17 Agosto 2026

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Europei di nuoto

Il razzismo strutturale nello sport e la crisi dell’identità italiana

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Il razzismo strutturale nello sport e la crisi dell’identità italiana

di Yuleisy Cruz Lezcano


Il razzismo nello sport non è un residuo del passato e non può essere spiegato soltanto come la somma di comportamenti individuali di persone ignoranti o provocatorie. La ricerca sociologica e gli studi sullo sport mostrano che la discriminazione razziale può riprodursi anche all'interno di istituzioni apparentemente neutrali, attraverso stereotipi, aspettative sociali, linguaggi, pratiche mediatiche e forme di riconoscimento diseguale. Lo sport, proprio perché è uno degli spazi pubblici più visibili della società contemporanea, rende questi meccanismi particolarmente evidenti.

La prima cosa da chiarire, quindi, è che parlare di razzismo strutturale non significa sostenere che ogni persona, ogni tifoso o ogni istituzione sia razzista. Significa riconoscere che una società può produrre e riprodurre disuguaglianze anche quando non esiste una volontà esplicita di discriminare. È una distinzione fondamentale. Il pregiudizio individuale è una componente del problema; il razzismo strutturale riguarda invece i meccanismi attraverso i quali determinati stereotipi diventano persistenti, si trasmettono culturalmente e finiscono per condizionare il modo in cui alcune persone vengono percepite, giudicate e trattate.

Lo sport è un laboratorio straordinariamente efficace per osservare questo fenomeno. In teoria, rappresenta il luogo perfetto della meritocrazia: una corsa ha un tempo, un salto ha una misura, una gara ha un risultato. L'atleta dovrebbe essere giudicato sulla base della propria prestazione. Ma la ricerca dimostra che il risultato sportivo non elimina automaticamente i pregiudizi. Al contrario, in determinate circostanze il successo di un atleta appartenente a una minoranza può diventare proprio ciò che rende più visibile la tensione tra merito e appartenenza.

Uno studio di Beatrice Magistro e Morgan Wack sulla Serie A italiana ha analizzato oltre 6.500 osservazioni relative ai giocatori tra il 2009 e il 2021, utilizzando anche dati sul tono della pelle. I ricercatori hanno riscontrato che i giocatori con pelle più scura ricevevano più falli e cartellini rispetto a quelli con pelle più chiara, anche dopo aver controllato diversi fattori legati alla prestazione. L'analisi ha inoltre fornito indicazioni preliminari sul ruolo della presenza del pubblico nel generare decisioni più sfavorevoli nei confronti dei giocatori dalla pelle più scura. Il dato è particolarmente importante perché sposta la discussione dal comportamento apertamente razzista alla possibilità che il pregiudizio agisca anche attraverso meccanismi meno consapevoli e apparentemente neutrali.

È proprio questo uno degli aspetti più difficili da comprendere del razzismo contemporaneo: non sempre si manifesta attraverso un insulto esplicito. Può manifestarsi attraverso aspettative differenti, sospetti differenti, interpretazioni differenti dello stesso comportamento. Può operare attraverso l'idea che un atleta nero sia «fisicamente dotato» ma meno intelligente, che un atleta bianco rappresenti più naturalmente la nazione, che una donna nera debba dimostrare maggiormente la propria rispettabilità o che una persona con origini straniere debba continuamente giustificare la propria appartenenza.

La letteratura accademica ha mostrato quanto queste dinamiche possano essere intrecciate. Il concetto di intersezionalità è particolarmente utile perché consente di comprendere come razza, genere, origine, classe e altri fattori non agiscano necessariamente separatamente. La ricerca sulle esperienze delle atlete nere, per esempio, ha evidenziato come razzializzazione e genere possano sovrapporsi, producendo forme specifiche di controllo e stigmatizzazione. Un recente studio sul linguaggio utilizzato nei social nei confronti della cestista Angel Reese mostra proprio come termini apparentemente riferiti al comportamento possano funzionare come forme di controllo razzializzato e sessualizzato nei confronti delle donne nere.

