20 Luglio 2026

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Il profumo della libertà: 34 anni senza Paolo Borsellino, l'eredità che spaventa ancora le mafie

Il profumo della libertà: 34 anni senza Paolo Borsellino, l'eredità che spaventa ancora le mafie

PALERMO – Il boato di Via D'Amelio risuona ancora, nitido e squarciante, nel silenzio di una memoria che non può e non vuole diventare celebrazione di facciata. Oggi, 19 luglio, l'Italia si ferma per ricordare Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta – Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina – strappati alla vita trentaquattro anni fa da un'autobomba che ha cambiato per sempre la storia della Repubblica. Non è solo il giorno del dolore, ma quello di un bilancio aperto su una verità giudiziaria ancora parziale e su un'eredità morale che continua a interpellare le coscienze.

La strage di Via D'Amelio: una ferita aperta

Cinquantasette giorni dopo la strage di Capaci, in cui perse la vita l'amico e collega Giovanni Falcone, Paolo Borsellino sapeva di essere il prossimo. Eppure, non si è fermato. Quel 19 luglio 1992, la mafia provò a seppellire con il tritolo l'intera stagione del pool antimafia, ma ottenne l'effetto opposto: la nascita di una coscienza civile diffusa, soprattutto tra i giovani, a cui Borsellino guardava come speranza ultima di riscatto.

Oggi la ricerca della verità sui mandanti occulti e sui depistaggi che hanno caratterizzato i processi successivi resta una priorità per lo Stato. Ricordare Borsellino significa non accontentarsi di verità comode, ma pretendere la luce sui coni d'ombra che ancora avvolgono quella tragica estate del '92.

«La lotta alla mafia non dev'essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolga tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità». — Paolo Borsellino