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Le leggende sul salvataggio di Banca Mps e l’Opa ostile da 30 miliardi

Le leggende sul salvataggio di Banca Mps e l’Opa ostile da 30 miliardi

di Geronimo Merollo

Intesa Sanpaolo offre complessivamente 30,6 miliardi di euro per scalare la Banca Monte dei Paschi di Siena (Bmps) con l'offerta pubblica di acquisto e scambio, la cosiddetta “Opa ostile”.

Nel caso di successo, la banca sarebbe smembrata in due, con Mediobanca e quasi metà sportelli scorporati e l’altra metà fusa in Bper. Il classico “spezzatino”.

Il paradosso di questa storia molto italiana, è che Bmps oggi viene valutata 30 miliardi di euro, esattamente il doppio di quanto valeva il giorno prima di annunciare il nefasto acquisto di Antonveneta (8 novembre 2007). Eppure, nel 2017 era tecnicamente fallita con il capitale ridotto del 99%, salvata con una maxi ricapitalizzazione statale dal governo Gentiloni (un governo di centrosinistra a trazione Pd con appoggio centrista e moderato di centrodestra). E, nonostante ciò, nel 2022  Bmps valeva ancora meno di 2 miliardi. In 4 anni il suo valore è cresciuto di 14 volte! Siamo nel mondo della finanza (molto creativa), lontano da quello reale, dove per creare un valore del 1400% può non bastare una vita intera.

2 miliardi di soldi pubblici hanno salvato il Monte

Sono stati 7 i miliardi investiti dallo Stato direttamente nel capitale della banca per questo salvataggio da record. Circa 2,7 miliardi sono già stati recuperati attraverso le cessioni di azioni in questi anni. Resta allo Stato una partecipazione residua che, ai valori di Borsa raggiunti negli ultimi mesi, vale circa 1,5 – 2 miliardi di euro. È questo, in estrema sintesi, il bilancio provvisorio del lungo e complesso rapporto tra lo Stato italiano e Banca Monte dei Paschi di Siena. La vulgata popolare parla di 20-30 miliardi di soldi pubblici “buttati” per “salvare la banca rossa”, ma si tratta di grossolane falsità. Il costo reale del salvataggio del Monte è, pur elevatissimo, di poco superiore ai 2 miliardi, ammesso che il titolo non cresca ancora. Alitalia ha “bruciato” almeno 12 miliardi di soldi pubblici mai tornati indietro. Idem l’ex Ilva di Taranto e successive.

La vera storia

L'intervento pubblico che ha portato il Ministero dell'Economia a diventare azionista di controllo dell'istituto senese risale al 2017. Dopo il fallimento del tentativo di ricapitalizzazione privata e il via libera della Commissione europea, il governo guidato da Paolo Gentiloni varò una ricapitalizzazione precauzionale da circa 5,4 miliardi di euro. L'operazione consegnò al Tesoro oltre il 68% del capitale di MPS, trasformando di fatto lo Stato nel principale azionista della banca.

Cinque anni dopo, nel 2022, il governo Meloni si trovò a sostenere un nuovo aumento di capitale da 2,5 miliardi di euro necessario per completare il piano concordato con le autorità europee. Il Ministero dell'Economia sottoscrisse la propria quota versando circa 1,6 miliardi. Complessivamente, quindi, l'investimento pubblico diretto nel capitale sociale di Monte dei Paschi ha raggiunto circa 7 miliardi di euro.

I Monti bond

La storia dei rapporti finanziari tra Stato e MPS, tuttavia, è ancora più lunga. Prima della nazionalizzazione, infatti, vi fu la stagione dei cosiddetti Monti Bond. Nel 2013, durante il governo di Mario Monti, il Tesoro sottoscrisse 4,071 miliardi di euro di strumenti finanziari destinati a rafforzare il patrimonio della banca. L'operazione fu resa necessaria dalle difficoltà emerse dopo l'acquisizione di Antonveneta e dagli effetti della crisi finanziaria internazionale. I Monti Bond sono stati interamente ripagati.

I Monti Bond non comportarono l'ingresso dello Stato nel capitale sociale. Si trattava di titoli remunerati con interessi particolarmente elevati e destinati a essere rimborsati dalla banca. Ed è proprio ciò che accadde. Nel 2014 Monte dei Paschi restituì una prima tranche da 3 miliardi di euro, pagando contestualmente oltre 329 milioni di interessi. Nel 2015 rimborsò anche il miliardo residuo, chiudendo integralmente l'operazione. Per questo motivo i Monti Bond non sono considerati un costo per i contribuenti: il capitale fu restituito e il Tesoro incassò anche gli interessi previsti dai contratti.

L’uscita dal capitale sociale di Bmps

La fase successiva è stata quella della progressiva uscita dello Stato dall'azionariato. Nel novembre 2023 il Ministero dell'Economia ha collocato sul mercato il 25% del capitale, incassando circa 920 milioni di euro. Nel marzo 2024 è stata la volta di un ulteriore 12,5%, che ha fruttato circa 650 milioni. Infine, nel novembre dello stesso anno, la vendita di un altro 15% ha portato nelle casse pubbliche circa 1,1 miliardi di euro. Nel complesso, le tre operazioni hanno generato ricavi per circa 2,7 miliardi.

Nel frattempo, il peso dello Stato nell'azionariato si è progressivamente diluito fino all'attuale 4,86% del capitale. Una quota ormai minoritaria ma tutt'altro che trascurabile. Grazie alla forte rivalutazione del titolo MPS, alimentata dai risultati record della banca e dalle operazioni di consolidamento che stanno ridisegnando il panorama creditizio italiano, la partecipazione residua del Tesoro viene oggi valutata intorno a 1,5 – 2 miliardi di euro.

Sommando il valore delle azioni ancora detenute e gli incassi già realizzati dalle cessioni, il controvalore complessivo riconducibile all'investimento pubblico sfiora i 5 miliardi di euro. Una cifra ancora inferiore ai circa 7 miliardi versati nel capitale della banca dal 2017 in poi, ma molto distante dagli scenari più pessimisti e dalle leggende che accompagnarono il salvataggio.

C’è un altro aspetto che non si considera mai. Nel 2007 valeva 15 miliardi, la metà dei quali in pancia alla Fondazione Mps e quindi della città di Siena e della sua provincia. Oggi che ne vale più del doppio, nelle nostre casse sono rimasti appena 600 milioni. In quali altre tasche stanno gli altri 30 miliardi del suo valore attuale? E, soprattutto, chi ha orchestrato il sacco di Siena venti anni fa?