Il problema, dunque, non è semplicemente che «qualcuno insulta un atleta». Il problema è ciò che quell'insulto rivela sulla concezione dell'appartenenza che una parte della società continua a coltivare.

In Italia questa questione assume una particolare delicatezza perché continua a essere diffusa una concezione dell'italianità fortemente legata all'aspetto fisico e alla genealogia. Non è necessario che questa concezione venga formulata esplicitamente. È sufficiente osservare ciò che accade quando un atleta italiano dalla pelle nera conquista una medaglia, stabilisce un record o indossa la maglia azzurra.

Il caso di Sara Curtis è particolarmente significativo. La nuotatrice, nata in Italia da padre italiano e madre nigeriana, ha raccontato pubblicamente di avere ricevuto commenti secondo cui i suoi record sarebbero stati «nigeriani» e non italiani. È un passaggio rivelatore: non viene contestato il cronometro, non viene analizzata la tecnica, non viene messa in discussione la preparazione atletica. Viene messa in discussione la sua appartenenza nazionale. È difficile immaginare una contraddizione più evidente.

Un'atleta italiana sale sul podio e una parte del pubblico non riesce a concentrarsi sulla sua prestazione perché prima deve stabilire se il suo volto corrisponda all'immagine che quel pubblico ha costruito dell'italiana «autentica». Qui il problema non è più l'immigrazione, non è la cittadinanza né la politica dei confini nemmeno il dibattito sull'immigrazione irregolare. È qualcosa di molto più elementare e, per questo, più profondo: l'incapacità di riconoscere come italiana una persona che non corrisponde a un'immagine razzializzata dell'italiano.

Una persona può essere figlia di immigrati, avere un genitore italiano e uno straniero, essere nata in Italia, essere arrivata in Italia da bambina, essere naturalizzata, avere nonni provenienti da un altro continente o possedere una storia familiare che attraversa più Paesi. Queste condizioni possono essere parte della sua biografia, ma non costituiscono una graduatoria dell'italianità. E soprattutto non esiste una relazione necessaria tra colore della pelle e nazionalità.

Il problema diventa ancora più evidente quando il pregiudizio compare sotto i post dedicati alle vittorie. Le parole «Africa», «non è italiano», «non è italiana» e altre espressioni analoghe, quando vengono utilizzate per negare l'appartenenza dell'atleta, non rappresentano una semplice opinione sull'immigrazione. Sono un dispositivo di esclusione: trasformano l'origine familiare o il colore della pelle in una prova che dovrebbe dimostrare l'estraneità alla nazione. È una forma di razzializzazione dell'identità nazionale.

La ricerca internazionale sul rapporto tra sport, identità nazionale e razza ha documentato esattamente questo meccanismo. Max Mauro, studiando la rappresentazione degli eroi sportivi appartenenti a minoranze etniche e con identità nazionali multiple, osserva come gli atleti neri ed etnicamente minoritari possano essere messi in discussione proprio sul piano della loro appartenenza alla nazione. Il paradosso è evidente: l'atleta può rappresentare un Paese sulla scena internazionale e, contemporaneamente, essere considerato da alcuni suoi connazionali come «non abbastanza» appartenente a quel Paese. 

Lo sport rende questa contraddizione quasi teatrale. L'atleta indossa una divisa nazionale, gareggia sotto una bandiera, rappresenta istituzionalmente il Paese e può contribuire a costruirne l'immagine internazionale. Ma una parte del pubblico continua a sottoporlo a un esame identitario basato sui tratti somatici.

È qui che la retorica del merito diventa interessante. Spesso si dice che «nello sport conta soltanto il merito». È un principio giusto, ma non sufficiente. Il problema è che il merito dovrebbe essere riconosciuto indipendentemente dall'identità razziale dell'atleta. Se, dopo aver raggiunto lo stesso risultato, un atleta deve dimostrare anche di essere «abbastanza italiano», allora il merito non è più l'unico criterio di giudizio.

