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Nessun popolo dovrebbe essere affamato per motivi politici: il grido d'aiuto per Cuba

Nessun popolo dovrebbe essere affamato per motivi politici: il grido d'aiuto per Cuba

di Yuleisy Cruz Lezcano

Ci sono momenti in cui il silenzio diventa una forma di complicità. È per questo che sento il bisogno di scrivere queste parole non come analista politica né come esperta di geopolitica, ma come donna cubana emigrata, come cittadina che osserva con dolore ciò che sta accadendo alla propria terra e al proprio popolo.

Negli ultimi anni ho seguito con crescente inquietudine l’evoluzione della situazione cubana e della politica degli Stati Uniti nei confronti dell’isola. Da cubana residente in Italia, con doppia cittadinanza cubana e italiana, vivo questa realtà con una sensibilità particolare, perché dietro ogni decisione politica vedo le conseguenze concrete sulla vita delle persone comuni.

Oggi Cuba attraversa una delle crisi più difficili della sua storia recente. Famiglie intere vivono per giorni senza elettricità, gli ospedali funzionano con enormi difficoltà, mancano medicinali essenziali, carburante e alimenti di base. Le scuole sono spesso costrette a chiudere, le ambulanze restano ferme, perfino i servizi funerari subiscono paralisi per mancanza di risorse. La quotidianità di milioni di cubani è diventata una lotta continua contro la precarietà, l’incertezza e la stanchezza.

Di fronte a questa realtà, provo profonda inquietudine quando sento parlare con leggerezza di nuove pressioni economiche, di escalation politiche o persino di possibili interventi esterni. Chi vive lontano dalla fame, dai blackout e dalla mancanza di farmaci spesso dimentica che dietro le strategie geopolitiche esistono esseri umani reali: anziani, bambini, malati cronici, famiglie che cercano semplicemente di sopravvivere con dignità.

L’amministrazione di Donald Trump ha nuovamente irrigidito la linea politica verso Cuba attraverso restrizioni economiche, finanziarie e diplomatiche sempre più severe. Documenti ufficiali della Casa Bianca e del Dipartimento del Tesoro statunitense confermano il rafforzamento delle sanzioni, il mantenimento di Cuba nella lista dei paesi sponsor del terrorismo e l’intensificazione delle limitazioni finanziarie verso istituzioni cubane. Ciò che colpisce maggiormente, però, è la mancanza di chiarezza dell’obiettivo politico finale. Un giorno si parla di sicurezza nazionale, un altro di diritti umani, un altro ancora di cambiamento del sistema politico o economico cubano. Questa oscillazione continua dà l’impressione di una pressione permanente senza una prospettiva concreta di soluzione.

Nel frattempo, la popolazione cubana continua a pagare il prezzo più alto. Le sanzioni e l’isolamento economico non colpiscono entità astratte, ma incidono direttamente sulla vita quotidiana delle persone. Quando un paese viene spinto al collasso economico, le conseguenze non ricadono solo sulle istituzioni politiche, ma soprattutto sulla popolazione civile.

C’è inoltre un aspetto di cui si parla troppo poco: il peso del sistema finanziario statunitense nel mondo. Oggi gran parte del sistema bancario internazionale dipende dal dollaro americano e dalle normative finanziarie degli Stati Uniti. Questo permette a Washington di esercitare un’influenza enorme anche al di fuori dei propri confini. Le banche straniere, per timore di sanzioni o restrizioni, spesso evitano rapporti economici con cittadini cubani o persone legate all’isola.

Lo dico anche per esperienza personale. Pur vivendo in Europa e possedendo cittadinanza italiana, ho incontrato difficoltà bancarie semplicemente per essere nata a Cuba. Due anni fa non sono riuscita ad aprire una carta di credito a causa delle restrizioni collegate alla presenza di Cuba nella lista dei paesi sponsor del terrorismo. Questo mi ha fatto comprendere quanto le decisioni geopolitiche possano avere effetti concreti sulla vita quotidiana delle persone, anche molto lontano dall’isola.

Per questo guardo con preoccupazione a una politica che sembra utilizzare la pressione economica e finanziaria come strumento geopolitico permanente. Ho la sensazione che si stia aspettando che il popolo cubano, esasperato dalla fame, dalla mancanza di elettricità e dalla disperazione, finisca per invocare un intervento esterno come unica possibilità di sopravvivenza. Ma un popolo ridotto allo stremo non è un popolo libero. È un popolo vulnerabile, indebolito, ferito.

Credo profondamente nel principio di autodeterminazione dei popoli. Questo principio dovrebbe valere per tutte le nazioni, indipendentemente dal loro sistema politico o dalle alleanze internazionali. Nessun paese dovrebbe essere costretto a cambiare attraverso la fame, il collasso economico o la pressione straniera permanente.

L’autodeterminazione non significa negare i problemi interni di Cuba, né approvare automaticamente ogni scelta politica del governo cubano. Significa riconoscere che il diritto di criticare, cambiare, riformare o trasformare un paese appartiene innanzitutto al suo popolo. Sono i cubani che devono poter discutere liberamente del proprio futuro, senza interferenze esterne, senza coercizioni economiche e senza il peso di strategie geopolitiche che finiscono per colpire soprattutto la popolazione civile.

La storia insegna che le ingerenze straniere raramente producono vera libertà. Molto spesso lasciano dietro di sé nuove dipendenze, divisioni e sofferenze. Per questo credo che il dialogo, il rispetto reciproco e il diritto internazionale dovrebbero prevalere sulla logica della pressione permanente.

Non scrivo queste parole per propaganda né per appartenenza ideologica. Le scrivo perché credo che nessun popolo debba essere affamato per motivi politici e che la dignità umana debba venire prima di qualsiasi conflitto geopolitico.

Cuba appartiene ai cubani

Cuba appartiene ai cubani. A quelli che sostengono il governo e a quelli che lo criticano. A chi è rimasto sull’isola e a chi è emigrato. Ai giovani che chiedono cambiamento e agli anziani che custodiscono la memoria del paese. Nessuna potenza straniera dovrebbe sostituirsi alla volontà di un popolo.

Difendere l’autodeterminazione significa difendere un principio universale: il diritto dei popoli a costruire il proprio destino senza coercizioni, senza fame usata come arma politica e senza la minaccia costante dell’ingerenza esterna.

Oggi più che mai credo che Cuba abbia bisogno non di più odio, ma di umanità, dialogo e rispetto.

 

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