09 Settembre 2026

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inceneritore

Termovalorizzatore dei Foci, Rifondazione Comunista: «L’ampliamento va fermato»

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Termovalorizzatore dei Foci, Rifondazione Comunista: «L’ampliamento va fermato»

Perché va fermato l'ampliamento del termovalorizzatore dei Foci. Lo spiega Ridondazione Comunista di Poggibonsi. 

POGGIBONSI - Siena Ambiente ha chiesto alla Regione Toscana di autorizzare la realizzazione di una nuova linea di combustione al termovalorizzatore dei Foci. Negli atti tecnici del procedimento la Regione scrive che «l'impianto incrementerà la sua capacità di smaltimento passando dalle attuali 70mila t/anno a 110mila t/anno». Quarantamila tonnellate in più, il 57%.

Non servono

Lo dice la documentazione del progetto: il fabbisogno di termovalorizzazione stimato dal Piano regionale per l'Ato Toscana Sud è di 189mila tonnellate l'anno. Capacità già autorizzata nello stesso ambito per un complessivo di 190mila tonnellate, cioè Poggibonsi con 70mila e Arezzo con 120mila.

La capacità attuale copre già il fabbisogno. Con l'ampliamento l'ambito arriverebbe a 230mila tonnellate: oltre 40mila non giustificate con le necessità reali del territorio.

E quel fabbisogno è calcolato sullo scenario che il Piano regionale chiama «inerziale», cioè quello che si verifica se il Piano non viene attuato. Nell'altro scenario, che prevede la riduzione del collocamento dei rifiuti in discarica al 1% entro il 2028 per raggiungere l’obiettivo del 10% di rifiuti in discarica entro il 2035, il proponente ammette che «lo scenario autorizzato risulterebbe già esaustivo per i fabbisogni». Tuttavia lo scarta, definendolo «ipotetico», preferendogli i dati di Assoambiente — che il documento stesso definisce «società di categoria delle imprese di servizi ambientali».

Si chiede di autorizzare un ampliamento sul presupposto che la Regione non raggiungerà i propri obiettivi. Più che una richiesta di autorizzazione, questa procedura appare una scommessa sul fallimento delle politiche pubbliche.

Le emissioni aumentano

Nello scenario su cui si richiede l'autorizzazione, le quantità annue emesse crescono tutte. La tabella 50 dello studio meteo-diffusionale, infatti, riporta i seguenti incrementi in termini di emissioni complessive annuali:
Mercurio +124%; Ossidi di zolfo +33%; Metalli +22%; Polveri +19,3%; Diossine +12,4%; Ossidi di azoto +6,1%.

E la CO₂: da circa 83mila a 139mila tonnellate l'anno, oltre 56mila in più. Metà di origine fossile. Per fare un confronto: il biodigestore delle Cortine, presentato come eccellenza premiata a livello internazionale, ne cattura 3.500. L’autorizzazione richiesta ne immetterebbe nell'ambiente circa sedici volte tanto.

Limiti richiesti al massimo consentito

Per la nuova linea si chiedono limiti che coincidono con l'estremo superiore degli intervalli europei delle migliori tecnologie: Toc 10 (range 3-10); Acido cloridrico 6 (range <2-6); Mercurio 0,02 (range <0,005-0,02); Ossidi di zolfo 30 (range 5-30).

Sulle diossine si chiede 0,05 ng/Nm³. Il valore garantito di progetto della tecnologia prevista per Poggibonsi è 0,016: tre volte meno. Perché un limite così tanto più largo di ciò che si può fare? Perché un limite largo è un margine. E la legge — lo riporta il documento del proponente — consente che «la durata cumulativa del funzionamento in condizioni di superamento in un anno» arrivi fino a 60 ore. Cioè la norma prevede che i limiti possono essere superati, in caso di guasti o anomalie, per 60 ore all’anno. A Poggibonsi si tratterebbe di sforamenti potenziali di limiti già fissati al massimo consentito dalla normativa europea, per 60 ore all’anno.

Il fosso della Vallicella, l'acqua, l'area alluvionale

Il Settore Genio Civile della Regione ha rilevato che «buona parte dell'impianto ricade in P3» (pericolosità idraulica elevata), che «la documentazione progettuale non indica mai le distanze delle nuove opere dal ciglio di sponda» e che «sembra che il raddoppio del locale turbine invada la fascia di rispetto del corso d'acqua». L'impianto scarica nel Fosso della Vallicella da due punti. Il progetto prevede un aumento del 40-50% sia del prelievo idrico sia dei reflui industriali scaricati in questo corso d’acqua.

Sul prelievo, il Settore Idrologico ha rilevato che il progetto indica «un fabbisogno di 20mila mc/anno» a fronte di una concessione in istruttoria per 15mila, la risposta del proponente: «in fase di istruttoria Paur provvederemo alla richiesta di un ulteriore aumento di volume».

