Chimico e scrittore, Nicola Gaggelli debutta nel Giallo Uscita la prima storia del vice questore Insaccanebbia
di Simona Pacini
Chimico e scrittore, Nicola Gaggelli, poggibonsese, ha appena pubblicato il suo ultimo libro, “Pesto e acciughe”, pubblicato da Morganti Editori, casa editrice di Udine specializzata nel genere giallo poliziesco.
Quanti libri hai scritto prima di questo?
Prima di Pesto e acciughe ho pubblicato tre raccolte di racconti. La prima l’ho stampata in proprio e distribuita personalmente: una serie di testi che oscillavano tra autobiografia e invenzione. Con uno di quei racconti partecipai al mio primo concorso letterario: arrivai quarto e il testo venne pubblicato su una rivista. È stato il segnale che mi serviva per continuare a scrivere.
La seconda raccolta, questa volta pubblicata da Enter Edizioni, è EllePi – Storie a 33 giri, un progetto in cui ogni racconto nasceva da una o più canzoni, usate come spunto narrativo o come atmosfera.
Infine, ho scritto Thiago e il record dell’imbattibilità e altre storie, una piccola raccolta per bambini pubblicata da Butterfly Edizioni. Nel frattempo, diversi miei racconti sono stati inclusi in varie antologie di narrativa.
Ormai, quella della scrittura possiamo definirla una tua grande passione. Come mai? Per bilanciare il lato scientifico predominante nel tuo lavoro quotidiano?
La passione per la narrativa e la scrittura mi accompagna ormai da molti anni. È un interesse nato in modo naturale, alimentato dalle letture, dagli incontri e da quella curiosità ostinata che mi spinge a osservare le persone e trasformare dettagli minimi in storie. Nel tempo questa inclinazione è diventata un percorso più consapevole: prima i racconti e i concorsi, le prime pubblicazioni e infine i progetti più strutturati.
Anche nel mio lavoro scrivo molto: ho all’attivo oltre quaranta pubblicazioni scientifiche, ma è un tipo di scrittura completamente diverso. È un processo rigoroso, strutturato.
La narrativa mi permette di esprimere me stesso. È lo spazio in cui posso dare voce alle intuizioni, alle emozioni, alle storie che mi attraversano. È la parte più libera della mia scrittura.
In effetti ci sono scrittori che vengono dal mondo “stem”. Penso a Marco Malvaldi, creatore dei simpatici personaggi del BarLume, e autore di alcuni spassosi gialli con protagonista Pellegrino Artusi. Che cosa lega, secondo te, il mondo delle scienze a quello della creazione letteraria?
A mio avviso, il legame tra il mondo delle scienze - nel mio caso la chimica - e quello della creazione letteraria è più stretto di quanto sembri. La chimica mi ha insegnato il metodo: osservare, formulare ipotesi, verificare, capire. La narrativa, invece, mi permette di applicare quello stesso sguardo a un territorio diverso, più umano e più emotivo.
Nella ricerca scientifica analizzo fenomeni; nella scrittura analizzo persone, relazioni, sfumature. In laboratorio cerco risposte, nella narrativa cerco domande. Ma la radice è la stessa: la curiosità. È lei che mi spinge a esplorare un dato come a costruire un personaggio, a interpretare un risultato come a immaginare un finale possibile. In questo senso, scienza e letteratura diventano due modi complementari di leggere la realtà.
Quando si è affacciata in te la voglia di raccontare?
La voglia di raccontare è nata molto presto, anche se allora non avevo gli strumenti per riconoscerla. È affiorata tra i banchi del liceo scientifico, quando la mia insegnante di lettere ci spingeva a leggere con occhi critici e a scrivere brevi recensioni. E io, che avevo un rapporto difficile con l’espressione orale, trovavo nella scrittura un rifugio. Era l’unico luogo in cui riuscivo davvero a dire ciò che pensavo.
Poi è arrivato mio zio, storico e scrittore. Leggere i suoi racconti, vedere come trasformava la realtà in narrazione è stato un altro seme importante.
E ora, questo passaggio al poliziesco, con la scelta di alcuni nomi che sono tutto un programma… Ma come ti è venuto in mente di chiamare il vicequestore “Insaccanebbia”?
