14 Ottobre 2026

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paolo bartalini

Roberto Gonnelli: «Andai in via Paolo Fabbri ma non suonai il campanello»

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Roberto Gonnelli: «Andai in via Paolo Fabbri  ma non suonai il campanello»

di Simona Pacini

POGGIBONSI - Alla serata di musica in piazza per celebrare Francesco Guccini, tra i chitarristi c’era anche Roberto Gonnelli. Quando l’ho conosciuto, pochi anni fa, al Teatro al Verso di Colle in un recital con Paolo Bartalini, il giornalista poeta, e ho deciso di scriverci qualcosa, non ho trovato materiale su di lui. Questo mi ha fatto nascere l’idea che si trattasse di un artista silenzioso e riservato, anche se può sembrare un ossimoro per una persona che calca le scene e si esibisce in pubblico.

«Non sono completamente d’accordo con il fatto che io stia sul palco in maniera così silenziosa - esordisce Roberto -. Forse è vero per quanto riguarda il lato musicale, anche se per diversi anni ho fatto parte di un gruppo dal nome improbabile, Mendrastici. Suonavamo brani di nostra composizione, per la maggior parte scritti da me e poi arrangiati insieme. Abbiamo fatto concerti nei peggiori locali della provincia, diversi circoli e qualche festa paesana, poi purtroppo l’esperienza è stata sospesa. Per questo porto avanti i miei brani in coppia con Paolo Bartalini, con cui condivido una lunga frequentazione della canzone d’autore e un’unità d’intenti, anche se con codici diversi. Un’altra mia grande passione è il teatro. Di questo invece si trovano diverse tracce, con foto e articoli degli spettacoli a cui ho preso parte. Ci sono state però delle volte in cui le due passioni si sono intrecciate. Come in Esercizi di stile di Raymond Queneau, per la regia di Francesco Burroni, con la versione della storia ripetuta in canzone. O Il sogno di Strindberg, diretto da Mila Moretti, presentato al Teatro del Navile a Bologna, cofondato da Lucio Dalla con Nino Campisi. Ancora con la regia di Mila Moretti, in uno spettacolo dedicato al Boccaccio, chiudevo recitando Re Carlo ritorna dalla battaglia di Poitiers di De André. E infine con Pietà per Icaro della Compagnia Francesca Selva, dove ho recitato un monologo da Muss es sein di Leo Ferré».

Roberto Gonnelli
Roberto Gonnelli

Come sei arrivato a suonare in Questa domenica in settembre a Poggibonsi?

«Da tempo avrei voluto fare una cover band di canzoni di Guccini, anche in tempi meno sospetti di questi. Quando Stefano (Cucini, ndr) mi disse che aveva bisogno di una chitarra al suo fianco per questa serata, gli ricordai che avevamo già fatto qualche brano di Guccini insieme verso la metà degli anni ‘80 per la Festa della Donna all’ex-cinema di Staggia Senese. Ovviamente ho accettato la proposta con entusiasmo».

Che cosa ti lega a Guccini?

«Guccini l’ho conosciuto un po' come tutti e per motivi anagrafici il primo disco che ho ascoltato è stato Amerigo. Quel ritratto così perfetto nei dettagli e pieno di immagini mi colpì molto, per non parlare di Libera nos Domine, setacciata al millimetro nel testo e ancora molto attuale. La ricerca del linguaggio, dei vocaboli colti, l’uso del verso, i testi mai banali o scontati fecero breccia nell’animo di un ragazzino curioso di provincia. Da lì è partita la ricerca dei dischi precedenti. Poi seguirono i pomeriggi interi passati ad ascoltarlo e a provare a riprodurne i brani alla chitarra. La sua musica contiene griglie armoniche spaziose e ben costruite che vanno ben oltre, fin dagli esordi, alle pentatoniche a cui Dylan ci aveva abituato. Oltre a seguire molti suoi concerti, sono poi stato anch’io in via Paolo Fabbri, davanti alla sua porta. Non ho resistito ad arrivare fin lì, ma non ho suonato…»

Guccini affronta temi personali e politici nei suoi brani, spesso descrive la società contemporanea cogliendone criticamente mode e atteggiamenti. Anche le tue canzoni parlano spesso di temi sociali. Quale dei filoni preferisci? Ti lasci ispirare da lui e da altri?

