di Alessio Cioni
L’Italia ama la musica classica come si ama un parente anziano: con rispetto cerimoniale, un po’ di nostalgia e una certa fretta di tornare alle proprie faccende. La si cita spesso — “siamo il Paese di Verdi, di Puccini, di Vivaldi” — e poi la si parcheggia con garbo in un museo mentale, tra un busto impolverato e una guida turistica mai aperta.
La musica classica gode di ottima salute, purché la si osservi da lontano, magari dal foyer di un teatro storico, calice di prosecco in mano e sguardo indulgente verso il soffitto affrescato. Avvicinandosi, invece, l’organismo appare più fragile: respira ancora, certo, ma con l’aria stanca di chi ha passato la notte in piedi a spiegare, per l’ennesima volta, perché Bach non è un influencer e Verdi non ha bisogno di essere “rilanciato” con un hashtag. Osservata da vicino, la situazione della musica classica italiana ha qualcosa di comico, nel senso più tragico del termine. I teatri d’opera sopravvivono come antichi palazzi nobiliari: facciate magnifiche, interni che raccontano storie di grandezza passata e bilanci che sembrano scritti da un romanziere dell’assurdo. Nel frattempo, i musicisti — figure che un tempo incarnavano l’idea stessa di prestigio culturale — conducono vite da equilibristi.: un concerto qua, una supplenza là, un masterclass pagato in visibilità. L’Italia, che ha insegnato al mondo come si canta la disperazione, ora sembra applicarla con rigore ai propri professionisti della musica e non è raro incontrare strumentisti di livello internazionale che conoscono meglio i bandi regionali che le sonate che suonano.
Il pubblico, dal canto suo, è fedele ma in via di estinzione controllata. Capelli grigi in platea, entusiasmo sincero, applausi convinti. I giovani arrivano, sì, ma come turisti culturali: un’opera come esperienza esotica, da raccontare su Instagram prima dell’aperitivo. Le istituzioni rispondono con titoli rassicuranti e programmi prudenti, come se la musica classica fosse un cristallo fragile che potrebbe rompersi se esposto a troppa curiosità contemporanea. Eppure, sotto questa patina di malinconica routine, qualcosa si muove. Festival indipendenti, ensemble agili, direttori artistici che osano mescolare Bach e elettronica, Monteverdi e performance art.
In Italia l’innovazione musicale non nasce nei palazzi, ma nei sottoscala, nelle chiese sconsacrate, nei teatri di provincia: è proprio lì che, ogni tanto, succede qualcosa di interessante. I teatri del territorio — dal Politeama di Poggibonsi al Teatro del Popolo di Colle — mantengono una programmazione attenta e spesso di qualità. Ma la musica classica resta, per molti, un appuntamento sporadico: un concerto all’interno di una stagione prevalentemente teatrale, un evento speciale più che una presenza costante. È come se fosse un ospite rispettato, ma non un abitante stabile della casa culturale valdelsana. Forse il vero problema non è la mancanza di talento o di storia, ma l’incapacità di decidere se la musica classica sia un monumento nazionale o un organismo vivo. Finché resterà soprattutto la prima, verrà trattata con il rispetto che si riserva alle cose immobili: celebrazioni, anniversari, corone d’alloro. Ma la musica, come sapevano bene quei grandi compositori che oggi veneriamo, non è mai stata educata. È rumorosa, scomoda, e ha il pessimo vizio di voler parlare al presente.
L’Italia potrebbe ancora ascoltarla davvero. A patto di smettere di dirle quanto era brava una volta.
