di Simona Pacini
Il primo concerto di Francesco Guccini lo ha visto a Siena nel 1976, a nove anni, col fratello sedicenne. Però, dal momento che la macchina su cui viaggiavano con gli amici, una Renault 4, era piena, il bambino fu infilato nel bagagliaio.
L’amore di Stefano Cucini per il cantautore di Pavana era già iniziato qualche anno prima, sempre grazie ai dischi del fratello. Poi Stefano è diventato musicista, suona la chitarra, canta, compone e si esibisce con gruppi che spaziano dal rock al punk. Ma l’amore per Guccini è rimasto, anzi è cresciuto nel tempo, portandolo a Bologna, in via Paolo Fabbri, o a Pavana, per parlare con lui.
Stefano Cucini era in piazza Rosselli qualche giorno fa, con la sua chitarra, per la serata “Questa domenica in settembre”, organizzata dal Comune di Poggibonsi con la Fondazione Elsa a chiusura del cartellone estivo di W La Città Viva.
Stefano, perché Guccini?
“Abbiamo avuto la fortuna di vivere nello stesso tempo di una personalità smisurata, grandissima, per quello che ha fatto e che ha scritto. Uno che ha lasciato alla cultura di questo Paese cose incredibili, ma che abbiamo sempre sentito come uno di casa, uno di famiglia. Uno che ha vissuto il mondo standoci dentro con gli altri, senza estraniarsi. Si avvertiva questo suo modo di essere, la presenza di un illuminato e profondo compagno di viaggio. Altrimenti come si spiega il fermento bellissimo che attraversa le piazze di tutta Italia con giovani e meno giovani, tutti a cantare insieme, come succedeva ai suoi concerti?”.
Quando è iniziato il tuo amore per Francesco Guccini?
“Ero un bambino, avevo sei anni più o meno. E grazie a mio fratello ho avuto la fortuna di vederlo dal vivo a nove anni, nel 1976, il primo concerto della mia vita. Non so come fece mio fratello a portarmici. Quelli erano tempi di “Carosello e a letto”. Però è successo, per fortuna. Il concerto fu folgorante, mi entrò nella carne, nell’anima. Da allora l’ho sempre ascoltato con una dedizione particolare. Concerti suoi poi ne ho visti parecchi e ho sempre suonato, fin da ragazzino, rock, rock’n roll, blues, punk, ma Guccini mi ha sempre accompagnato, realmente, in quello che suonavo”.
Lo hai mai incontrato di persona?
“Eh sì, diverse volte. Appena ne ho avuto la possibilità sono stato a Bologna e a Pavana, una decina di volte in tutto. Ho potuto vedere due Guccini diversi ma altrettanto veri, entrambi straordinari e disponibili. Lui non chiudeva mai la porta a nessuno. Era nell’elenco telefonico di Bologna, “Francesco Guccini, via Paolo Fabbri 43”, e se chiamavi rispondeva. Il Guccini di Bologna lo andavo a trovare nella trattoria da Vito, sotto casa sua. Era un Guccini pirotecnico, quello delle notti infinite, mai domo, mai sconfitto, mai sazio. Goliardico, il Guccini del vino, delle discussioni impareggiabili su cose di livello infinitamente alto o bassissimo, faceva lo stesso, quello delle prese per il culo e delle risate. Poi c’era il Guccini di Pavana, e lì sembrava decomprimersi dalla città. Trovava la sua dimensione familiare, umana, si riconciliava con le sue radici, con la sua montagna, con gli amici di infanzia, che a me parevano anziani come i miei genitori. Lì cantava come veniva, alla bòna, qualche ballo con l’orchestra. Restano ricordi parecchio belli. Non posso dire di averlo conosciuto. Semmai, per citare Amerigo, credo di essergli scivolato accanto, senza afferrarlo. Ho la testa piena di ricordi, di aneddoti, che ora che non c’è più mi commuovono anche”.
Molti pensano che la musica delle sue canzoni sia semplice da suonare. È così?
