Mi fa male la mia Cuba
Sono una barca di sale
con gli occhi rivolti all'orizzonte.
Da lontano guardo Cuba
come una ferita,
non smette di sanguinare.
Le mie strade sono al buio,
rotte, come vene spezzate nella memoria.
Ho un coagulo in mezzo al crocevia
dove il tempo si arresta.
Un semaforo verde lascia passare
la nostalgia e il dolore,
attraverso con loro
la notte senza ritorno.
Ho dentro di me un'isola devastata
che mastica macerie e silenzi.
I ricordi frantumati tintinnano,
sono vetri nelle tasche.
Il dolore del popolo
mi cammina tra le viscere,
ogni passo è un tamburo sordo.
Ho tempeste nello stomaco
che non digerisce più il buio,
fulmini di assenza
mi attraversano le costole.
La mia isola mi lancia nell'impotenza
di remi galleggianti,
li afferro e subito diventano
ombre d'acqua.
Sono nell'andare e venire,
onda sulle onde
che strappano la mia speranza.
Ogni marea restituisce
frammenti di voce.
Quando scrivo la parola "Cuba"
potrei scrivere naufragio,
potrei scrivere ululato
che dipinge il silenzio,
scrivere cenere
dispersa nel respiro del mare.
Il dolore per la mia Cuba
mi spinge tra i fori
di un ricordo migratorio.
Lì abita una bambina
che raccoglie sole dalle rovine.
Quando penso alla parola radici
potrei lasciarla andare in una bottiglia,
nuda tra i maleodoranti gabbiani
che beccano i resti del sogno.
Potrei annunciare che resto affogata
aprendo la bocca all'oblio,
che brucio
in questo dolore di sprofondamento
