Termovalorizzatore dei Foci, Rifondazione attacca: «Le 40mila tonnellate in più non servono a Poggibonsi»
Dopo l'intervento di qualche giorno fa, Rifondazione Comunista di Poggibonsi sul perché vada fermato l'ampliamento del termovalorizzatore dei Foci. torna a parlare dell'ampliamento del termovalorizzatore di Poggibonsi. Questa la loro posizione.
Leggiamo sulla stampa alcune dichiarazioni della sindaca Cenni sul progetto di ampliamento del termovalorizzatore dei Foci che raccontano una realtà diversa da quella che emerge dagli atti tecnici del procedimento in corso di valutazione da parte della Regione.
Da dove arrivano i rifiuti
La sindaca parla della «possibilità di accogliere una parte dei rifiuti industriali della Valdelsa» nella nuova linea che si attiverebbe, ma omette completamente i flussi dei rifiuti urbani dichiarati nella documentazione del progetto: nella Sintesi Non Tecnica (elab. AVVIA011SNT1P, par. 5.3 “opzione zero”) di Siena Ambiente tra le finalità dell'ampliamento infatti è indicata la «gestione di rifiuti urbani fuori ATO», assieme all’incremento della frazione secca ed eventuali “fermo impianti”. Una parte dei rifiuti urbani verrà da fuori, lo dice l’azienda. Un quadro molto diverso dal bacino tutto valdelsano che le parole della sindaca sembrano voler disegnare.
Sull’eventuale trattamento dei rifiuti industriali locali, come richiamato dalla sindaca, c’è un punto giuridico da ricordare: il citato principio di autosufficienza, ai sensi dell’art. 182 bis del D.lgs 152/2006, riguarda i soli rifiuti urbani di un ambito. Per gli speciali vale il mercato. Quella quota dell'ampliamento diventerebbe così un'operazione commerciale, di cui il territorio assorbe emissioni, traffico e rischio. Le imprese locali risentono negativamente di questa norma, lo sappiamo, ed è anche per questo che crediamo sia necessaria una revisione complessiva del ciclo dei rifiuti, partendo dalla sottrazione del rifiuto al mercato al fine di promuovere politiche di riciclo vere e definitive. In ogni caso, lo Studio di Impatto Ambientale (elab. AVVIA010SIA1P, par. 11.3) non quantifica le tonnellate di speciali locali che andrebbero a finire nel termovalorizzatore dei Foci ampliato: si limita a segnalare tra le finalità l’intercettazione di «eventualmente un’aliquota dei rifiuti speciali che attualmente viene gestita fuori Regione». Eventualmente, ed in subordine a tutto il resto, insieme alla ipotesi di allocare una quota pari all’1% dei flussi di rifiuti speciali dimensionati sul livello regionale. Ipotesi ed eventualità sono un po’ poco per giustificare un ampliamento del genere.
Del resto, come evidenzia bene l’articolo di Marcello Bartoli comparso su “Toscana Chianti Ambiente” il 10 settembre, l’autosufficienza dell’ATO sud è già garantita con l’autorizzazione dell’ampliamento del termovalorizzatore di San Zeno (Arezzo), che venne realizzata proprio per garantire l’autosufficienza dell’ATO entro il 2030. E che stando agli obiettivi di differenziata della Regione, di qui al 2028 la produzione di rifiuti potrebbe teoricamente anche diminuire.
Ribadiamo pertanto il concetto: le 40mila tonnellate in più non servono a smaltire i rifiuti dei poggibonsesi e dei valdelsani.
In tutta la Regione si stanno aumentando impianti simili
Nel giro di poche settimane in Toscana si sta ristrutturando il sistema di smaltimento, e sempre Bartoli su Toscana Chianti Ambiente ne ricostruisce i pezzi. Il 23 luglio l'assemblea dell'Ato Toscana Centro ha scelto lo scenario di un nuovo impianto a Montale fino a 100mila tonnellate, circa il doppio dell'attuale. Il 7 settembre la Giunta regionale ha dichiarato la compatibilità ambientale dell'ossicombustore di Legoli, a Peccioli, i cui documenti indicano fino a 177mila tonnellate di rifiuti solidi e 75mila di percolati.
Sommando Foci, San Zeno, Montale e Peccioli — «con tutte le cautele necessarie perché trattano flussi e territori diversi», avverte l'articolo — si supera la soglia delle 500mila tonnellate di trattamento termico o termo-ossidativo potenziale. Non significa che tutte quelle tonnellate saranno bruciate. Ma dà la misura della scelta infrastrutturale che si sta compiendo, in apparente contrasto con il Piano regionale che promette una Toscana che produrrà sempre meno rifiuti residui.
Anche il lessico è importante
Parlare, come fa Cenni, di “riattivazione” delle linee 1 e 2 ferme da anni è fuorviante. La Regione, nella nota di avvio del procedimento (prot. AOOGRT/PD0619686 del 30/07/2026) parla di realizzazione di una nuova linea previa demolizione delle esistenti. L'avviso al pubblico del proponente (elab. AVVIA006AVV2P) parla di «dismissione di n.2 linee» e di una nuova «in aggiunta a quella esistente ed operativa». Il Settore Autorizzazioni Rifiuti qualifica l'istanza come modifica sostanziale (nota prot. 0512558 del 25706/2026; elab. AVAIAET06DIR1P “Calcolo oneri istruttori”).
Le linee del 1977 che andrebbero ad essere sostituite trattavano 12.000 tonnellate l'anno, la nuova ne tratterà 40mila. Una capacità di 3,3 volte superiore, secondo lo stesso studio meteo-diffusionale (elab. AVVIA019ATM1N, par. 9.5). Chiamare "riattivazione" una moltiplicazione della capacità significa far passare per ordinaria amministrazione quella che nei fatti è una trasformazione enorme.
Teleriscaldamento
Il calcolo di efficienza energetica del proponente (elab. 02PFTEDOCREL012A, par. "Ep heat exported") considera «uno scenario con produzione totalmente di tipo elettrico, senza esportazione di calore», rimandando il teleriscaldamento a un momento successivo e destinato ai «capannoni industriali ed agli altri edifici che si trovano nelle immediate vicinanze».
Il Comune su questo ha chiesto «un approfondimento»: cosa significa? Che sia realizzato subito? Esteso alla città? Reso prescrizione vincolante?
Cosa dovrebbe chiedere il Comune
Il Comune farebbe bene a fare domande più legate all’interesse pubblico sul procedimento. Per esempio: con un fabbisogno dell’ATO dimensionato a 189.000 tonnellate e già autorizzato a 190.000, perché ne servirebbero 40mila in più? Perché non è previsto un tetto annuo rigido sulla capacità? Perché per le emissioni si richiedono i limiti più alti previsti dagli intervalli europei? Cosa succede se, come possibile, il nostro termovalorizzatore entrasse nel sistema degli ETS europei, e dovesse pagare le quote di CO2 prodotta? Come si giustifica questo ampliamento nel quadro della lievitazione del trattamento termico in tutta la Regione?
Chiediamo che il Comune renda pubbliche le osservazioni che ha presentato e che si adoperi quanto prima ad un confronto pubblico con i cittadini sul tema.
Nota: tutti i documenti citati sono consultabili sul portale GeA-info della Regione Toscana.

