01 Ottobre 2026

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insicurezza

Sicurezza o sconfitta? Di certo è una toppa, non la soluzione

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Sicurezza o sconfitta? Di certo è una toppa, non la soluzione

POGGIBONSI - La presenza dei militari di Strade Sicure per le vie e nelle piazze di Poggibonsi era stata richiesta a gran voce da una parte dei cittadini, quelli che non si sentono più sicuri davanti alle continue risse, alle liti, alla presenza di chi spaccia e a ragazzini che sembrano spadroneggiare per la città.

Il Prefetto li ha accontentati. A far scattare la decisione potrebbe essere stata anche l’ennesima rissa, finita in una sassaiola, quella di qualche giorno fa in via Trento.

Così i militari sono arrivati. Basco amaranto, mimetica, armi in dotazione e sfollagente, pattugliano le zone considerate più seAnsibili della città, dalla stazione ferroviaria alle piazze.

Ma vedere una jeep o un mezzo blindato con la scritta «Esercito» lungo la fiancata provoca anche un certo senso di frustrazione.

Perché l’Esercito? Perché non più pattuglie di Carabinieri e Polizia di Stato? Le forze dell’ordine sono loro. Sono forse sotto organico e lo Stato non investe abbastanza su di loro? Perché la risposta ai problemi di sicurezza di una città deve passare anche dall'impiego dell'Esercito?

Una risposta necessaria, ma anche un segnale

È una sconfitta? Dal punto di vista simbolico, sì. Sicuramente è una toppa, non la soluzione.

Una sconfitta per una società che sembra non riuscire più a reagire, a prevenire, a integrare. Con la fine dei partiti tradizionali della Prima Repubblica, che – tutti, nessuno escluso – avevano una presenza capillare sul territorio, con sezioni, cellule, presenza nelle fabbriche, scuole e luoghi di aggregazione, si è progressivamente perso il senso di comunità, un modo di intercettare i bisogni reali delle persone.

Si ragionava in termini di collettività, di «noi». Dagli anni Novanta in poi, invece, il baricentro si è spostato sempre più verso l'«io». La dimensione privata ha preso il sopravvento su quella collettiva. Ci siamo chiusi nei social, dove siamo diventati esperti di tutto e pronti a sentenziare su qualsiasi cosa. Vediamo, postiamo, ma non agiamo mai. Ci aspettiamo sempre che arrivi qualcuno altro ad occuparsene.

La città che cambia

Ed è anche la sconfitta di una società che sembra aver smarrito parte del proprio senso di comunità e di altruismo. Non fraintendiamo, purtroppo è un male comune a tante città di oggi, anche se il mal comune non fa affatto un mezzo gaudio ma un problema di portata gigantesca.

Dal dopoguerra a oggi Poggibonsi ha conosciuto diverse ondate migratorie: i contadini che lasciavano le campagne, l'arrivo di emigranti dal Mezzogiorno, poi quello dei primi albanesi e, negli anni successivi, di altre comunità straniere. 

C'è sempre stato qualcuno a cui dare la colpa. Qualcuno da indicare come diverso, come responsabile dei problemi, come causa di tutti i mali. Eppure Poggibonsi ha reagito, è andata avanti. È stata capace di accogliere e integrare. È cresciuta. Ha saputo trasformarsi.

Questo anche grazie alla politica e ai partiti, che allora avevano una reale presa sul territorio e riuscivano, nel bene e nel male, a tenere insieme interessi, paure e spinte diverse.

Adesso non ci sono più luoghi dove discutere dei beni comuni, dove prenderci carico o prendere reale conoscenza dei problemi comuni e, diciamoci la verità, non ne sentiamo affatto la mancanza. A forza di dire che la politica è tutta un magna magna, citazione dal film "Come un gatto in tangenziale", ci siamo scavati la fossa con le nostre mani.

Quando la paura diventa il collante

Oggi sembra tutto più difficile.

Il diverso fa paura e spesso non viene accettato. La paura dell'altro rischia di diventare essa stessa uno strumento per alimentare un senso permanente di insicurezza.

E allora la risposta diventa il presidio militare.

L'Esercito arriva nelle strade, nelle piazze, davanti alla stazione. È una presenza concreta, visibile, rassicurante per una parte dei cittadini. Ma non può essere la risposta, è una toppa.

Perché la sicurezza non si costruisce soltanto con una divisa, un mezzo blindato o un'arma.

Si costruisce con forze dell'ordine adeguatamente organizzate e presenti sul territorio, con una politica capace di ascoltare, con servizi sociali che funzionano, con scuole, associazioni, famiglie, che devono riprendersi il loro ruolo educante. Si riprende con i cittadini che tornano ad occuparsi dei beni comuni e non solo a lamentarsi sui social. Si costruisce ripartendo da quel senso di comunità che sembra essersi perso, dall’educazione al rispetto dell’altro.

Altrimenti rischiamo di confondere la risposta all'emergenza con la soluzione del problema.

E allora sì: se per garantire la sicurezza di una città siamo costretti a delegare sempre più spesso all'Esercito ciò che dovrebbe essere affrontato prima di tutto attraverso la presenza dello Stato e della comunità, quella divisa può diventare il simbolo non soltanto di una risposta, ma anche di una sconfitta.

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