29 Luglio 2026

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La Canzone di Piero che diventa anatema

La Canzone di Piero che diventa anatema

Sarebbe la Guerra di Piero, il titolo giusto per citare De Andrè. Però già è stata una campagna elettorale aggressiva a Colle Val d’Elsa, meglio Canzone, più morbido, peace&love.

Poi Piero (Pii) ha cantato a squarciagola per mesi, forse più di un anno, in una campagna elettorale lunghissima, condotta magistralmente, da par suo. Con i giovani delle associazioni, con i rotariani, perfino con i cacciatori e i muratori albanesi, a spiegare la città che vorrebbe, la sua Colle piena di strade e di fabbriche, il decoro, la sicurezza e tutti gli altri ingredienti che i plastificati programmi di oggi devono contenere a qualsiasi longitudine, sinistra o destra che sia.

Questi programmi, mica il testo della Canzone di Piero e basta che poi alla fine sono due paginette depositate in comune, sembrano liste della spesa: un marciapiede a te, una telecamera a te e un pizzico di decoro come se fosse antani per tre o per quattro (la supercazzola del mitico Tognazzi).

A fra’ che te serve?”, dicevano nella Prima Repubblica a Roma. Oggi siamo alla versione 2.0 o 4.0 (esageriamo) e l’imperativo categorico è diventato quello: soddisfare i bisogni primari, per la visione generale tocca aspettare, non porta 1 voto.

Piero, Angela, Riccardo: quale futuro per Colle

A Colle, questo il fatto nuovo, almeno c’è stato un grande coinvolgimento popolare, le elezioni sono tornate ad essere eventi che riempiono le piazze, con tre candidati robusti che si sono dati battaglia fino all’ultimo. Vannetti, Bargi e Pii sono sembrati, tutti, possibili futuri sindaci con personalità e idee.

E forse è proprio questo che ha un po’ spiazzato Pii, il civico venuto da Casole d’Elsa, sostenuto da Italia Viva e 5 Stelle (la strana coppia) con Azione di rincorsa. Agli amici aveva confidato: “Ci vediamo a Palazzo Comunale l’11 giugno”. Pensava di aver vinto al primo turno già nell’estate scorsa.

Invece sarà ballottaggio sicuro e c’è da capire chi dei 3 resterà fuori. Bargi del cdx? Uhmm, la signora Angela è sembrata corazzata ed ha dietro un tank che stazza un 41% di voti a livello nazionale, il 21% a Colle 5 anni fa.

Riccardo Vannetti del csx? Mah… se c’è uno che è piaciuto tanto negli ultimi mesi è proprio lui: il top manager venuto dal mondo della moda. Poi ha comunque dietro una coalizione che in Italia vale un 30% e che al primo turno di 5 anni fa, con Alessandro Donati, prese quasi il 40%.

Alla fine, il vaso di coccio, quello che deve far forza solo sulle proprie abilità e sul suo carisma è proprio Piero Pii che di partiti ha solo 5 Stelle, dalle nostre parti in caduta libera, Iv e Azione, tutti senza simboli.  Ce la farà?

Di certo questa attesa è avvincente e monopolizza l’attenzione di tutta la città. Non per niente il Teatro del Popolo straboccava, all’ultimo intenso confronto di candidati sindaci. C’erano addirittura il maxischermo fuori e la diretta streaming sui social!

Intreccio di vite e storie politiche

Proprio lì si è percepito che qualche scricchiolio deve esserci stato. Le note della Canzone di Piero si sono fatte più acute e serrate, qualche gorgheggio è parso stonato. Come quando ha attaccato a testa bassa tutto il Pd che deve stare all’opposizione per i prossimi 15 anni, dando tutte le colpe del degrado (ma non siamo mica alla Magliana) all’attuale maggioranza di Donati, dimenticando che fino a qualche mese fa con il sindaco uscente c’erano (e ci sono stati per più di 4 anni) parecchi dei suoi attuali sostenitori.

Più che una canzone è sembrato un vero e proprio anatema contro le proprie origini, lui che è stato vicepresidente della Regione Toscana nelle file del Pci negli anni Ottanta, innamorato del Est Europa prima della caduta del muro di Berlino (parla fluentemente lo slovacco). E poi lungamente sindaco di Casole d’Elsa e nei cda di molte banche “rosse”, all’epoca, come Banca Toscana, Mps France, Cariprato e Mediocredito Toscano.

“Chi diede la vita ebbe in cambio una croce”, recita un bel verso della Guerra di Piero di De Andrè. Nella canzone la croce è un’altra e ben più drammatica. Però, concedete la battuta, alla fine proprio di una croce in più (sulla scheda elettorale) si tratta!

Geronimo Merollo