«Potrei fare tutti i grandi nomi della canzone d’autore e non mi fermerei a quelli italiani. Ognuno aveva un suo modo ed un suo stile che scavava dentro ed emozionava. Ovviamente Guccini è stato un grande ispiratore ed uno dei più importanti. Se fai canzone d’autore o quanto meno provi a farla, non puoi fingere di non sapere chi c’è stato prima e quanto ti ha lasciato... La mia generazione ha avuto la fortuna di crescere in un periodo in cui ogni disco che usciva era un capolavoro e c’erano così tante voci da ascoltare e così tante pietre miliari di questo genere musicale, dove cultura, letteratura, storia, poesia ed arte scorrevano nei testi con naturalezza. Essere cresciuti allora non può che lasciare il vizio di credere nella possibilità di un mondo migliore, o quanto meno di provarci. Anche nelle canzoni d’amore o di “incontri” di Guccini si intuisce la sua visione del mondo. Siamo cresciuti con la parola “utopia”, oggi sostituita dalla “resilienza”, termine orribile se applicato al genere umano. Per questo non saprei dire quale dei due filoni preferisco: nella canzone d’autore, come nella poesia, spesso il microcosmo riflette il macrocosmo e le contraddizioni del mondo esterno. Senza la necessità di essere egoici».

Roberto Gonnelli
Roberto Gonnelli

Quali sono i messaggi che intendi lanciare quando scrivi e quando canti?

«De André diceva che c’è un motivo solo per cui si scrivono canzoni ed è ovviamente diverso per ognuno. Nei miei testi si trovano entrambi i filoni di cui parlavamo prima, mettendo sempre al centro l’uomo e le sue storie di vita di fronte alle contraddizioni e alle ipocrisie delle strutture sociali. Non avendo scritto hits o canzoni di successo (nemmeno saprei farlo), non ho idea di quali potrebbero essere i brani più rappresentativi della mia produzione. Mi trovo comunque a proporre in concerto pezzi che hanno più di venti anni, insieme ad alcuni più recenti. Aver scritto cose non superate dal tempo o dalla maturità mi sembra un ottimo segno. Tra i personaggi che abitano alcuni dei miei testi, ci possono essere un Eddy Merckx, noto ciclista degli anni ‘70, usato per fare un parallelo con il tempo che vince sempre, oppure un capitano di vascello che si appresta al suo ultimo viaggio in mare. Ho scritto un brano su Pippa Bacca, straordinaria artista e portatrice di pace, la cui storia dovrebbe essere conosciuta da tutti. Ho preso in prestito, ispirato da un racconto di Daniele Boccardi, il signor Tilegio Tilegi che si porta a casa uno scimpanzé da un viaggio in Africa. La scimmia riusciva a intuire con istinto animale dove l’uomo aveva un prurito incurabile. Io ho immaginato che questo fosse un sintomo della solitudine. Ho parlato della riduzione del sogno dei nostri tempi, con il protagonista che decide di fuggire alle Formiche di Grosseto, non troppo lontano da casa. Di un giovane a cui arriva la chiamata alle armi e descrive con lucidità l’ipocrisia di chi crede negli eroi che stanno al gioco della guerra. Ne “Il cretto”, della mancanza di continuità della società odierna con il passato, con il mondo delle generazioni precedenti, avvenuto prima con il consumismo e poi con la digitalizzazione, fino alla perdita della presenza del corpo nel mondo reale. Potrei proseguire a lungo, ma è meglio farlo in concerto…»

Paolo Bartalini e Roberto Gonnelli
Paolo Bartalini e Roberto Gonnelli

E invece la tua canzone preferita in assoluto?

«Anche a questo è difficile rispondere senza fare qualche torto. Di Guccini direi Van Loon; poi Atlantide di un certo De Gregori; Il sogno di Maria di De Andrè; senza dimenticare Bird on a wire di Cohen».

«Fin dalle prove è nato spontaneo l’entusiasmo e il divertimento nel suonare insieme le canzoni del Maestrone. Poi, sentire tutto il pubblico cantare le canzoni con cui siamo cresciuti è stato un bell’abbraccio a Guccini ed alla poesia. Una partecipazione sociale che ci manca, ma che ci fa capire che se si propongono le cose belle, quelle che ci appartengono davvero, la gente esce ancora di casa. Non possiamo dimenticare la bellezza».

Roberto Gonnelli: «Andai in via Paolo Fabbri  ma non suonai il campanello»

 

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