Tra Colle e il Piemonte: “Se vuoi far ridere Dio” è il terzo lavoro editoriale di Giovanni Iozzi
di Simona Pacini
Giovanni Iozzi, psicologo con una “vita precedente” nei posti più a rischio del mondo, soprattutto dell’Africa, è reduce da un evento che lo ha visto presentare il suo ultimo lavoro, “Se vuoi far ridere Dio, parlagli dei tuoi progetti”, al Salone del libro di Torino, nello stand della Regione Toscana, con la casa editrice PrimaMedia, con cui aveva già pubblicato.
Ciao Giovanni, lo sai che a Colle ti aspettano per parlare del tuo nuovo libro, vero?
«Non ho ben capito se questa è la prima domanda, se del caso, rispondo che stando lontano sento sempre più forte l’appartenenza ai luoghi in cui sono cresciuto, e con ciò anche alla gente che ha popolato la città dopo quelli che c’erano ai miei tempi. Ogni volta che incontro vecchi e nuovi colligiani è un vero piacere. Spero di tornare presto».
A Torino come è andata?
«La presentazione del libro ha fatto scendere dalla montagna i protagonisti della storia e la sala era, possiamo dire, gremita. Raccontare del proprio lavoro al Salone davanti a tanti amici fa piacere, non posso nasconderlo. E poi, sai, non saprei proprio dire perché, ma io a questo libro ci tengo: niente di autobiografico eppure tanto pieno di emozioni, ricordi, storie, sentimenti che mi hanno sfiorato. Sì, mi dichiaro pienamente soddisfatto, bravo Michele Taddei e bravissima Simona Trevisi (entrambi di PrimaMedia, ndr) a tenere le fila dalla prima revisione fino all’organizzazione dell’evento».
Puoi svelare il nome dell’amico scrittore che non è potuto venire a presentare il libro?
«Ho conosciuto Daniele Mencarelli (Tutto chiede salvezza, La casa degli sguardi, e ora Quattro presunti parenti) in un incontro al carcere delle Vallette: uno dalla vita scombinata fino all’osso e che ancora non ha finito del tutto di riordinare. Ci siamo annusati, riconosciuti e sentiti parenti. Ora posso dire amici. Si era detto contento di venire a presentare il mio “Se vuoi far ridere Dio” ma dopo un ricovero per una polmonite, uscendo dall’ospedale, si è trovato un calendario fittissimo di presentazioni organizzategli dalla Sellerio nel Salone Off, per cui non ce l’ha più fatta. Mi dispiace, ma conta di più un’amicizia sincera».
La trama che racconti si snoda tra i tuoi luoghi del cuore, da Colle Val d’Elsa, tua città di origine, a Torino e alla campagna piemontese dove vivi ora nella valle dei valdesi
«Sì, ora capisco quanto i luoghi in cui ho vissuto siano importanti. Ogni posto raccontato è un luogo su cui ho camminato, compreso il deserto che è una pietra miliare nel racconto».
Una trama di altri tempi in cui però, come hai raccontato, quasi senza accorgertene, ritrovi te stesso. In che senso?
«Sì, ormai posso dirlo senza pudore: il personaggio del racconto attraversa quarant’anni di storia, tra regime, guerra e resistenza. Alla fine, agli occhi dei suoi compaesani, si ritrova circondato da un’aura di misteriosa autorevolezza; credo appaia come uno che la sa lunga e non lo dice. In realtà il racconto ci rivela come sia un povero diavolo beffato da quel destino bizzarro che lo attende. Sì, in questo mi rispecchio».
Fino a oggi hai pubblicato Ragazzi di Fiume, un memoir in cui racconti la tua gioventù, e Volevo solo essere voluto bene, la storia vera della redenzione di un giovane di strada. Ora questo racconto… Puoi compilare la tua classifica personale, spiegando il perché delle tue scelte?
