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L’arma dei dazi di Trump: le cause e i pericoli

L’arma dei dazi di Trump: le cause e i pericoli

di Diego Monaci

Poco dopo che Trump si è reinsediato sul trono della Casa Bianca, nel febbraio del 2025, ha imposto dazi a tutte le importazioni da Canada e Messico del 25% e dalla Cina del 20%. Nell’aprile, l’imposizione verso 180 Paesi di “dazi reciproci” di un’aliquota che variava tra il 10% e il 50% scatena il panico in borsa. La mossa sfugge di mano a Trump, che annuncia, dopo qualche giorno, la sospensione dei dazi per 90 giorni. Ma non verso la Cina, a cui anzi li alza al 125%. Venerdì 23 maggio ha inoltre annunciato dazi sulle importazioni provenienti dall’Unione Europea per un 50% a partire dal 1° giugno.

Innanzitutto, cosa sono i dazi? Sono imposte che un governo applica su determinati beni d’importazione, pagate dall’esportatore, causando l’inevitabile aumento del prezzo di vendita sul mercato. A cosa servono? A proteggere l’economia interna dalla concorrenza estera. L’aumento del prezzo del bene importato, conseguente all’applicazione del dazio, scoraggerà il consumatore ad acquistare tale bene, ripiegando sui prodotti nazionali, avendo prezzi più bassi.

Da cosa deriva questa politica protezionistica?

Gli Stati Uniti e l’egemonia mondiale

Seppur in Guerra Fredda gli Stati Uniti si dividessero l’Europa e, in parte, il Mondo con l’Unione Sovietica, furono gli americani a dominare l’economia mondiale. Per legare a sé i paesi del suo campo, gli Stati Uniti accettarono di avere con loro un deficit commerciale (il valore delle importazioni superava quello delle esportazioni), tollerando (o incoraggiando) i dazi che venivano imposti ai prodotti americani. Un modo per attrarre “clienti” nel proprio campo e come arma di ritorsione, rendendo quei paesi dipendenti dal mercato americano (il più “consumistico” del globo ancora oggi). E minacciandone l’esclusione nel caso in cui seguissero una politica ostile a Washington. Da questa politica ne beneficiarono soprattutto Germania ovest e Giappone (anche l’Italia ebbe enormi tassi di crescita fino agli anni 70).

La dissoluzione dell’Unione Sovietica, nel dicembre 1991, ha reso gli Stati Uniti l’unica superpotenza politica mondiale. Che quindi iniziarono ad estendere la loro politica commerciale verso gran parte del mondo.

L’enorme crescita economica della Cina

La morte di Mao Tse Tung, leader della Cina, nel 1976, aprì la strada all’opposizione interna del Partito Comunista Cinese che promosse politiche atte ad aprire la Cina al mondo. Il colosso asiatico iniziò ad avere così tassi di crescita mai visti. Passando da avere oltre l’80% della popolazione in stato di povertà assoluta e un Pil di appena 150 miliardi di dollari ad aver praticamente azzerato la povertà assoluta e portando il Pil a 1.300 miliardi di dollari nel 2001. E ad oltre 17.000 miliardi di dollari nel 2023. La decisione di Clinton nel 2001 (uno dei suoi ultimi atti da presidente) di includere la Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto), ha avuto l’effetto di moltiplicare le esportazioni cinesi nel mondo: la quota cinese del commercio mondiale passa dal 4% del 2001 al 14% del 2023.

Essendo i cinesi un popolo risparmiatore, l’economia della Cina, e quindi il benessere (da cui dipende l’esistenza del regime), dipende in gran parte dall’esportazione dei suoi prodotti, soprattutto verso i mercati più importanti: Stati Uniti ed Europa.

Con Xi Jinping al vertice del Partito (e quindi dello Stato), Pechino ha avviato programmi per un imponente riarmo aero navale, con l’obiettivo di dominare la regione. E di riprendersi l’isola di Taiwan, considerata una base del nemico americano a poche miglia dalla costa cinese, rendendo la Cina una minaccia per la regione asiatica orientale e per l’ordine internazionale.

