26 Ottobre 2026

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Grey Noralba

Il nome di lui, l’origine di lei

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Il nome di lui, l’origine di lei

Nel racconto di un femminicidio, anche l'ordine delle parole conta. Chi viene nominato per primo, chi compare nel titolo, chi viene identificato attraverso il proprio nome e chi, invece, attraverso la relazione sentimentale o la provenienza geografica: sono scelte che contribuiscono a costruire la percezione pubblica di una vicenda. Nel caso della donna colombiana di 36 anni uccisa a Vergiate, nel Varesotto, il confronto tra le prime notizie pubblicate da diverse testate giornalistiche solleva una questione che riguarda la responsabilità dell'informazione: perché il nome dell'uomo accusato del delitto compare con immediatezza, mentre la donna viene inizialmente descritta come «la fidanzata», «la compagna» o «una donna di origine straniera»?

Le prime cronache del 23 ottobre 2026 mostrano questa differenza. ANSA ha pubblicato titoli incentrati sull'uomo che si è costituito, mentre nel testo iniziale la vittima veniva descritta come una donna di 36 anni, di origine straniera o colombiana. Una formulazione simile compare nelle prime notizie di RaiNews, del Corriere della Sera e de La Stampa, dove il nome di Marco Panichi era già presente nel titolo, mentre quello della donna non veniva riportato nella stessa posizione. Altre pubblicazioni, tra cui alcuni aggiornamenti de Il Giorno, Fanpage.it e Il Resto del Carlino, hanno successivamente riportato il nome completo della vittima, Grey Noralba Sanmartin Villalba.

Questa ricognizione non costituisce un censimento esaustivo di tutte le testate italiane e non consente di attribuire una percentuale rappresentativa all'intero sistema dell'informazione. Permette, però, di osservare una dinamica concreta: nella prima fase della copertura, l'identità dell'uomo accusato risulta spesso più immediatamente riconoscibile di quella della donna uccisa.

Non è necessario supporre un'intenzione discriminatoria da parte dei giornalisti per interrogarsi sugli effetti di questa scelta. Nella cronaca quotidiana, la rapidità di pubblicazione, la disponibilità delle informazioni e le procedure redazionali possono influire sulla costruzione dei titoli. Tuttavia, quando una modalità narrativa si ripete, merita di essere analizzata per ciò che produce nel racconto pubblico.

Il nome proprio attribuisce immediatamente un'identità individuale. Permette al lettore di riconoscere una persona distinta dalle altre e di collegare alla sua figura una serie di fatti, dichiarazioni e responsabilità. Quando invece una donna viene indicata soltanto come «la compagna» o «la fidanzata», la sua identità rischia di essere definita attraverso la relazione con l'uomo accusato di averla uccisa. Non è più, almeno nella prima rappresentazione della notizia, una persona con una propria storia, ma una figura collocata all'interno della vicenda maschile.

La differenza diventa ancora più significativa quando alla relazione sentimentale si aggiunge l'origine nazionale. Definire una donna «colombiana» può essere pertinente se la nazionalità è rilevante per comprendere un fatto, ma non dovrebbe diventare il principale elemento attraverso il quale viene identificata. La provenienza geografica è un dato biografico, non una spiegazione della violenza subita e nemmeno un sostituto automatico del nome.

Nel caso di Vergiate, la donna non era soltanto la compagna di un uomo di 53 anni né soltanto una cittadina colombiana. Aveva 36 anni e una propria esistenza, fatta di relazioni, esperienze e legami che non coincidono con la cronaca della sua morte. Il fatto che la sua identità sia emersa in modo diverso da una testata all'altra mostra quanto sia importante interrogarsi sui criteri con cui vengono selezionate le informazioni da inserire nei titoli.

Il linguaggio giornalistico non è mai una semplice trascrizione dei fatti. Stabilisce una gerarchia delle informazioni: ciò che compare nel titolo viene percepito come prioritario; ciò che resta nel corpo dell'articolo richiede un'attenzione ulteriore; ciò che viene omesso può rimanere fuori dalla percezione del lettore. Per questo la scelta di nominare subito l'uomo e rinviare il nome della donna può produrre uno squilibrio simbolico, anche quando non deriva da una decisione consapevole di sminuirla.

La questione non si risolve, tuttavia, imponendo l'obbligo di pubblicare sempre il nome della vittima. Esistono situazioni nelle quali l'anonimato è necessario per tutelare la persona, la sua famiglia o altri soggetti coinvolti. Il rispetto della dignità richiede una valutazione del contesto, dell'interesse pubblico e delle possibili conseguenze della pubblicazione. Il problema nasce quando la differenza di trattamento non è il risultato di una scelta motivata di tutela, ma di un automatismo narrativo che attribuisce all'uomo un'identità piena e alla donna una posizione subordinata nella storia.

Il Manifesto di Venezia, sottoscritto nel 2017, invita il giornalismo a raccontare la violenza contro le donne evitando stereotipi, rappresentazioni sensazionalistiche e linguaggi che possano sminuire la gravità dei fatti o spostare l'attenzione sulla condotta della vittima. Il suo obiettivo è promuovere una narrazione capace di riconoscere la responsabilità della violenza e di non riprodurre modelli culturali che giustificano il controllo, il possesso o la subordinazione femminile.

