14 Agosto 2026

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Punto nascita di Campostaggia, Scoccati (Rc): «Non è un problema locale, è la fotografia di trent'anni di tagli alla sanità»

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Punto nascita di Campostaggia, Scoccati (Rc): «Non è un problema locale, è la fotografia di trent'anni di tagli alla sanità»

POGGIBONSI — Il punto nascita dell'ospedale di Campostaggia è di nuovo sotto la lente del comitato ministeriale che ne valuta la sopravvivenza. La soglia dei 500 parti l'anno, fissata da un accordo Stato-Regioni del 2010 e resa vincolante dal dm 70 del 2015, torna a mettere in discussione il futuro del reparto, mentre otto sindaci del territorio si sono mobilitati per difenderlo. Ne abbiamo parlato con Lorenzo Scoccati, consigliere comunale di Rifondazione Comunista che inquadra la vicenda in una cornice più ampia: quella di una sanità pubblica compressa da decenni di tagli e di una denatalità strutturale che il Paese non ha ancora affrontato davvero.

Lorenzo Scoccati

Partiamo dall'origine: perché si parla proprio ora della chiusura del punto nascita di Campostaggia?

Bisogna distinguere due piani, uno nazionale e uno locale, perché altrimenti si rischia di leggere la vicenda in modo parziale. Sul piano nazionale, Campostaggia è stato segnalato dal comitato ministeriale perché è sotto la soglia minima di sicurezza in termini di volume di nascite. Questa soglia nasce con un accordo Stato-Regioni del 2010, quindi sotto il governo Berlusconi, e viene resa strutturale e vincolante nel 2015 con il dm 70, il cosiddetto decreto Lorenzin, che introduce anche le deroghe possibili. È un principio bipartisan, nato sotto governi di segno diverso, e si fonda su una letteratura scientifica seria: nessuno mette in dubbio che il numero di parti sia un parametro di sicurezza.

Se il principio è condiviso e scientificamente fondato, dove sta il problema?

Il problema è che questo criterio è stato applicato con il massimo rigore solo in due momenti storici precisi: tra il 2011 e il 2012, e oggi. Non a caso entrambi i periodi coincidono con fasi di forte compressione della spesa pubblica, in particolare di quella sanitaria, che dagli anni Novanta a oggi è scesa sotto governi di ogni colore, con la sola eccezione degli anni del Covid. Il taglio dei finanziamenti al fondo sanitario nazionale, da cui le Regioni attingono per i servizi regionali, si concentra curiosamente negli stessi periodi in cui si applica in modo certosino la soglia dei 500 parti. È un elemento che chi siede in Parlamento non può ignorare.

Quindi il criterio dei 500 parti, di per sé, non basta a spiegare tutto?

Esattamente. Il volume di parti è un parametro di sicurezza indiscusso, ma nella letteratura scientifica è ancorato ad altre valutazioni di sistema: il finanziamento pubblico, il numero di operatori e medici, la loro retribuzione, l'organizzazione dei percorsi. Il dm 70 prende in considerazione soprattutto l'aspetto geografico — la distanza dal punto nascita più vicino, l'appartenenza alle aree interne — ma non tutti gli altri elementi che la comunità scientifica internazionale riconosce come fattori di sicurezza, a partire dalla bassa medicalizzazione e dal basso tasso di cesarei, che sono un punto di forza riconosciuto di Poggibonsi.

Passiamo al piano locale. Come si è arrivati a questo punto specifico a Campostaggia?

I dati locali si intrecciano con quanto detto sul piano nazionale. La soglia critica non è una novità degli ultimi due anni: Poggibonsi è vicina a quella soglia da prima del Covid, dentro un percorso di denatalità che riguarda tutto il Paese. Nel mezzo, tra le due ondate di applicazione rigorosa della norma, c'è stata oggettivamente meno attenzione istituzionale, sia a livello nazionale sia locale, e questo ha prodotto un'attenzione "fuori fuoco" rispetto alla situazione reale del reparto.

Lei ha parlato anche del ruolo dei professionisti sanitari. In che senso incide sulla vicenda?