Il cognome Insaccanebbia non l’ho inventato: l’ho preso in prestito da una persona reale, l’insegnante di tecnologia di mia figlia maggiore. Una donna gentile, sempre sorridente, una di quelle figure scolastiche che ti restano impresse senza clamore. Quel cognome, così particolare, ha continuato a ronzarmi in testa. A un certo punto ho capito che meritava un destino narrativo, e l’ho affidato a uno dei miei personaggi.
Carlo Insaccanebbia, però, non nasce in Pesto e acciughe. La sua prima apparizione è nel racconto Il ladro di pannolini, nella raccolta EllePi – Storie a 33 giri, dove era commissario a Poggibonsi. Quel racconto aveva colpito molti lettori, e il personaggio aveva una sua forza silenziosa, una presenza che chiedeva spazio. Così ho deciso di riportarlo in scena, ma con un ruolo più ampio e maturo: non più commissario, ma vicequestore.
In un certo senso, è stato lui a imporsi. Io ho solo seguito la direzione in cui il personaggio voleva crescere.
La storia si basa su un’indagine di Polizia legata ai componenti di una classe di liceo scientifico che trent’anni dopo la fine della scuola si ritrovano al centro di una spirale di morte. Come nasce l’idea della trama?
Nasce da un cortocircuito emotivo prima ancora che narrativo: l’idea che il tempo, invece di chiudere le ferite, possa trasformarle in detonatori silenziosi. La classe di un liceo scientifico degli anni ‘80 è un microcosmo caotico: amicizie, rivalità, segreti, gerarchie, umiliazioni, amori corrisposti e non. Tutto resta lì, sedimentato. Poi, trent’anni dopo, qualcuno scuote il fondo del bicchiere e ciò che sembrava innocuo torna a galla con una violenza inattesa. Mi interessava esplorare come quelle dinamiche, una volta riattivate, possano diventare tossiche. E come un’indagine finisca per riportare alla luce non solo i fatti, ma anche le colpe, le omissioni, le vigliaccherie di alcuni componenti di quella classe.
Poi c’è l’importanza del cibo, come si capisce subito dal titolo Pesto e acciughe, che lega a doppio filo la tradizione ligure del pesto (di basilico) alle acciughe sotto pesto (di prezzemolo) piatto caratteristico delle bettole senesi di un tempo.
Nel mio romanzo il cibo non ha una funzione gastronomica, né volevo scrivere un giallo culinario sul modello di Aglio, olio e assassino di Pino Imperatore. La cucina entra nella storia solo perché fa parte del percorso umano di Carlo Insaccanebbia. La sua passione per il pesto non è un vezzo né un elemento decorativo: è un’eredità familiare, un rito che custodisce nella ricetta della nonna incorniciata in cucina.
Per lui preparare il pesto significa fermarsi, respirare, osservare. È un gesto lento, fatto di profumi e colori, che lo aiuta a mettere ordine nei pensieri. In quel mortaio, Insaccanebbia ritrova la concentrazione e l’attenzione ai dettagli che gli servono anche nel lavoro. Perché, in fondo, l’attenzione ai particolari è la chiave sia di una buona cucina sia di una buona indagine.
Il pesto, quindi, non è protagonista: è un modo per raccontare chi è davvero il vicequestore, come ragiona, da dove viene e quali rituali lo tengono ancorato a sé stesso mentre tutto intorno a lui si muove.
Dovrei ignorare l’allergia di Insaccanebbia ai giornalisti altrimenti questa intervista “non s’ha da fare”. Qual è il motivo dell’idiosincrasia del poliziotto? (Attento alla risposta, altrimenti la chiudiamo qui!)
Il rapporto tra investigatori e giornalisti è un tema che non puoi ignorare: nella narrativa gialla è diventato un cliché quasi inevitabile, spesso giocato sul conflitto, sulla diffidenza reciproca, talvolta su una vera e propria insofferenza. È un meccanismo narrativo che funziona, ma proprio perché è così abusato va maneggiato con attenzione.
Nel mio romanzo, però, non volevo cadere nella caricatura dell’investigatore che odia i giornalisti “a prescindere”. Insaccanebbia non è allergico alla stampa. Quello che non sopporta — e qui entra in gioco il suo senso etico — sono quei giornalisti che, pur di vendere una copia in più, non esitano a calpestare i sentimenti delle persone coinvolte.
