di Diego Monaci
Si è svolto la scorsa settimana il viaggio di Trump tra Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar, dove ha firmato numerosi contratti dal valore totale di migliaia di miliardi di dollari. Lo scenario mediorientale è profondamente cambiato rispetto a qualche mese fa. Soprattutto per via della contrazione dell’influenza iraniana nella regione, che ha perso un importante alleato come Assad in Siria e vedendo Hezbollah perdere potere in Libano.
Siria, la rivoluzione diplomatica di Al-Sharaa
Con un blitz nel dicembre 2024, la fazione dei ribelli guidati da Ahmed Al-Sharaa rovescia il regime di Bashar Al-Assad, che fugge in Russia. Risolvendo così una guerra civile che andava avanti dal 2011. Bashar Al-Assad era il successore del padre, Hafiz Al-Assad, che prese il potere nel febbraio 1971. Egli diede allo stato siriano un’impronta laica e lo avvicinò ulteriormente alla Russia, concedendo a questa di aprire a Tartus, e poi a Latakia, le uniche basi aeronavali nel Mediterraneo a disposizione del Cremlino. Inoltre, il regime degli Assad ebbe come altro grande sponsor l’Iran degli ayatollah in funzione antisraeliana.
L’insediamento di Al-Sharaa a Damasco ha cambiato radicalmente le carte in tavola. Nonostante fosse stato una figura importante di Al-Qaeda e dello Stato Islamico, il nuovo presidente siriano ha espresso da subito la volontà di normalizzare le relazioni con gli Stati Uniti ed Israele per la revoca delle sanzioni (che gravavano sulla Siria dal periodo della guerra civile) e per far partire la ricostruzione del paese.
Mercoledì 14 maggio è avvenuto l’incontro con Trump a Riyad, che ha annunciato la revoca delle sanzioni. E ha invitato il presidente siriano a migliorare le relazioni con Israele, con cui la Siria è in guerra formalmente dal 1948. Non è mai, infatti, stata firmata una pace e i Paesi non si riconoscono ufficialmente. Per quanto riguarda le basi russe, l’autorità portuale siriana ha firmato un accordo con una società emiratina per un investimento di 800 milioni di dollari nel porto di Tartus. Ed ha affidato il porto di Latakia ad una società francese. Si andrà verso la chiusura delle basi russe?
Iran in difficoltà e negoziati sul nucleare
La proiezione iraniana in Medio Oriente è stata nell’ultimo periodo ridimensionata, con la capitolazione di Assad in Siria. E la decapitazione della classe dirigente di Hezbollah da parte di Israele in Libano. Nello scorso aprile si sono riaperti dopo anni i negoziati sul nucleare con gli Stati Uniti. Trump si disse ottimista per il raggiungimento di un accordo, ma le parti rimangono lontane: l’Iran non vuole rinunciare all’arricchimento dell’uranio, anche se, a detta di Teheran, soltanto per scopi civili. Gli Stati Uniti invece pretendono la cessazione dell’arricchimento dell’uranio, che può portare in breve tempo alla costruzione della bomba atomica. Che può avere come bersagli la Turchia, l’Arabia Saudita ma soprattutto Israele.
Israele, nuova offensiva a Gaza e gelo diplomatico a livello internazionale
È cominciata la scorsa settimana una nuova offensiva nella Striscia di Gaza da parte dell’esercito israeliano. L’obiettivo dichiarato da Netanyahu è di prendere il controllo dell’intero territorio della Striscia e antepone la sconfitta di Hamas al rilascio degli ostaggi. La guerra sta andando avanti dall’ottobre 2023 ed ha messo a referto, secondo fonti palestinesi, più di 53.000 morti. Trump si è recentemente irritato per l’atteggiamento di Netanyahu. E lo ha escluso sia dagli accordi con gli Houthi, la milizia filoiraniana che ha in mano lo Yemen e che bombarda il traffico del Mar Rosso battente bandiera occidentale. Trump ha negoziato la cessazione degli attacchi alle navi americane, ma continueranno i bombardamenti su Israele) che dal suo tour in Medio Oriente, oltre al negoziato con Hamas che ha rilasciato un ostaggio americano. Recentemente ha anche paventato l’idea di riconoscere ufficialmente la Palestina.
Anche dai governi europei sono arrivate critiche per le azioni di Israele nella Striscia di Gaza, soprattutto dal governo filopalestinese spagnolo del socialista Pedro Sanchez, mentre una dichiarazione congiunta tra i leader di Regno Unito, Francia e Canada minaccia “azioni concrete in risposta” se Israele non cessa l’offensiva e se non revoca le restrizioni agli aiuti umanitari. Il governo italiano, per voce di Meloni e soprattutto di Tajani, usa parole dure nei confronti di Israele e pretende il raggiungimento di una pace. Tel Aviv non era stata mai così isolata.
