Spazio: la misura del nostro diritto di esistere | Le Parole che Curiamo n. 4
Con il mese di settembre le nostre giornate riprendono i ritmi consueti. Riaprono le scuole, ripartono le attività lavorative, le città si ripopolano e ciascuno di noi si ritrova a rincorrere, occupare o negoziare il proprio posto nel mondo. In questo contesto di ripartenza collettiva, la parola che merita di essere riscoperta è "spazio".
Nel linguaggio comune tendiamo a considerare lo spazio come una semplice entità geometrica o geografica: un vuoto da riempire, una superficie calpestabile o la distanza fisica che ci separa dagli altri. Nel peggiore dei casi, lo spazio diventa una risorsa privata da difendere con gelosia dall'intrusione altrui.
Eppure, l’origine etimologica di questo termine ci rivela una dinamica infinitamente più profonda, aperta e ricca di speranza.
La parola deriva dal latino spatium (essere aperto). Lo spatium era inteso originariamente non come un perimetro chiuso o un recinto rigido, ma il movimento stesso dell'estendersi: indicava l'opportunità, il tempo opportuno, la distanza aperta per muoversi e fiorire.
Non un luogo stazionario, ma la possibilità di avere respiro e libertà d'azione.
Oggi invece siamo andati probabilmente nella direzione opposta, restringendo sempre di più questo concetto e probabilmente riscoprire questo significato nell'epoca della frenesia urbana e della velocità digitale è un atto di rivoluzione pacifica.
Quando parliamo di inclusione sociale, di salute mentale giovanile o di persone con disabilità, la questione fondamentale è sempre una sola: quanto spazio riconosciamo all'altro?
Esiste uno spazio fisico e urbanistico fatto di marciapiedi senza rampe, trasporti inaccessibili e quartieri progettati senza pensare alle fragilità: barriere che comprimono il diritto alla mobilità. E c'è uno spazio mentale ed emotivo, troppo spesso negato da una società che corre veloce e non lascia spazio all'ascolto del disagio, della vulnerabilità o del fallimento.
Prenderci cura della parola spazio significa dunque smettere di concepirlo come un privilegio per pochi o una proprietà da recintare. Significa trasformarlo in un bene comune: la scelta consapevole di fare spazio all'altro, abbattere le barriere e costruire luoghi, fisici, relazionali e culturali, in cui nessuno debba sentirsi fuori posto o messo ai margini.
Spazio non è ciò che si occupa con la forza, ma ciò che si condivide per far fiorire tutti.