I flussi mostrano un dato chiaro, valido per molti ambiti della sanità e in particolare per la maternità: le donne partorienti seguono gli specialisti di cui si fidano. Campostaggia registra percentuali significative di partorienti provenienti dall'area senese, e questo è coerente con un periodo in cui il reparto è rimasto senza un primario per un tempo non breve. Dal dicembre dello scorso anno è arrivato un professionista di valore indiscusso, ed è una notizia positiva, ma il vuoto precedente ha inciso e questa è una responsabilità diretta delle istituzioni.

La Regione ha proposto il modello hub&spoke con Siena. Cosa ne pensa?

È una soluzione di facciata. In questo schema Siena diventerebbe l'hub, con i parti più complessi, una specializzazione diversa e una dotazione tecnologica più avanzata, mentre Campostaggia diventerebbe una succursale periferica per i parti più semplici. Ma di fronte a una gravidanza, chi vuole partorire in sicurezza non sceglie la soluzione resa strutturalmente peggiore. È una scelta che tiene tutti "buoni" sulla carta, condivisa anche da esponenti del centrodestra, ma che di fatto porta a uno svuotamento progressivo dei fattori di qualità del punto nascita: una lenta agonia per un reparto oggi di qualità ma sottodimensionato, che rischia di perdere anche la qualità nel tempo. E non risolve nemmeno il problema di Siena, che needs circa 200 parti l'anno in più per reggere i propri standard.

C'è anche una questione di infrastrutture, oltre che di distanze chilometriche?

Sì, ed è un aspetto spesso trascurato. Il bacino di utenza di Campostaggia va da Casole e Radicondoli fino a Radda in Chianti, includendo anche una parte del basso fiorentino: territori spesso a bassa densità abitativa e con aree isolate. Si discute di distanza in chilometri, ma raramente delle infrastrutture reali — le strade, i collegamenti — che una persona incinta deve effettivamente percorrere per raggiungere Volterra, Siena o Ponte a Niccheri. Una soluzione come l'hub&spoke rischia di peggiorare proprio la condizione di quelle aree più isolate che gravitano su Campostaggia.

Cosa andrebbe fatto, secondo lei, a livello nazionale?

Servono più risorse per la sanità pubblica e una revisione della legge che tenga insieme tutte le indicazioni scientifiche, non solo il criterio del volume di parti. Tra pochi mesi si vota: chiunque i cittadini scelgano di eleggere, dovrebbero chiedere con chiarezza investimenti veri in sanità, non altri tagli come quelli degli ultimi trent'anni.

E a livello locale, cosa possono fare i sindaci mobilitati e le istituzioni del territorio?

La mobilitazione degli otto sindaci davanti a Campostaggia è stata positiva, ma non basta aspettare la soluzione della Regione. Serve una carta d'intenti condivisa tra i Comuni per il rilancio del territorio, perché la natalità non riguarda solo un reparto ospedaliero: riguarda le politiche abitative, il lavoro, gli affitti, i servizi, le infrastrutture. Si può lavorare su progettualità concrete che aggiungano elementi di qualità all'ospedale — penso ad esempio a un servizio di fecondazione assistita — insieme al rafforzamento dei consultori territoriali collegati direttamente a Campostaggia.

Un'ultima domanda: che rapporto c'è tra questa vicenda e la denatalità italiana in generale?

Un rapporto strettissimo. Nel 2010, quando nasce il principio dei 500 parti, in Italia nascevano circa mezzo milione di bambini l'anno; oggi siamo scesi a circa 370-380mila. È un fenomeno strutturale comune a tutti i paesi industrializzati avanzati, ma in Italia è più marcato che altrove. Bisogna chiedersi perché, e la risposta ha a che fare anche con trent'anni di politiche che hanno tagliato il welfare a favore di altre priorità. Basti pensare a quante persone, anche a Ferragosto, restano a Poggibonsi perché non possono permettersi le ferie: non sono fenomeni scollegati. Serve un rilancio complessivo del territorio, non "toppe" settoriali messe qua e là.

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