Cuba, la Gaza silenziosa: un popolo stretto tra blocco, sanzioni e crisi umanitaria
C’è un elemento che rende oggi la crisi cubana particolarmente drammatica: non si tratta soltanto delle difficoltà strutturali dell’economia dell’isola, ma dell’intreccio fra queste fragilità, il peso di oltre sessant’anni di embargo statunitense, le difficoltà di accesso ai mercati e al credito internazionali, le conseguenze di eventi climatici estremi e, più recentemente, le nuove restrizioni statunitensi sul petrolio.

Le Nazioni Unite hanno segnalato che la scarsità di carburante sta mettendo sotto pressione ospedali, approvvigionamento idrico, distribuzione degli alimenti e servizi essenziali, con conseguenze particolarmente pesanti per bambini, anziani, malati e po’ ra anche per persone meno vulnerabili. Il bloqueo non è nato ieri. Le prime restrizioni economiche statunitensi risalgono all’ottobre del 1960, quando Washington impose un embargo sulle esportazioni verso Cuba, con eccezioni per alimenti e medicinali. Il 3 febbraio 1962 John F. Kennedy proclamò poi l’embargo generale sul commercio con l’isola, entrato in vigore il 7 febbraio. Negli anni successivi il sistema di restrizioni si è progressivamente ampliato, fino a trasformarsi in un complesso apparato di sanzioni finanziarie, commerciali e territoriali.
Da allora Cuba ha vissuto dentro una condizione di isolamento economico che ha attraversato governi americani democratici e repubblicani. Ma durante la prima amministrazione Trump, dal 2017 al 2021, la politica verso l’Avana venne nuovamente irrigidita: furono introdotte restrizioni sui viaggi, sulle transazioni finanziarie e sulle rimesse, mentre vennero rafforzate le misure destinate a limitare l’accesso di Cuba al sistema finanziario internazionale. Il Dipartimento del Tesoro dichiarava esplicitamente che l’obiettivo era quello di isolare finanziariamente il governo cubano.
Il secondo ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha aperto una fase ancora più dura. Nel gennaio 2026 Trump ha dichiarato un’emergenza nazionale riguardante Cuba e ha istituito un meccanismo che consente agli Stati Uniti di imporre dazi aggiuntivi alle merci provenienti da Paesi che forniscono direttamente o indirettamente petrolio all’isola. È una misura che non si limita quindi al rapporto bilaterale Washington-L’Avana, ma cerca di condizionare anche le relazioni economiche di Paesi terzi con Cuba.
È proprio sul terreno dell’energia che le conseguenze sono diventate più drammatiche. Secondo l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, la scarsità di petrolio ha compromesso la produzione e la distribuzione di alimenti, il sistema di razionamento, gli ospedali, la conservazione dei medicinali e la disponibilità di acqua, dal momento che gran parte delle infrastrutture idriche dipende dall’elettricità. L’ONU ha riferito inoltre che le interruzioni di corrente stanno mettendo sotto pressione servizi essenziali come dialisi, oncologia, assistenza materna e conservazione di vaccini e prodotti sanguigni.
In queste condizioni, parlare soltanto di “crisi economica” rischia di essere riduttivo. Quando manca il carburante, manca anche la possibilità di trasportare gli alimenti; quando manca l’elettricità, gli ospedali non possono funzionare normalmente e l’acqua non può essere pompata; quando il sistema finanziario è sottoposto a restrizioni, diventa più difficile acquistare all’estero ciò che non viene prodotto internamente. È una catena nella quale la crisi economica si trasforma progressivamente in crisi sociale e umanitaria. Nel giugno 2026 l’Alto Commissario ONU per i diritti umani Volker Türk ha affermato che le sanzioni statunitensi e le restrizioni sul carburante stavano mettendo a rischio la vita della popolazione cubana e ha chiesto la sospensione delle misure che incidono sull’accesso a cibo, medicine ed energia.
