denaro che semplicemente non esistono più e che spariscono spesso dalle disponibilità dei piccoli risparmiatore. Altrettanto magicamente quelle cifre iperboliche ricompaiono tempo dopo, in altri portafogli, a seguito di operazioni che convincono gli investitori a pompare nuovo denaro. Alla fine, si realizza un trasferimento di valore dalle tasche di alcuni verso le tasche di altri. Come sosteneva Giovanni Falcone, in altri e diversi contesti, forse bisognerebbe seguire la pista dei soldi per capire chi sono i veri burattinai. Per favore, non tirate fuori il libero mercato.