Come per la verifica antincendio e per lo studio che deve certificare la distruzione delle diossine, rinviato al «progetto esecutivo successivo al rilascio dell'autorizzazione». Discutibile come risposta.

I costi rischiano di arrivare nella Tari dei cittadini

Il 17 luglio 2026 la Commissione europea ha proposto di includere nell'Eu Ets gli inceneritori sopra le 3 tonnellate/ora, con obbligo di acquistare quote di CO₂ dal 2031, e per intero dal 2034. La nuova linea di Poggibonsi è da 5,1 tonnellate all’ora. Il cronoprogramma indica una vita tecnica fino al 2051. Se la proposta della Commissione andasse in porto (al momento attuale non è legge), il gestore del termovalorizzatore dei Foci pagherebbe le emissioni di CO₂ per diciassette dei suoi vent'anni previsti.

Queste quote valgono oggi 82 euro a tonnellata, con previsioni oltre i 100 entro il 2030. Su 70.000 tonnellate di CO₂ fossile: 5-7 milioni di euro l'anno. Utilitalia, federazione delle imprese del settore, stima aggravi fino a 45 euro per tonnellata di rifiuto. Questi costi potrebbero - il condizionale è d’obbligo - entrare nel Pef, e di lì nella Tari dei cittadini.

Chi paga, e quante volte

Il meccanismo generale dello smaltimento dei rifiuti preleva denaro dalle tasche delle persone in almeno tre passaggi. Una famiglia che compra un prodotto al supermercato trova nel prezzo l'imballaggio, che poche ore dopo diventa un rifiuto. Con la Tari paga la sua raccolta e il suo smaltimento, che avviene, se indifferenziato, per combustione. Dalla combustione a Poggibonsi si ricavano circa 67mila megawattora l'anno venduti in rete — «l'energia venduta è circa l'85% dell'energia prodotta», scrive il proponente. E chi compra quell’energia è la stessa famiglia, come utente elettrico. Se sulla quota rinnovabile — dichiarata «pari a circa il 50%» — intervengono incentivi pubblici, il conto passa una quarta volta, attraverso gli oneri di sistema in bolletta.

Quanto costi tutto questo a una famiglia è difficile da calcolare. I vari passaggi sommati, descrivono un sistema in cui il rifiuto non è un problema da ridurre ma una materia prima che conviene far circolare, perché ogni step produce un guadagno per chi lo gestisce.

Un impianto collocato in questo sistema, con un importante margine di controllo dell’azionariato privato, che deve restare sempre acceso — al punto che, quando il rifiuto scarseggia, si brucia metano perché non si può «semplicemente "spegnere" il forno» — non ha interesse a che i rifiuti diminuiscano. Ha l'interesse opposto, e questo ampliamento vincolerebbe il territorio a quell’interesse per vent’anni. La questione seria non è quale impianto costruire, ma come far uscire i rifiuti dal mercato, considerando quello dello smaltimento un servizio essenziale di interesse - e di gestione - completamente pubblico.

L'alternativa

Secondo il Piano regionale se la Toscana raggiunge i propri obiettivi — differenziata al 75%, riciclo al 65%, discarica sotto il 10% entro il 2035 — la quantità da bruciare diminuisce e la capacità esistente basta.

Chiediamo che sia valutato quello scenario: uscire progressivamente dalla discarica investendo in riduzione dell’indifferenziato, raccolta, riuso, riciclo, aggiungendo l’obiettivo di ridimensionare nel tempo la capacità di incenerimento fino al residuo reale. Il contrario, insomma, di un progetto di trasformazione di un impianto da 70.000 a 110mila tonnellate.

Chiediamo il parere ambientale negativo

Alla Regione Toscana chiediamo di esprimere giudizio di compatibilità ambientale negativo.

Perché l'ampliamento non è necessario nell'ambito in cui ricade. Perché aumenta tutte le emissioni e la CO₂. Perché chiede limiti fissati ai valori più alti consentiti. Perché insiste su un'area a pericolosità idraulica elevata aumentando gli scarichi in un corso d'acqua tutelato. Perché rinvia a dopo l'autorizzazione verifiche che vanno fatte prima.

E al Comune di Poggibonsi — chiamato a esprimersi nel procedimento — chiediamo di portare queste criticità al tavolo regionale e di convocare un consiglio comunale aperto ai cittadini sulla vicenda. Una decisione di questo tipo non può passare sotto silenzio, con la consultazione pubblica fissata ad agosto, senza che tutta la comunità venga messa al corrente di cosa sta succedendo.

Noi, dal canto nostro, ci adopereremo per portare queste istanze in Consiglio comunale e in ogni luogo ce ne sia bisogno, comprese le strade e le piazze della città, facendo tesoro della collaborazione di tutti.

Nota: Tutti i dati sono tratti dagli atti del procedimento ID 2660, portale regionale GeA-Info, consultabili dal pubblico. La stima delle emissioni di CO₂ è elaborata sui valori dichiarati dal proponente.

fonte: Rifondazione Comunista Poggibonsi

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