06 Giugno 2026

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Morti ad Amendolara per aver chiesto lo stipendio: oggi presidio a Firenze contro il caporalato

Morti ad Amendolara per aver chiesto lo stipendio: oggi presidio a Firenze contro il caporalato

Si chiamavano Amin, Ullah, Safi e Waseem. Erano giovani, giovanissimi – un'età compresa tra i 19 e i 29 anni – ed erano arrivati in Italia dal Pakistan con il sogno e la necessità di un lavoro dignitoso. Quel sogno si è infranto drammaticamente ad Amendolara, in provincia di Cosenza, in un pezzo di terra calabrese dove la dignità umana sembra essersi fermata.

La ribellione per la paga

 I ragazzi lavoravano da oltre un mese nei campi dell'alto Jonio cosentino (nello specifico per la raccolta delle fragole) a fronte di una paga promessa di 45 euro al giorno. Non avendo ricevuto un solo euro e costretti a vivere in condizioni disumane – lamentando persino il ricatto di dover pagare 5 euro al giorno per il trasporto – i cinque braccianti si erano rifiutati di lavorare, pretendendo i propri soldi.

I primi scontri e la trappola

 Una prima accesa discussione era scoppiata già la mattina stessa. Al rientro dal lavoro, mentre i braccianti viaggiavano a bordo di un minivan insieme ai loro aguzzini, la discussione è degenerata. Chi guidava il mezzo si è fermato di proposito presso un distributore di benzina ad Amendolara con il chiaro intento di procurarsi il combustibile per l'azione punitiva.

Il rogo doloso

Gli aggressori hanno bloccato i giovani all'interno del veicolo e hanno appiccato il fuoco al minivan, trasformandolo in una trappola mortale. Amin, Ullah, Safi e Waseem sono rimasti intrappolati nell'abitacolo e sono morti bruciati vivi.

I sopravvissuti

 Dalla strage si è salvato miracolosamente un quinto bracciante, Mohammad Taj Alamyar, che è riuscito a fuggire dalle fiamme e le cui testimonianze sono state decisive per ricostruire l'accaduto. Un sesto uomo del gruppo si è salvato solo perché quel giorno era rimasto a casa per motivi di salute.

Le forze dell'ordine hanno tempestivamente eseguito il fermo di due uomini di 31 anni, connazionali delle vittime, accusati di omicidio plurimo e pluriaggravato, ritenuti i caporali e gli esecutori materiali dell'attacco. Gli inquirenti e i sindacati mantengono comunque un faro acceso sulla filiera più ampia, per accertare se dietro i due esecutori vi siano mandanti legati ai proprietari delle aziende agricole o a reti criminali più estese che gestiscono lo sfruttamento della manodopera sul territorio.

La reazione e la piazza: Firenze risponde presente

La FLAI e la CGIL Nazionale hanno proclamato  una mobilitazione nazionale. Anche Firenze ha risposto prontamente all'appello: la società civile, il mondo sindacale e le reti dell'associazionismo locale si rifiutano di far calare il silenzio sui nomi di Amin, Ullah, Safi e Waseem.

Oggi pomeriggio, alle ore 17:00, si terrà un presidio di protesta e memoria davanti alla Prefettura di Firenze.

La manifestazione vedrà la partecipazione attiva di numerosi lavoratori e lavoratrici migranti, in particolare provenienti dalla comunità pakistana, solidali con i connazionali rimasti vittima del sistema di sfruttamento. Al loro fianco, una fitta rete di sigle del territorio toscano ha già formalizzato l'adesione. Tra le prime realtà a scendere in piazza ci sono Cgil, L'Altrodiritto, Arci, Oxfam, Cat, Cospe, Associazione Progetto Arcobaleno, Consorzio Metropoli, Libera, Coop21 e I Partecipate. "Saremo davanti alla Prefettura per chiedere verità e giustizia", spiegano gli organizzatori. "Non vogliamo che i loro nomi vengano dimenticati. Bisogna urlare con forza che nessuno, in un Paese civile, può e deve morire per aver preteso il proprio salario. Siamo qui per dire, ancora una volta: mai più".

La Prefettura sarà il luogo in cui la comunità fiorentina chiederà risposte concrete alle istituzioni per un monitoraggio più stringente delle filiere lavorative, affinché la sicurezza, i contratti regolari e il rispetto della vita umana tornino a essere una priorità non negoziabile, da Nord a Sud del Paese.

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