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2 Giugno: se la Festa della Repubblica diventa anche l’inizio del perimetro della solitudine

2 Giugno: se la Festa della Repubblica diventa anche l’inizio del perimetro della solitudine

di Gabriele Fabbri

 

Il 2 giugno è, per l'Italia, il simbolo di una svolta che profuma di libertà. Quest’anno poi celebriamo un anniversario fondamentale: gli 80 anni dal voto che ci ha portato la scelta della Repubblica, segnando anche la prima volta in cui le donne hanno potuto finalmente votare e dare un contributo attivo alla vita sociale e politica del nostro Paese.

Il 2 giugno è la festa della comunità che si ritrova, della libertà riconquistata e, per molti, il preludio ideale alle vacanze estive. Le città si vestono di tricolore, i social si riempiono di mete turistiche e il calendario si accende di un rosso che promette leggerezza. Eppure, proprio mentre la nazione celebra la sua unità, esiste una comunità invisibile e silenziosa per il quale queste date non sono sinonimo di svago, ma un potente amplificatore di isolamento, che meritano però altrettanta attenzione.

È l’Italia di chi sta attraversando il deserto della malattia, di chi deve curare una salute mentale o fisica deficitaria, o di chi convive con una disabilità che rende spesso il concetto stesso di "vacanza" una barriera insormontabile.

Per tutte queste persone, le festività collettive agiscono come un reagente chimico: rendono più nitido, quasi doloroso, il contrasto tra il "fuori" e il "dentro". Mentre il mondo esterno accelera, pianifica e brinda, chi è immerso nella fatica di una rinascita vede il proprio tempo rallentare. La malattia, nel suo senso più profondo, è una ladra di sincronia: ti spinge fuori dal ritmo degli altri. E quando il Paese intero sembra sintonizzato sulla frequenza della spensieratezza, il distacco si fa sentire con una forza dirompente.

La solitudine che accompagna certi percorsi non è solo legata all’assenza fisica di persone; è una solitudine esistenziale. Il diritto al riposo degli altri si trasforma, per chi soffre, nel dovere di una nuova resistenza silenziosa. Ed in questi giorni di festa e di memoria, vale la pena rileggere con occhi nuovi l’Articolo 3 della nostra Costituzione. Quel passaggio che affida alla Repubblica il compito di "rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana" non si riferisce solo a barriere architettoniche o impedimenti economici. Parla di ostacoli emotivi, relazionali e sociali. La solitudine della malattia è uno di questi: un muro invisibile che limita la partecipazione di un cittadino alla vita del suo Paese tanto quanto una legge ingiusta.

Tutto ciò che cerco di mettere nero su bianco è quello che ho vissuto io stesso l’anno scorso: tra salute deficitaria e festività. Gabriele era diventato di fatto invisibile, parte di quella comunità di cui parlavo sopra. Ma la mia esperienza personale mi ha insegnato che provare a rinascere non significa semplicemente "tornare come prima", ma imparare a stare nel mondo con una consapevolezza diversa.

Significa riconoscere che la bellezza di una comunità non si misura dai suoi successi o attraverso le "foto vetrina", ma dalla capacità di non lasciare nessuno ai margini del sentimento comune.

In questo 2 giugno, allora, il mio pensiero va a chi "resiste" nell'ombra. A chi guarda i festeggiamenti da uno schermo, ai treni in partenza e alle foto delle spiagge da una finestra, reale o metaforica. Perché salute è l’unico diritto che la Costituzione definisce "fondamentale" per cui la cura più grande, quella che nessuna medicina può sostituire, è la presenza.

La solitudine stessa può diventare una responsabilità sentita da molti, rendendo la rinascita di uno, una vittoria di tutti.

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