Cinquanta chilometri a piedi nel gelo dopo il carcere: la "piccola storia" che interroga la nostra umanità
«È stata una occasione per interrogarsi su noi stessi. L’ho fatto di getto per rimarcare il bisogno di empatia che abbiamo in questo mondo». Commenta così Fabio Berti, sociologo, docente universitario a Siena e cittadino di Colle di Val d’Elsa, il post che ha pubblicato sulla propria pagina Facebook con il quale ha aperto una discussione intima tra gli utenti del social.
Cinquanta chilometri a piedi nel gelo dopo il carcere: la "piccola storia" che interroga la nostra umanità. L'incontro fortuito di notte lungo la strada tra Radicondoli e Belforte, un giovane senegalese appena liberato e la scelta coraggiosa di una famiglia di Colle di Val d'Elsa.
Ci sono storie che non possono restare confinate nello scorrimento veloce di una bacheca social. Sono quelle che Fabio Berti definisce "piccole storie di grande solidarietà". Storie che nascono nel buio di una strada provinciale e finiscono per illuminare le zone d’ombra della nostra società e dei nostri pregiudizi.
L’incontro nel "nulla"
Tutto inizia un sabato sera qualunque. Il termometro scende sotto lo zero mentre Berti, insieme alla moglie e a una coppia di amici, percorre la strada che porta a Belforte, un borgo tra i boschi della Val di Merse. Tra i fari dell'auto appare una sagoma: un uomo che cammina da solo nel gelo, circondato solo da fitti boschi e fauna selvatica. Cammina in direzione contraria a quella dei quattro amici.
Dopo una cena in pizzeria, tre ore più tardi, la scena si ripete. Quell'uomo è ancora lì, al buio, sottozero, con un giubbino leggero e lo sguardo fisso verso l’ignoto che stavolta cammina nella loro stessa direzione, quella verso Colle. «Che si fa?», si chiedono i quattro amici. La risposta non è immediata, frenata da quel "pregiudizio" che Berti ammette con onestà intellettuale. L’auto prosegue, poi fa inversione.
Da Massa Marittima a Perugia: l'odissea della libertà
L'uomo si chiama Moussa (nome di fantasia), ha 28 anni, è senegalese e la sua è un’odissea burocratica e umana. Era uscito alle 11 di quella mattina dal carcere di Massa Marittima, appena scarcerato dal Magistrato di Sorveglianza. In tasca? Solo 20 euro, un cellulare spento da sei mesi e gli stessi vestiti leggeri che indossava al momento dell'arresto a luglio.
Senza mezzi pubblici a disposizione e senza indicazioni, Moussa aveva iniziato a camminare. «Non sapeva dove fosse, voleva arrivare a casa, a Perugia, e ha chiesto a qualcuno dove fosse Firenze. Gli hanno risposto “di là”. E si è incamminato verso quel di là, non sapendo minimamente quanto fosse distante quel luogo che voleva raggiungere».
Quando Berti e i suoi amici lo incrociano, ha già percorso almeno 50 chilometri a piedi in dodici ore, senza mangiare né bere, nel tentativo disperato di raggiungere Perugia, dove vive la sua famiglia.
Il cortocircuito del sistema
Il racconto di Berti solleva un interrogativo critico sulla gestione della scarcerazione: «Mi domando dove fossero i servizi sociali dell’Uepe», scrive il docente, sottolineando come un uomo possa essere lasciato solo nel nulla, al freddo, senza un minimo supporto logistico dopo aver scontato la propria pena. «Ha camminato con la determinazione che un giovane africano può avere, ha fatto un gesto strabiliante per spirito e forza d’animo. Ma meraviglia invece come una istituzione metta fuori dal carcere un ex detenuto, con le proprie fragilità, senza preoccuparsi di cosa possa succedergli.
E quella di Moussa è una vicenda all’italiana «arrestato nel 2016 messo fuori, processato quattro anni dopo il reato e messo ai domiciliari. Lavorava, ma con eccesso di superficialità è uscito dai domiciliari per andare in giro e quando l’hanno cercato, non c’era. Quindi è stato riarrestato a Perugia. Poi è arrivata la scarcerazione, sembra all’improvviso, con 45 giorni di sconto sul fine pena».
-
Ma è qui che la cronaca cede il passo all'umanità. Una volta arrivati a Colle di Val d’Elsa, accade quello che non sempre accade. Nonostante i timori iniziali e la consapevolezza del passato di Moussa, la coppia di amici che viaggiava con Berti compie un gesto dirompente: "Vieni a mangiare a casa? Ti va un piatto di pasta?".
Un letto e un futuro possibile
Non solo una cena. Moussa riceve un letto pulito, calore umano, la possibilità di ricaricare il telefono e i biglietti per il bus che lo porterà finalmente a casa.
«I miei amici non ci hanno pensato troppo: era in auto con noi da 10 minuti, sapevamo che era uscito dal carcere, che aveva camminato 12 ore... gli hanno dato un letto in casa loro», racconta Berti.
L'articolo-post di Berti si chiude con una riflessione profonda che riguarda tutti noi: "Io avrei fatto lo stesso? Avrei avuto la forza e la fiducia di farlo dormire in casa mia?". Una domanda che resta aperta e che trasforma una cronaca di provincia in una parabola moderna sulla possibilità, ancora reale, di "essere umani".
Moussa ora è a Perugia. Tornerà a fare il muratore. Ma porterà con sé il ricordo di una notte in cui i boschi della Toscana sono stati meno freddi grazie a quattro sconosciuti che hanno scelto di fermarsi.
