Sanità, la nuova figura “sotto” l’infermiere: innovazione o arretramento?
di Yuleisy Cruz Lezcano
Nel dibattito sempre più acceso sul futuro del sistema sanitario, emerge con forza l’ipotesi di introdurre nuove figure professionali collocate gerarchicamente al di sotto degli infermieri. Una proposta che, almeno sulla carta, nasce per rispondere alla cronica carenza di personale e alla necessità di rendere il sistema più “sostenibile”. Ma è davvero questa la direzione giusta?
Dietro il linguaggio tecnico e apparentemente neutro dei documenti istituzionali, si intravede una logica ben più pragmatica: contenere i costi. In altre parole, inventare nuove figure per pagare meno gli infermieri. Una scelta che rischia di avere conseguenze profonde non solo sulla professione infermieristica, ma sull’intero equilibrio dell’assistenza sanitaria.
A rendere il quadro ancora più critico è la percezione, diffusa tra molti operatori, di una rappresentanza professionale incapace di difendere realmente il valore e il ruolo degli infermieri. Una rappresentanza che, invece di rafforzare la professione, finisce per accompagnarne un progressivo ridimensionamento. La “poltrona”, si potrebbe dire, esercita un fascino tale da allontanare chi la occupa dalla realtà quotidiana dei reparti, trasformando le decisioni in meri esercizi numerici: prestazioni, indicatori, bilanci.
In questa catena di montaggio che è diventato il sistema salute, la parola d’ordine è “sostenibilità”. Un termine elegante, quasi rassicurante, che però rischia di tradursi in una compressione della qualità dell’assistenza. Perché quando il focus si sposta esclusivamente sui numeri, si perde inevitabilmente di vista ciò che dovrebbe essere centrale: il paziente, il suo benessere, la sua qualità di vita.
Nel frattempo, la dirigenza contribuisce a questo scollamento con decisioni calate dall’alto, prive di un reale processo di condivisione. Non viene spiegato il “perché” delle scelte, non si costruiscono équipe, non si alimenta il senso di appartenenza. Al contrario, si frammenta. E in un sistema già fragile, la frammentazione è un moltiplicatore di inefficienza e disagio.
Gli infermieri, intanto, sono chiamati a essere sempre più “tuttologi”: devono saper fare tutto, adattarsi a ogni contesto, coprire carenze strutturali. Ma a fronte di questa crescente complessità, lo sbocco di carriera resta pressoché nullo. Titoli universitari e competenze avanzate finiscono spesso chiusi in un cassetto, mentre il demansionamento diventa una realtà quotidiana.
Il problema non è solo organizzativo, ma profondamente relazionale. La distanza tra chi dirige e chi lavora sul campo si è ampliata fino a diventare un vero e proprio ostacolo. Manca una leadership autentica, capace di ascoltare, coinvolgere, valorizzare. E senza leadership, qualsiasi riforma rischia di trasformarsi in un’imposizione sterile.
In questo contesto, la creazione di nuove figure professionali solleva interrogativi legittimi. Chi le sta progettando possiede davvero una conoscenza approfondita dei bisogni di salute? Quale sarà il loro impatto reale sulla qualità dell’assistenza? E soprattutto: chi si assumerà la responsabilità degli errori?
Perché il punto è anche questo. In un sistema già sotto pressione, si rischia di scaricare ulteriori responsabilità sugli infermieri, chiamati a rispondere non solo del proprio operato, ma anche di quello altrui. Una dinamica che, oltre a essere ingiusta, è potenzialmente pericolosa.
Se l’obiettivo è davvero migliorare il sistema sanitario, forse la strada non è quella di “scendere” di livello, ma di investire sulle competenze esistenti, valorizzare le professionalità, costruire percorsi di crescita e rafforzare la collaborazione tra le diverse figure.
Altrimenti, più che una riforma, ci troveremo di fronte a un cambiamento retrogrado. E a pagarne il prezzo più alto, ancora una volta, saranno gli infermieri. E i pazienti.