È in questo scenario che nasce un parallelo inevitabile con Gaza, anche se le due situazioni storiche e politiche non sono identiche e non devono essere confuse. A Gaza la popolazione civile vive da anni dentro un sistema di blocco, guerra, distruzione delle infrastrutture e limitazione dell’accesso ai beni essenziali; a Cuba non esiste una guerra paragonabile né un'occupazione militare israeliana. Tuttavia, l'immagine di una “Gaza silenziosa” può essere utilizzata come metafora politica per descrivere una popolazione che, senza essere sottoposta a bombardamenti quotidiani, sperimenta ugualmente penuria, isolamento, interruzioni dell’elettricità, difficoltà nell’accesso all’acqua, agli alimenti e alle cure. Il punto comune evocato da questo parallelismo è soprattutto quello della popolazione civile che finisce per pagare il prezzo di uno scontro geopolitico fra Stati e potenze.
Ed è proprio qui che ritorna una frase che dovrebbe appartenere a un principio elementare del diritto e della convivenza internazionale: “gli alimenti non dovrebbero mai diventare uno strumento di pressione politica. Quando una misura economica finisce per compromettere la possibilità di una popolazione di procurarsi carburante, medicine, acqua o generi alimentari, la questione non è più soltanto commerciale. Diventa una questione umanitaria e, come hanno sottolineato gli esperti delle Nazioni Unite, riguarda direttamente il diritto alla vita e la dignità della persona”.
La vicenda assume inoltre un significato particolare se si guarda alla storia della Rivoluzione cubana e a quello che venne definito internazionalismo proletario. Per decenni Cuba cercò di presentarsi non soltanto come un Paese socialista, ma come parte di un più ampio fronte dei popoli del Sud globale contro colonialismo, apartheid, imperialismo e dominio delle grandi potenze. Medici, insegnanti, tecnici e militari cubani furono inviati in numerosi Paesi dell’Africa e del Terzo Mondo. La storiografia ha documentato la dimensione sanitaria, educativa e politica di questo internazionalismo, dall’Algeria all’Angola e ad altri Paesi africani.
La Palestina occupava un posto importante in questa visione del mondo. Cuba sostenne a lungo la causa palestinese e nel settembre 1973 interruppe le relazioni diplomatiche, commerciali e culturali con Israele, mentre rafforzava i rapporti con il movimento nazionale palestinese. Documenti delle Nazioni Unite dell’epoca testimoniano ripetutamente il sostegno espresso da Fidel Castro e dal governo cubano ai diritti del popolo palestinese e all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.
Questa storia rende ancora più significativo il contrasto fra il ruolo che Cuba aveva cercato di svolgere nel mondo e la condizione nella quale oggi si trova. Un Paese che per decenni ha inviato medici e personale civile nei Paesi più poveri si trova ora a dover affrontare una grave carenza di carburante, medicinali e beni essenziali. È una delle ironie più dolorose della storia contemporanea: un’isola che aveva costruito parte della propria identità internazionale attorno alla solidarietà con i popoli sottoposti alla povertà e al colonialismo oggi chiede a sua volta solidarietà di fronte a una crisi che rischia di trasformarsi in emergenza umanitaria.
La questione cubana, allora, va oltre Cuba. Riguarda il rapporto fra le grandi potenze e i Paesi economicamente più deboli, e pone una domanda difficile: fino a che punto una potenza può utilizzare la propria forza finanziaria, commerciale e geopolitica per costringere un altro Paese a cambiare il proprio sistema politico senza che il costo ricada soprattutto sulla popolazione? Il dibattito internazionale sulle sanzioni è complesso e non riguarda soltanto Cuba, ma l’esperienza cubana mostra con particolare evidenza il problema dell’effetto extraterritoriale delle misure economiche: quando le restrizioni arrivano a condizionare banche, compagnie di navigazione, assicurazioni e imprese di Paesi terzi, l’asimmetria fra una grande potenza e un piccolo Stato diventa ancora più evidente. Documenti delle Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione proprio per gli effetti delle misure statunitensi sull’accesso di Cuba a finanziamenti, energia e beni essenziali.
In questa prospettiva, Cuba e Gaza appartengono a storie profondamente diverse, ma possono diventare due immagini della stessa domanda morale: può la popolazione civile essere trasformata in uno strumento di pressione nei conflitti fra Stati? La storia di Cuba, della Palestina e di molti altri Paesi del Sud globale ricorda infine che l’ordine internazionale non è mai stato soltanto una questione di diritto astratto: è anche una questione di rapporti di forza. E quando una superpotenza dispone degli strumenti finanziari, commerciali e diplomatici per isolare un Paese molto più piccolo, l’asimmetria è evidente.

