26 Luglio 2026

Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipisicing elit. A accusamus cumque excepturi illum iste magni minus quaerat rerum tenetur voluptatibus!

Non è l'età a fare una madre: il vero problema sono i pregiudizi

Non è l'età a fare una madre: il vero problema sono i pregiudizi

di Yuleisy Cruz Lezcano

 

 

Avere un figlio a 48 anni? È una scelta che rifarei e molte donne, che fanno figlio dopo i 40 anni, rifarebbero. Questo non perché sia semplice, né perché ritenga che esista un'età "giusta" per diventare genitori, ma perché credo che ogni storia abbia il diritto di essere raccontata senza essere sommersa da stereotipi, giudizi e luoghi comuni. Un articolo di una rivista che parla di donne, pubblicata on line, riportava un dato significativo: negli Stati Uniti le nascite tra le donne oltre i 40 anni sono aumentate del 127% tra il 1990 e il 2023. Un cambiamento che gli esperti collegano all'evoluzione della medicina riproduttiva, ai mutamenti sociali, al prolungamento dei percorsi di studio, alla ricerca di una maggiore stabilità economica e alla difficoltà di conciliare lavoro e famiglia.

Fin qui i dati. Poi arrivano i commenti. "Più che mamme saranno nonne". "Poveri figli". "Quando vostro figlio sarà adolescente avrete 55 anni". E ancora: "Dillo anche ai padri-nonni con la sindrome di Peter Pan che mettono su famiglia dopo i 50, altrimenti sei un'ipocrita". Frasi che raccontano molto più della nostra società che delle donne a cui sono rivolte.

Il primo elemento che colpisce è che molti di questi giudizi arrivano proprio da altre donne. È un fenomeno che la ricerca internazionale studia da anni. La cosiddetta misoginia interiorizzata descrive il processo attraverso cui stereotipi e norme culturali vengono assimilati anche dalle stesse donne, che finiscono inconsapevolmente per giudicare altre donne con gli stessi criteri con cui una società sessista le giudica. Non è cattiveria individuale: è il riflesso di modelli culturali profondamente radicati.

Gli studi di psicologia sociale mostrano inoltre che le donne vengono valutate secondo standard molto più rigidi quando si parla di maternità. Se hanno figli troppo giovani vengono considerate irresponsabili. Se aspettano, egoiste o troppo concentrate sulla carriera. Se non hanno figli, vengono spesso descritte come "incomplete". Se ne hanno dopo i quarant'anni, diventano automaticamente "nonne". È un paradosso senza via d'uscita: qualsiasi scelta viene trasformata in motivo di critica.

La letteratura sociologica parla di "intensive motherhood", il modello culturale secondo cui una buona madre dovrebbe essere totalmente dedicata ai figli, sempre presente, fisicamente instancabile e possibilmente giovane. Un ideale irrealistico che pesa quasi esclusivamente sulle donne. Ai padri, invece, la società continua spesso a concedere margini di tolleranza molto più ampi. L'uomo che diventa padre a cinquant'anni viene frequentemente descritto come affascinante, maturo, ancora vitale. La donna della stessa età viene definita egoista, incosciente o addirittura ridicolizzata. È un doppio standard evidente.

La scienza, fortunatamente, racconta una realtà più complessa. È vero che la fertilità femminile diminuisce con l'età e che dopo i quarant'anni aumentano alcuni rischi ostetrici, come aborto spontaneo, ipertensione gestazionale, diabete in gravidanza e anomalie cromosomiche. Sarebbe scorretto negarlo. Allo stesso tempo, però, la ricerca evidenzia anche che i progressi della medicina riproduttiva, il miglior monitoraggio delle gravidanze e l'assistenza ostetrica moderna hanno aumentato significativamente le possibilità di portare a termine gravidanze sane in donne accuratamente seguite. Parlare di maternità dopo i quarant'anni significa quindi parlare sia di rischi sia di opportunità, non alimentare paure o slogan.

C'è poi un altro dato che raramente entra nel dibattito pubblico: negli ultimi decenni è aumentata non solo l'aspettativa di vita, ma anche la speranza di vita in buona salute. Secondo le analisi dell'Organizzazione Mondiale della Sanità e di numerosi studi epidemiologici internazionali, molte persone tra i 50 e i 60 anni di oggi mantengono livelli di salute, autonomia e partecipazione sociale impensabili per le generazioni precedenti. Pensare che una donna di 55 anni sia automaticamente "anziana" significa utilizzare categorie che appartengono a un altro secolo.

Del resto, la domanda "Come farete quando vostro figlio sarà adolescente?" meriterebbe una risposta molto semplice: esattamente come fanno milioni di genitori di età diversa. L'energia necessaria per crescere un figlio non dipende esclusivamente dalla data di nascita riportata sulla carta d'identità. Dipende dalla salute, dalla rete familiare, dalle condizioni economiche, dall'equilibrio psicologico, dalla qualità delle relazioni e dalla presenza concreta nella vita dei figli.

Anche gli studi sulla genitorialità suggeriscono che l'età, da sola, predice molto poco della qualità dell'essere genitori. Le ricerche mostrano invece che contano maggiormente la stabilità emotiva, il livello di istruzione, la sicurezza economica, il supporto sociale e la qualità della relazione di coppia. Molti genitori più maturi riferiscono di affrontare la maternità e la paternità con maggiore consapevolezza, pazienza e disponibilità rispetto a quanto avrebbero fatto dieci o quindici anni prima.

Forse la vera domanda non è perché una donna abbia deciso di avere un figlio a 42, 45 o 48 anni. La domanda è perché sentiamo ancora il bisogno di trasformare quella scelta in un processo pubblico. Perché una donna deve sempre giustificarsi? Perché la maternità continua a essere uno spazio sul quale tutti si sentono autorizzati a esprimere un verdetto?

La libertà riproduttiva significa anche questo: difendere il diritto di avere figli presto, tardi o di non averne affatto. Significa rispettare chi affronta una gravidanza a vent'anni e chi la affronta a quarantotto, senza trasformare nessuna delle due in un simbolo da celebrare o da condannare. Significa smettere di usare l'età come un'arma morale.

La società ha bisogno di meno etichette e di più rispetto. Perché i figli non hanno bisogno di madri giovani o madri mature. Hanno bisogno di adulti capaci di amarli, crescerli, proteggerli e accompagnarli nella vita. E questo non si misura con una data di nascita, ma con la qualità della presenza, dell'affetto e della responsabilità.

Forse il cambiamento più urgente non riguarda la medicina, che ha già compiuto enormi progressi. Riguarda la cultura. Il giorno in cui smetteremo di giudicare le donne per l'età in cui diventano madri sarà anche il giorno in cui avremo finalmente compreso che la libertà non consiste nell'imporre un modello, ma nel riconoscere dignità a scelte diverse.