Depressione dell’industria manifatturiera americana

La politica commerciale americana ha portato vantaggi a livello politico internazionale. Ma alla lunga ha depresso l’industria americana, i cui prodotti risultavano meno competitivi in patria (in quanto ai prodotti importati non venivano applicati dazi rilevanti) e all’estero (dato che ai prodotti americani vengono imposti dazi). Inoltre, la tendenza in atto dagli anni 70-80 di spostare la produzione in Paesi asiatici, considerando che la manodopera è molto meno costosa e non sindacalizzata (in breve, per tagliare i costi di produzione), ha ulteriormente depresso l’industria e ha portato disoccupazione.

Amalgama che, soprattutto dopo la crisi economica del 2008, ha portato quell’insoddisfazione popolare raccolta e incarnata da Donald Trump, che ne ha garantito l’ascesa politica. Il magnate newyorkese, per affrontare la questione, ha proposto dazi più importanti verso i prodotti esteri (le amministrazioni Obama e Biden li avevano già applicati in maniera più blanda, soprattutto verso alcuni prodotti cinesi) e politiche per attrarre di nuovo la produzione negli Stati Uniti.

I principali bersagli della politica protezionistica sono inevitabilmente quelli che hanno maggiormente beneficiato del commercio internazionale: Cina e Unione Europea (soprattutto la Germania). Il mercato americano è stato inondato di prodotti soprattutto cinesi ed europei, che hanno sfavorito la produzione manifatturiera americana.

Sfida alla Cina e agli europei per Trump sanguisughe e truffutori

La vera sfida è alla Cina, non solo economica ma anche politica. In uno scenario pessimistico, se questa dovesse conquistare Taiwan, potrebbe rivolgere le proprie mire verso altri arcipelaghi, analogamente a ciò che fece il Giappone nella Seconda guerra mondiale, arrivando a dominare l’Oceano Pacifico fino a minacciare gli Stati Uniti alle Hawaii o addirittura alle coste californiane.

L’Europa non è una minaccia per Washington sin da quando la Germania ha smesso di essere un soggetto politico (1945). Ma Trump, riferendosi agli europei come “sanguisughe” e “truffatori”, vorrebbe che questi siano più autonomi militarmente (richiesta che va avanti dagli anni 50) scaricando loro la responsabilità della difesa del continente. Dato che la vera minaccia adesso è la Cina e non la Russia; inoltre vorrebbe ridurre il deficit commerciale con i paesi europei, che hanno a lungo beneficiato del mercato americano.

Quindi, i dazi avrebbero una funzione esterna (indebolire l’economia cinese e quindi la forza del regime) e interna (rafforzare l’industria manifatturiera americana, riportare il benessere e rendere di nuovo il “sogno americano” credibile e tangibile).

Problemi della politica dei dazi

Se una politica protezionistica è tesa a dare un vantaggio alle imprese nazionali, garantendo loro un grado di esclusività sul mercato nazionale, queste si vedrebbero precludere l’accesso ad altri mercati in caso di una guerra commerciale. Se un determinato Paese impone dazi sull’importazione di prodotti di un altro paese, quest’ultimo può decidere di trattare o applicare dazi reciproci. L’Europa ha deciso di trattare, la Cina inizialmente ha aumentato i dazi sui prodotti americani. Poi i due contendenti sono venuti a patti e hanno concordato una tregua di 90 giorni, evitando la guerra commerciale.

Altro problema per le imprese è l’aumento dei prezzi delle materie prime importate, che subiscono l’applicazione dei dazi. In questo modo le imprese si vedono aumentare i costi della produzione e per molte può essere un problema serio.

In conclusione, se il Paese che ha creato e gestito per decenni l’ordine economico internazionale è lo stesso che lo smantella, ciò creerà dei disequilibri nell’economia internazionale. Che non faranno altro che inasprire le tensioni politiche tra i Paesi.