06 Ottobre 2026

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Le Parole che Curiamo n. 5 | Ascolto: l'arte di inclinarsi verso l'altro senza giudicare

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Le Parole che Curiamo n. 5 | Ascolto: l'arte di inclinarsi verso l'altro senza giudicare

Le Parole che Curiamo / 5

 

Ci sono parole che usiamo così spesso da averne smussato gli spigoli, riducendole a semplici funzioni burocratiche del quotidiano. Ascolto è una di queste. La confondiamo quotidianamente con il semplice sentire, ovvero con quel processo fisiologico, passivo e ininterrotto per cui i suoni del mondo urtano contro il nostro timpano. Ma il sentire è un atto egocentrico e involontario: percepiamo i rumori dello sfondo mentre continuiamo a fare altro, mentre formuliamo mentalmente la nostra risposta o mentre attendiamo con impazienza il nostro turno di parola.

L'etimologia ci rivela che l'ascolto è un'azione di natura completamente diversa.

L'inclinazione dell'orecchio e del corpo

La parola ascolto deriva dal latino auscultare, un composto formato da auris (orecchio) e da un'antica radice indoeuropea legata al gesto del tendere o dell'inclinare.

Ascoltare, nella sua forma originaria, non è una ricettività passiva: è un movimento del corpo e della mente. È il gesto di chi orienta il padiglione auricolare verso una sorgente sonora, sporgendosi leggermente in avanti, riducendo le distanze ed eliminando le interferenze. Chi ascolta compie un atto di umiltà e di attenzione: piega la propria postura rigida per mettersi alla quota dell'altro.

In un'epoca caratterizzata dall'iper-trofia del discorso e dall'ansia da prestazione comunicativa, dove l'urgenza principale sembra essere quella di affermare un'opinione, posizionarsi o smentire l’interlocutore, l'ascolto si configura come un vero e proprio atto di resistenza culturale e politica.

Sospendere il giudizio per fare spazio

Cosa rende l'ascolto una "parola che cura"?

Quando una persona ci parla, non ci sta semplicemente consegnando delle informazioni; ci sta offrendo una porzione del suo mondo interno. Se rispondiamo immediatamente con un consiglio non richiesto, con un giudizio affrettato o con il classico "è successo anche a me", stiamo rioccupando lo spazio con il nostro ego.
Stiamo dicendo all'altro che la sua storia ha valore solo in quanto specchio della nostra.

L'ascolto terapeutico e sociale richiede invece la temporanea sospensione del giudizio. Significa creare all'interno di sé un vuoto ospitale, una stanza priva di pregiudizi in cui l'esperienza dell'altro possa adagiarsi senza la paura di essere subito misurata, corretta o archiviata.

L'ascolto autentico non cerca soluzioni immediate; offre validazione. Dice all'altro: "Vedo dove sei, sento il peso di ciò che porti e ti riconosco il diritto di esistere con la tua complessità”.

 

Un presidio per la salute mentale e collettiva

Nell'ambito della salute mentale e dell'inclusione sociale, la mancanza di ascolto è una delle forme più sottili e diffuse di solitudine. Ci si ammala e ci si emargina non solo per mancanza di risorse materiali, ma per la sensazione di parlare in un vuoto pneumatico dove nessuno è disposto a "inclinarsi" verso la nostra storia.

Costruire comunità educanti, spazi civici e luoghi di cura significa innanzitutto riabilitare l'ascolto come competenza relazionale primaria.

Significa imparare a stare nel silenzio che intercorre tra una frase e l'altra, tollerare l'incertezza e accettare che la voce dell'altro possa mettere in discussione le nostre certezze. Perché cura non è solo il farmaco che guarisce, ma l'orecchio disposto a condividere il peso della parola prima che diventi insopportabile.

Il 10 ottobre sarà la giornata mondiale dedicata alla salute mentale, ricordiamoci dell’ascolto.

 

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