Anche il Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti, in vigore dal 1° giugno 2025, richiama il rispetto della dignità delle persone coinvolte nella cronaca. Le disposizioni relative alla violenza di genere e all'uso delle immagini richiedono attenzione al linguaggio, all'essenzialità dell'informazione e alla tutela delle vittime e dei loro familiari. Non stabiliscono che ogni titolo debba necessariamente contenere il nome della donna, ma impongono di considerare le conseguenze delle scelte narrative e di evitare rappresentazioni che la colpevolizzino o ne riducano la dignità.

C'è poi un secondo aspetto: la tendenza a presentare la donna attraverso la sua origine straniera. Nelle prime ore successive a un delitto, l'indicazione della nazionalità può essere utilizzata per identificare una persona ancora sconosciuta al pubblico. Ma, se diventa l'elemento dominante della narrazione, rischia di trasformare la provenienza in una caratteristica totalizzante. La donna viene riconosciuta come appartenente a un gruppo nazionale prima ancora di essere raccontata come individuo.

Questo meccanismo merita attenzione soprattutto quando si intreccia con stereotipi sulle donne migranti o sulle relazioni sentimentali tra persone di origini diverse. La nazionalità non deve diventare una chiave interpretativa automatica della vicenda, né può essere utilizzata per suggerire spiegazioni culturali non dimostrate. Il rischio è che l'origine della vittima venga enfatizzata mentre altri elementi della sua vita restano invisibili.

Una prospettiva utile è quella dell'intersezionalità, elaborata dalla giurista Kimberlé Crenshaw. Il concetto mostra come genere, razzializzazione e origine possano interagire nel determinare il modo in cui una persona viene rappresentata e riconosciuta. Applicato al linguaggio giornalistico, invita a chiedersi se una donna venga raccontata attraverso la propria individualità oppure principalmente attraverso categorie che la collocano in una posizione di alterità rispetto al pubblico.

Questo non significa che ogni riferimento alla nazionalità sia discriminatorio, né che si possa dedurre un'intenzione razzista dal solo uso della parola «straniera». Significa, piuttosto, verificare se l'informazione sia pertinente, se venga utilizzata con coerenza e se contribuisca davvero a comprendere la notizia. Se la nazionalità non aiuta a spiegare il fatto, la sua centralità nel titolo può essere superflua; se il nome della donna è noto e può essere pubblicato nel rispetto dei suoi diritti, ometterlo senza una ragione chiara può ridurne la riconoscibilità pubblica.

La stessa attenzione dovrebbe riguardare le fotografie. Accostare l'immagine dell'uomo accusato a quella della donna in momenti felici della relazione può rendere il racconto più immediato, ma rischia anche di costruire una narrazione centrata sulla coppia e sulla sua presunta normalità. La donna viene così ricordata attraverso una relazione che, dopo la sua morte, diventa il principale oggetto dell'attenzione mediatica. I suoi familiari e le persone che le volevano bene possono ritrovarsi esposti alla ripetizione di immagini private, diffuse in un contesto che non avevano scelto.

Il giornalismo deve quindi interrogarsi non soltanto su chi viene nominato, ma anche su come viene mostrato. Una fotografia non è un elemento neutro: seleziona un momento, orienta l'interpretazione e può suggerire significati che i fatti accertati non autorizzano. La disponibilità di immagini sui social non elimina il dovere di valutare la loro necessità informativa.

Raccontare una vittima con rispetto non significa trasformarla in un simbolo privo di individualità, né sottrarla alla cronaca. Significa restituirle una presenza che non sia subordinata alla figura dell'uomo accusato. Significa non ridurla alla sua nazionalità, alla relazione sentimentale o alle circostanze della morte. E significa ricordare che i familiari non sono semplici fonti di informazioni: sono persone che affrontano un lutto e che possono essere ferite da una rappresentazione pubblica insistente o priva di adeguata sensibilità.

La differenza tra nominare un uomo e identificare una donna attraverso il rapporto con lui non prova, da sola, una discriminazione intenzionale. È però un segnale che le redazioni possono utilizzare per verificare le proprie abitudini linguistiche. Prima di pubblicare un titolo, la domanda dovrebbe essere semplice: questa formulazione informa meglio il lettore oppure riproduce una gerarchia narrativa nella quale l'uomo è protagonista e la donna resta una figura accessoria?

Il diritto di cronaca richiede accuratezza, tempestività e libertà di informazione, ma anche consapevolezza del potere delle parole. La notizia di un femminicidio deve permettere di comprendere il fatto, seguire gli sviluppi giudiziari e riflettere sulla violenza contro le donne. Non dovrebbe limitarsi a rendere riconoscibile l'uomo accusato, lasciando che la donna emerga soltanto come «la compagna» o «la colombiana».

Il nome di una donna non restituisce la vita che le è stata tolta. Può però contribuire a riconoscerla come persona, separandola dalla sola identità di vittima. Quando la sua pubblicazione è appropriata e rispettosa, non è un dettaglio anagrafico: è una scelta che riconosce che quella vita aveva una storia propria.

La qualità dell'informazione si misura anche da questo equilibrio. Non basta raccontare chi è stato fermato, dove è avvenuto il delitto e quali ipotesi sono al vaglio degli investigatori. Occorre interrogarsi su come il racconto distribuisce visibilità, individualità e responsabilità.

 

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