di Yuli Cruz Lezcano
Dove il buio pesa come i rifiuti
L’aria di Cuba è una corda
tesa tra il sale e la ruggine,
un respiro che inciampa
nei vicoli dove il sole
non osa più restare.
Le case parlano piano,
come chi ha imparato
a non farsi ascoltare dal dolore.
L’umanità a Cuba
ha scarpe grandi
e l'uomo, con le sue scarpe grandi, trascina non solo il peso
del proprio corpo.
Pesano le città abbandonate,
i condotti dell'acqua
che cadono a pezzi,
pesa l'immondizia non raccolta
il buio che cade sulle finestre,
pesa il riposizionamento
dello che se sta vivendo,
dove quando si butta
quel che non serve
lo stesso gesto seppellisce.
Le strade sono vene infette
di un corpo troppo stanco per guarire.
La spazzatura diventa geografia, innalza montagne basse
di rifiuti e silenzio,
isole putrefatte che congiungono
epatite, febbre e pestilenza.
Non esiste posto per chi arriva,
con scope vecchie
si cerca di fare posto.
I vicini, ombre gentili
contro il degrado,
alzano la scopa
per spingere via la preghiera storta,
per allontanare la puzza
che entra nelle case.
Tra poco verranno le piogge
e gli insetti mangeranno
dentro le scarpe quello che resta. Lontano un gallo canterà intimorito
con paura che nessuno si alzi.
Nelle cucine inventate, la legna emetterà un sospiro
mentre cucina lacrime e fame.
Cuba, quella Cuba ammalata
che più non sostiene,
lì, non scorre vita ma fantasmi
di un tempo
che si deposita, si accumula
negli angoli come polvere
che ha imparato a pensare.
La città, lentamente, dimentica
il proprio nome
sotto il peso di ciò che non può
più portare via.