Per lui la dignità delle vittime e dei loro familiari viene prima di tutto. È un uomo che osserva, ascolta, pesa le parole. E quando vede qualcuno usare il dolore altrui come merce, allora sì, scatta la sua insofferenza. Non verso la categoria, ma verso un certo modo di fare informazione.
In questo senso, il cliché si ribalta: non è il poliziotto contro i giornalisti, ma il poliziotto contro la mancanza di rispetto.
Ok, andiamo avanti. Gli investigatori arrivano da regioni diverse, la scena principale invece è genuinamente toscana, sottolineata anche dalla presenza inquietante dell’Ombra della Sera, simbolo dell’arte etrusca.
Il vicequestore Carlo Insaccanebbia e il maggiore dei Carabinieri Vincenzo Stano vengono da due estremi dell’Italia — la Liguria e la Puglia — ma per i casi della vita si sono ritrovati compagni di classe in un liceo scientifico toscano. Le loro carriere li hanno poi allontanati, finché la rimpatriata dei trent’anni dalla maturità non li ha riportati uno accanto all’altro, proprio nel momento in cui un’indagine complessa richiede di ricostruire un passato condiviso.
L’ambientazione non poteva che essere la Toscana, la terra in cui sono nato e in cui vivo, un luogo che conosco nei suoi ritmi, nei suoi silenzi, nelle sue ombre. Ma soprattutto una regione attraversata dalla presenza degli Etruschi, che nel romanzo diventano coprotagonisti silenziosi. Le terre che hanno custodito la loro civiltà — Volterra, Siena, la Valdelsa, Baratti, Castiglioncello — offrono un tessuto storico e simbolico che si intreccia naturalmente con la trama.
In questo contesto, la statuetta Ombra della Sera, con la sua figura allungata e misteriosa, è una delle opere più iconiche dei Rasna, come gli Etruschi chiamavano sé stessi. È un oggetto che porta con sé un’aura di inquietudine e di bellezza arcaica. Farla diventare la firma dell’assassino è stato quasi inevitabile: racchiude perfettamente il legame tra passato e presente, tra memoria e colpa, che attraversa tutto il romanzo.
Hai già iniziato la diffusione e il tour di presentazioni del libro. Che reazioni stai ricevendo da lettrici e lettori? Sono più le prime o i secondi?
Ho iniziato le presentazioni nel territorio partendo da Poggibonsi. Chiamarlo “tour” sarebbe eccessivo: per indole sono piuttosto introverso e poco incline ai riflettori, proprio come il vicequestore Insaccanebbia. Dopo Poggibonsi sarò alla Libreria Mondadori di Siena il 30 maggio, al Book Bar di Certaldo il 6 giugno e alla rassegna “Letture al Tramonto” il 2 luglio a Casole d’Elsa. Rimango aperto a proposte da parte di librerie, biblioteche, associazioni culturali e gruppi di lettura.
In Italia ogni anno vengono pubblicati circa 85.000 libri (dato Il Sole 24 Ore) e per un autore esordiente farsi notare è un’impresa complessa. A quasi un mese dall’uscita, però, sto ricevendo ottimi riscontri dai lettori e ho già ottenuto la mia prima recensione positiva da una persona che non conosco. Sabato 9 maggio, alla Libreria Mondadori di Poggibonsi, la sala era piena per la mia prima presentazione. Non saprei dire se il pubblico sia composto più da lettori o da lettrici, ma ho l’impressione che le donne siano leggermente in vantaggio.
Hai già in mente il tuo prossimo lavoro di scrittura? Continuerai con le avventure poliziesco gastronomiche di Insaccanebbia o passerai ad argomenti diversi?
Morganti Editori ha scelto di riservarsi la prelazione sulle mie opere per i prossimi sei anni. Ho già consegnato una raccolta di racconti natalizi e sto aspettando la risposta ufficiale. Intanto lavoro al secondo romanzo con il vicequestore Insaccanebbia: questa volta il maggiore Vincenzo Stano resterà sullo sfondo.
La nuova indagine tocca una ferita ancora aperta, per l’Italia e per la provincia di Siena. Una vicenda che affonda nella guerra civile degli ultimi anni del secondo conflitto mondiale e che continua a generare domande, tensioni, memorie difficili.
Da bravo giallista Nicola ci lascia con il fiato sospeso, nell’attesa di scoprire quale sarà la prossima avventura di Insaccanebbia.
Speriamo a presto, allora…