“Guccini componeva partendo dalla canzone popolare, anche anarchica, ma aveva iniziato con il rock’n roll degli anni ‘50, il boogie, il jazz. Era molto innamorato dei giri musicali con gli accordi in settima, diminuiti. Nelle sue canzoni le frasi sono ricche di accordi. Per non annoiare nelle ballate lunghe, usava salire di tono, poi scendere e risalire di nuovo. Sono una bella prova”.
I suoi testi non sono mai facili né banali. Che cosa ti piace di più?
“La capacità che aveva di fondere la spontaneità popolare con pensieri incredibili e poetiche grandi. Prendi Vorrei, una canzone dolcissima. È riuscito a mescolare parole e immagini, “il sale e il maggese”, “il greppe dell’Appennino e la sua tramontana” dentro una dichiarazione d’amore fra le più vere. E poi la ricerca. Guccini era un ricercatore maniacale della parola, dell’etimo, della radice. L’amore per i vocaboli e le loro diverse vesti dialettali è al centro della sua ricerca spasmodica e nelle canzoni si sente”.
Qual è la tua canzone preferita? E la più difficile da suonare?
“Guarda, io di Guccini suonerei anche il codice fiscale… non è facile isolare una canzone tra tutte. Forse Amerigo. Intanto perché l’ho sentita in anteprima, ancora non avevo il disco e avevo 11 anni, poi anche mio nonno era minatore. Ci mescolo tante cose in quel pezzo. La più difficile… Cirano è una di quelle che ti impegnano parecchio, però lasciami dire che suonare la Locomotiva e vedere alzarsi tutti in piedi come è avvenuto una settimana fa a Poggibonsi è da brivido, da brivido e occhi lucidi”.
Già, l’altra sera al concerto in piazza c’erano undici chitarristi e a te è toccato un po’ il ruolo di trainare il gruppo. Come è stato?
“Ne approfitto per ringraziare David Taddei. Questa domenica in settembre è stata un’idea bellissima. E anche Ivo Grande, Silvio Ciappi, il mio cugino Roberto Gonnelli e tutti quelli che sono venuti armati di chitarra, erano tanti, e ci hanno aiutati, come tutte le persone che hanno cantato con noi. No, non credo di aver trainato il gruppo, forse ero quello più spavaldo perché rompevo il ghiaccio prima degli altri, ma non credo di essere stato il trascinatore. Anzi, il timone lo aveva in mano Silvio Ciappi che ha gestito anarchicamente la scaletta ed è stato tutto un andare avanti e indietro tra quelle pagine. L’esperienza è stata bella, molto bella, e sarebbe anche da ripetere. Guccini è l’autore che meglio si presta per la spontaneità con cui la gente lo segue e lo canta. È stato anche bello ritrovarsi. È una cosa che manca, manca tanto. In Canzone di notte n. 2 Guccini dice “i moralisti han chiuso i bar”. Oggi siamo pieni di moralismo, facciamo la morale su tutto, chiudiamo tutto e non permettiamo più a noi stessi di essere le bestie che dovremmo essere. L’aggregazione è sui social, ma è finta, tutta dietro uno schermo. L'altra sera è stata una cosa autentica, spontanea, ma il fatto che lo si debba riscoprire è segno che non andiamo verso acque serene”.
Ti aspettavi tanta partecipazione ed entusiasmo da parte del pubblico?
“Guccini è stato questo per intere generazioni e ora si capisce anche di più. Da ragazzo, anni ‘80, raccontavo ai miei amici che adoravo Guccini, pur facendo rock’n roll, e qualcuno mi guardava come se fossi un giovane vecchio. Poi andavi ai concerti e questi giovani vecchi erano folle sterminate perché c’erano prati pieni e palazzetti di ragazzi giovani ancor più di me che cantavano a squarciagola tutte le canzoni, le sapevano tutte, anche le più remote. Io sono cresciuto ma c’erano sempre quei ragazzini giovanissimi a cantare le canzoni di Guccini. Ha attraversato le generazioni e le ha incollate in qualche modo. La spontaneità con cui la gente partecipa al suo ricordo è frutto anche di questo, e una cosa così in Italia non si era mai vista”.
foto di copertina: Stefano Cucini e Francesco Guccini