Per alcuni basta vincere, per altri bisogna vincere e contemporaneamente dimostrare di appartenere. Questa è una forma di disuguaglianza simbolica.

Gli Harlem Globetrotters rappresentano, da questo punto di vista, una potente metafora storica. La loro origine risale alla scena del basket afroamericano di Chicago degli anni Venti, in un contesto nel quale la segregazione limitava pesantemente l'accesso degli atleti neri alle competizioni. La loro storia ufficiale colloca la fondazione nel 1926; le ricostruzioni storiche più dettagliate mostrano tuttavia che la formazione del gruppo e l'evoluzione del nome furono più complesse, con il primo incontro itinerante documentato nel gennaio 1927 e il nome «Harlem Globetrotters» affermatosi successivamente. Questa precisazione storica è importante perché consente di evitare una narrazione troppo semplice. Non si trattò semplicemente di una squadra che «abbandonò il professionismo» nel 1926. Il gruppo nacque all'interno della realtà del basket nero di Chicago e si sviluppò come squadra itinerante in un sistema nel quale le opportunità offerte ai giocatori afroamericani erano fortemente condizionate dalla segregazione. Eppure proprio da quella marginalizzazione nacque uno dei fenomeni più riconoscibili della storia dello sport mondiale. La vicenda dei Globetrotters mostra che il talento non ha bisogno di essere autorizzato dal pregiudizio per esistere. Ma mostra anche qualcosa di più: quando le strutture impediscono a un gruppo di accedere ai canali dominanti, quel gruppo può essere costretto a creare percorsi alternativi per rendere visibile il proprio talento.

Quasi un secolo dopo, il problema ha cambiato forma. Le barriere non sono necessariamente porte chiuse. Possono essere commenti, stereotipi, algoritmi, rappresentazioni mediatiche e criteri impliciti attraverso i quali alcune persone vengono percepite come più o meno appartenenti e il web ha amplificato questa trasformazione. Infatti, i social network hanno democratizzato la possibilità di parlare direttamente agli atleti, ma hanno contemporaneamente reso possibile una forma di aggressione continua, pubblica e potenzialmente virale. La ricerca sul razzismo nel calcio britannico mostra come, mentre alcune forme di abuso razzista negli stadi possono diminuire, una parte consistente della violenza si sia spostata nello spazio digitale. Gli studi sulle reti sociali evidenziano inoltre che il problema non riguarda soltanto il singolo autore del commento: i social costruiscono reti di interazione nelle quali determinati messaggi possono essere ripetuti, rilanciati e normalizzati. Questo è un passaggio decisivo. Il web non inventa necessariamente il pregiudizio; ne aumenta la visibilità, la velocità e la capacità di raggiungere direttamente la persona bersaglio.

Anche la ricerca psicologica e sociologica sui giovani mostra che il modo in cui l'etnia viene affrontata nei diversi contesti sociali produce conseguenze differenti. In una ricerca nazionale condotta nel 2017 su 4.011 studenti ha messo in discussione l'idea secondo cui la semplice pratica sportiva produca automaticamente maggiore tolleranza: i risultati mostrano che lo sport, da solo, non è necessariamente uno strumento educativo contro il razzismo e il bullismo. Il suo potenziale educativo dipende dal contesto, dalle pratiche e dai valori che vengono effettivamente trasmessi. Questo significa che non possiamo più accontentarci della retorica secondo cui «lo sport unisce tutti». Lo sport può unire, ma può anche riprodurre le disuguaglianze della società. Infatti, può combattere gli stereotipi, ma può anche rafforzarli. Ed è sbagliato affrontare la questione soltanto chiedendo agli atleti di «non dare peso agli haters». La responsabilità non può ricadere interamente su chi subisce la discriminazione. Un atleta non dovrebbe essere costretto a sviluppare una corazza psicologica per poter esercitare il proprio mestiere, dovrebbero cambiare anche l'ambiente sportivo, il linguaggio mediatico, le piattaforme digitali e la cultura del pubblico. 

 

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