04 Settembre 2026

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Femminicidio sull’A1, l'Ordine degli Psicologi toscani: «Sradicare i modelli del possesso e insegnare l'educazione emotiva»

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Femminicidio sull’A1, l'Ordine degli Psicologi toscani: «Sradicare i modelli del possesso e insegnare l'educazione emotiva»

FIRENZE — «Educare al rispetto e abbattere la cultura del possesso». L'ennesimo episodio di violenza mortale consumatosi lungo l'autostrada A1 riaccende la necessità di un intervento profondo sulle radici culturali e relazionali che alimentano i femminicidi in Italia. Di fronte alla tragedia, l'Ordine degli Psicologi della Toscana lancia un duro monito: per fermare la catena della violenza non bastano le risposte emergenziali, ma occorre un'educazione affettiva ed emotiva capillare capace di coinvolgere l'intera società, con particolare attenzione al pubblico maschile.

Disagio individuale e responsabilità culturale

«Il femminicidio avvenuto sull’A1 ci lascia attoniti per l’ennesima volta e ci obbliga ancora una volta a ribadire quanto sia preventivo educare alle emozioni, al rispetto dell’altro e alla capacità di chiedere aiuto», dichiara Maria Antonietta Gulino, presidente dell’Ordine degli Psicologi della Toscana e del Consiglio Nazionale degli Psicologi. Secondo Gulino, limitarsi ad analizzare il solo disagio individuale rischia di far perdere di vista il problema di fondo: «Esistono ancora modelli secondo i quali il rifiuto, la separazione, la perdita del controllo sulla partner o la frustrazione vengono vissuti come un affronto intollerabile. È proprio su questi modelli che dobbiamo lavorare, coinvolgendo anche e soprattutto gli uomini».

Educazione emotiva e superamento dello stigma sulla vulnerabilità

Accettare la fine di un rapporto, la gelosia o il senso di abbandono senza trasformarli in prevaricazione ed aggressività rappresenta un passaggio fondamentale per spezzare il ciclo dei maltrattamenti. Un percorso che passa anche dalla capacità di intercettare precocemente i segnali di sofferenza e chiedere un supporto professionale. «Chiedere aiuto non è una debolezza», ribadisce la presidente Gulino. «Dobbiamo superare quei modelli culturali, ancora molto presenti soprattutto negli uomini, che fanno percepire la vulnerabilità come una colpa o una perdita di forza. Imparare a parlare delle proprie emozioni e accettare la frustrazione sono competenze che devono essere costruite».

Una prevenzione quotidiana oltre le ricorrenze

L'impegno delle istituzioni e della comunità non può quindi esaurirsi nelle sole celebrazioni simboliche. «Ogni anno, il 25 novembre, torniamo a parlare di violenza contro le donne, ma la prevenzione deve essere un lavoro quotidiano che coinvolga scuole, famiglie, servizi e associazioni sportive», conclude Gulino. «Proteggere le vittime è indispensabile, ma lo è altrettanto agire prima, sulla cultura delle relazioni, per interrompere la violenza prima che sia troppo tardi».

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