di Simona Pacini
COLLE DI VAL D'ELSA - Tra qualche giorno uscirà il loro primo ep, “Le illusioni di sempre” che sarà presentato dal vivo la sera stessa, venerdì 13 novembre, a Bottega Roots, Colle Val d’Elsa. Cinque brani originali (l’extended play è un progetto discografico più breve di un album ma più ricco di un singolo) che rappresentano per una band locale come i brianeVo più di un semplice traguardo musicale: si tratta di un vero e proprio rito di passaggio oltre che un punto di svolta concreto.

Ci è sembrata l’occasione giusta per conoscere un po’ più da vicino questo gruppo valdelsano dal nome impossibile.
Ne parliamo con Ivo Grande, che ne è il cantante e chitarrista.
Vogliamo iniziare proprio dal nome? Perché brianeVo?
“L'idea del nome è nata per gioco. Stavamo suonando in sala prove, eravamo ancora in periodo pandemico e da poco le limitazioni che ci avevano tenuti a casa si stavano allentando. Quindi avevamo preso a vederci per suonare insieme cover di Tom Waits e di band post-punk come gli Echo and The Bunnyman. A un certo punto, non so come, mi venne in mente che cambiando una lettera al nome di Brian Eno - grande musicista e produttore inglese - (che si pronuncia Braian Ino), veniva fuori Brian Evo, Braian Ivo, quindi. Il nome, buffo, faceva assonanza col mio e abbiamo pensato di contrarlo in un'unica parola per adattarlo meglio al nome di una band. La "V" maiuscola al posto della "n", sta lì a far risaltare il gioco di sostituzione”.
Qual è la vostra storia?
“Durante la pandemia, io e Alice - che è stata a lungo la bassista del gruppo, un membro fondatore che ha contribuito all'arrangiamento di molti nostri brani e in modo decisivo a creare il nostro suono - fantasticavamo sul fatto che sarebbe stato bello mettere in piedi una band insieme. Alice suonava da anni nelle Cleopatras, una mitica punk band tutta al femminile di cui avevo i dischi e che seguivo nei concerti. Io avevo dei trascorsi da adolescente come sassofonista jazz, e pur essendo da sempre un grande appassionato di canzoni e collezionista di dischi, non avevo mai cantato in vita mia. Mettere su un gruppo sembrava un azzardo e forse proprio per questo l'idea ci piaceva. Trovammo Pino Chimenti come batterista e dopo i primissimi tempi con un veloce passaggio di Gianni Cristofani alla chitarra, chiamammo Marco Mezzetti, che era il leader di una band storica, i Ratoblanco, per chiedergli se gli andasse di suonare la chitarra solista. Così è iniziata, insomma. In seguito, Pino prima e Alice poi sono andati via per ragioni diverse e sono stati sostituiti alla batteria da Leonardo Berrettini, che tutti conoscono suo malgrado come "Gaggio" e al basso da Luciano Pignattai, che tutti chiamano "Gano" da sempre”.

Quello che sta per uscire è il vostro primo lavoro in studio, ma voi siete attivi con concerti dal vivo già da un po’...
“Sì, siamo attivi in Valdelsa più o meno da cinque anni. Credevamo che le canzoni fossero buone, però, quindi ci siamo chiesti se non fosse arrivato il momento di registrarle su un disco e farle ascoltare anche al di fuori della nostra cerchia. Ci siamo risposti di sì”.
Le canzoni sono tutte vostre o fate anche cover?
“Le canzoni sono nostre. Dal vivo facciamo anche alcune cover, una o due. Ultimamente suoniamo spesso "Gelati", una canzone degli Skiantos, una band che ha fatto la storia del rock in Italia, anche per omaggiare un grandissimo autore, Roberto "Freak" Antoni. Suonare cover ci diverte e inoltre permette di ottenere una reazione immediata da parte del pubblico, che le conosce già e le canta a memoria. Ma preferiamo proporre il nostro repertorio originale. La soddisfazione di incontrare gente che canticchia le nostre canzoni per averle ascoltate dal vivo in un paio di occasioni, non ha eguali”.
Quale genere proponete?
“È sempre difficile trovare etichette adeguate per la musica che un gruppo propone. Ognuno di noi viene da un mondo di ascolti suoi e molto diversi. Marco è uno dei più grandi appassionati dei Clash che ci siano in Italia (e secondo me anche al di fuori dei confini nazionali); Gaggio viene anche lui dai Ratoblanco ed è un seguace del rullare sincopato di Charlie Watts, il batterista dei Rolling Stones; Gano viene da esperienze molto diverse, coltivate nei Pink Noise - che ripropongono il repertorio dei Pink Floyd con rigore filologico - e nella Bad Band, gruppo caposaldo del blues in Italia; io sono un devoto adepto, fino all'ossessione, del culto dei Beatles e ho sempre coltivato un interesse per la canzone d'autore in generale. Ma sono semplificazioni, ognuno di noi ascolta molto altro, anche cose che vanno decisamente al di là di questi steccati "classic-rock", se così si può dire. Mettendo insieme tutte queste influenze, per applicare alla nostra musica una comoda etichetta, potremmo affermare che proponiamo un indie-rock cantautorale, con timbri e suggestioni che spesso derivano dal post-punk britannico, genere che amiamo anche per averlo avuto nelle orecchie nei primi anni '80, momento della sua massima fioritura”.

Sembra che le parole per voi siano importanti. Più o meno rispetto alla musica?
“Musica e parole pari sono. A volte le canzoni nascono da un mio testo su cui ho piazzato un paio di accordi, altre volte è Marco a portare un riff di chitarra o una sequenza armonica su cui io sistemo un testo successivamente. In ogni caso, le canzoni si perfezionano per mezzo di soluzioni di arrangiamento che sono frutto del contributo di tutti e quattro”.
Qual è il messaggio che volete veicolare con questo lavoro?
“La copertina racconta molto bene il contenuto del disco. Si tratta di un concept dei nostri amici fotografi Costanza Maremmi e Alessandro Pagni e ritrae un pettirosso fotografato da Costanza in Scozia, sulle rive del lago di Lochness. L'immagine di questo uccellino coraggioso, che si ostina a cantare fra le nebbie dense di uno dei luoghi che da sempre per antonomasia vengono associati alla paura e all'incubo, ci ha subito fatto pensare al nostro disco e ai brani che si porta dentro. Le cinque canzoni che fanno parte di questo ep, infatti, raccontano i sogni come strumento di lotta: sognare diventa un modo per resistere alle storture della realtà. Non è semplice escapismo, le fughe non ci interessano: i sogni riplasmano la realtà, la riconfigurano, cambiandola da dentro; noi crediamo in questo loro potere. Il tempo passa e noi invecchiamo con lui, ma i nostri sogni non invecchiano e ci mostrano la rotta, fino alla fine. Ecco le ragioni del titolo, "Le illusioni di sempre", che è anche il verso di una canzone dei Diaframma, una band italiana che adoriamo dalla prima ora”.
Come lo si può ascoltare e da quando?
“Il disco, che è stato registrato negli studi Music Tribe da Matteo D’Alessandro, uscirà venerdì 13 novembre su tutte le piattaforme e lo presenteremo quella sera stessa, dal vivo, a Bottega Roots a Colle Val d'Elsa (prenotate un tavolo!). Partecipate, ascoltate, fateci sapere le vostre impressioni sui nostri canali social, ci teniamo molto”.