«Ragazzi di Fiume era un po' quello che rappresentava la scrittura per Zeno Cosini ne La coscienza di Zeno: c’era bisogno di liberarsi di tanti cattivi pensieri e ci voleva una messa in scena per esorcizzarli. Serviva più a me che al lettore. La storia di Roberto K. (Volevo solo essere voluto bene, PrimaMedia Ed.) rispondeva alla necessità di un ragazzo buono come il pane a cui una storia incredibile aveva assegnato il ruolo di braccio armato della famiglia ’ndranghetista dei Morabito. Quando gli dissero che doveva morire per una malattia incurabile, venne a chiedermi di raccontare la sua storia di vita affinché i ragazzi che erano cresciuti come lui non perdessero la speranza in un futuro lontano dal crimine. È stato un viaggio che mi ha provato, ma anche un vero regalo che ci siamo scambiati. Abbiamo letto insieme il libro man mano che andava avanti e alla fine gliel’ho posato sul cuore quando se n’è andato. Questo nuovo libro invece credo sia il primo ispirato da quella che definirei la libera voglia di scrivere. Nessun vincolo: tutto ricordi, memorie, vissuti e sogni in libertà. Sì, qui dentro chi vorrà cercarmi potrà incontrarmi, come fossimo ancora al bar di Lalla e di Antenore in Sant’Agostino o da Ebo vinaio davanti a casa mia».
In Volevo solo essere voluto bene hai collaborato con due professionisti della scrittura e dell’illustrazione, Deborah Gambetta e Andrea Bozzo. Come è nata questa cooperazione?
«Il primo editore a cui presentai il libro di Roberto K. lo trovò un po' troppo ridondante nei concetti. Potevo capirlo, in fondo era poco più che la trascrizione delle sue parole nei sette mesi in cui l’ho accompagnato ad ogni seduta di radio o a ogni visita. Io però ne ero uscito stremato. Ricordo ancora una sera in cui Roberto mi disse “Dammi un po' della tua vita che io ti do un po' del mio male”; in quel momento lui mi toccò la schiena e io sentii che ci eravamo scambiati qualcosa. Dopo pochi mesi dovetti operarmi di un melanoma accampatosi proprio in quel punto. Deborah è la compagna di Andrea, con lui ci conosciamo da anni e fu lui a dirmi che a Deborah avrebbe fatto piacere lavorarci, visto che lo aveva letto. Ecco tutto. Deborah poi è stata una delle finaliste allo Strega di quell’anno con il libro su Kurt Gödel».
Hai collaborato o hai avuto scambi di opinione con altri esponenti del mondo editoriale?
«Il lavoro che ho avuto la fortuna di svolgere a Torino come responsabile del Progetto Culturale della cooperativa Arcobaleno legata al Gruppo Abele mi ha fatto incontrare diversi personaggi dell’editoria, della scrittura e della comunicazione. Ma credo di non avere mai mescolato la mia vita professionale con la passione dello scrivere, anche perché un fatto è il mestiere di scrittore, altro quello di amatore dello scrivere in bella copia…».
Tornando a “Se vuoi far ridere Dio”: che tipo di accoglienza sta ricevendo? Te lo aspettavi?
«Non so com’è ma alla fine mi ci sono affezionato, mi piace raccontarlo e ancora rileggerlo quando mi capita. Ci sono stati disastri nella distribuzione, il distributore ha deciso di chiudere e questo è stato un problema per me e per PrimaMedia, l’editore. Forse più per loro. Per un po' il libro è scomparso persino dai radar di Amazon, ora è riapparso anche se qua e là dall’Italia qualcuno trova ancora dei problemi. Ricevo giudizi lusinghieri che purtroppo i lettori inviano a me; è evidente, i più sono amici o conoscenti. Vorrei che capissero che i loro giudizi sono preziosi per farlo camminare, che a me fa molto piacere riceverli ma che sarebbe bello che li esprimessero sui loro profili social o, meglio ancora, su Amazon».
Hai un altro progetto nel cassetto per far divertire il Padreterno?
«Ad agosto PrimaMedia stava già lavorando ad una raccolta di racconti su duelli che hanno segnato la storia, da Caravaggio a Mussolini, da Billy the Kid a Galois, da Francesco Ferrucci a Musashi. Anche a quelli ci tenevo molto. Mi era piaciuto raccontarli dal basso, come fossimo lì ad assistere. Poi un medico garbato mi informa che sarei campato poco, molto poco, così ho inviato loro “Se vuoi far ridere Dio” sperando di vederlo pubblicato ancora prima dei Duelli. Ora il libro c’è, io sono ancora vivo e ancora con un filo di speranza di vita davanti. Così, confidando nel sorriso benevolo di Dio, spero di vedere pubblicati anche i Duelli; nel frattempo comincio un nuovo lavoro ancora legato alla mia terra, alla vita contadina e molto intimo. Vedremo. Mentre scrivo ricevo dall’Associazione dei Toscani di Udine l’invito ad andare a presentarlo. Parafrasando il mio amico Mencarelli: Tutto promette salvezza».
