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Paolo Maccari, un secondo romanzo dopo “Memmo e il Biondo”

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Paolo Maccari, un secondo romanzo dopo “Memmo e il Biondo”

di Simona Pacini

Paolo Maccari

Due fratelli, entrambi colligiani, stabiliti a Firenze dove lavorano come insegnanti di materie letterarie, entrambi scrittori: Paolo e Giovanni Maccari.

In mezzo, una differenza di età di nove anni.

Giovanni Maccari, il maggiore, è appena uscito con un nuovo libro, “Storia della mia colombaia” di Isaak Babel’, che ha curato e arricchito con un proprio scritto (ne parliamo qui in questo articolo).

La più recente pubblicazione di Paolo, ultimo di sei tra fratelli e sorelle, risale al 2025, “Ballata di Memmo e del Biondo”, un romanzo che arriva dopo anni di attività di poesia e critica letteraria e che sta riscuotendo diversi riconoscimenti.

Paolo, com’è che sono usciti due scrittori in questa famiglia? Come vivono fratelli, sorelle e nipoti questa vostra fama letteraria? 

Non so come sia successo… Io sono il fratello più piccolo di una famiglia numerosa (siamo sei) e sicuramente l’esempio di Giovanni è stato importantissimo fin dall’adolescenza: essendo più grande di me, quando io ero appena adolescente lui aveva già una discreta biblioteca da cui attingevo seguendo i suoi consigli. Senza di lui, non so se mi sarei iscritto a Lettere e avrei proseguito a scrivere dopo i primi, segreti e ovviamente imbarazzanti tentativi dei quindici anni. Anche Anna Maria, la primogenita, che è laureata in lingue e ha tradotto diversi libri con grande finezza anche per editori importanti, mi ha consigliato libri e autori quando ancora ero un ragazzino: Rimbaud e Campana li ho conosciuti molto presto grazie a lei e se sul secondo ho scritto addirittura un libro, nel 2012, il primo rimane una delle letture più sconvolgenti che abbia mai fatto. Quindi, da questo punto di vista ho avuto fortuna. Non l’ispirazione, ma l’incoraggiamento più grande a scrivere l’abbiamo ricevuto tuttavia, io e Giovanni, da nostra madre, che conosceva, credo, migliaia di versi a memoria dei suoi autori preferiti e soprattutto aveva una capacità di incoraggiare, i figli e chiunque incontrasse, che non ho riscontrato in nessun altro essere umano. D’altronde, in maniera indiretta credo sia stato importante anche nostro padre: era un uomo molto intelligente e colto, si divertiva a coglierci in castagna se dicevamo qualche castroneria. In un certo senso, la sua è stata una lezione di anti-retorica. Essere bastian contrario è una caratteristica toscana che in lui trovava un campione allo stato puro.

Per quanto riguarda il rapporto dei nostri parenti con l’attività letteraria mia e di Giovanni… andrebbe chiesto a loro. Non siamo una famiglia dove i sentimenti si esternano con facilità: la nostra modalità di comunicazione è piuttosto un'affettuosa presa per i fondelli nutrita da decenni di esercizio.

A proposito di parentele, se si parla di Maccari e di Colle Val d’Elsa è impossibile non richiamare il nome di Mino. Lo hai conosciuto di persona? Come vedi la sua figura da un punto di vista artistico e da quello più familiare?

Non ho conosciuto di persona Mino Maccari, che era cugino di mio nonno paterno, ma in famiglia ogni tanto se ne parlava. Siccome negli anni universitari mi sono interessato di pittura novecentesca, guidato dalla lontana parentela mi è capitato di studiarlo e apprezzarlo. Il movimento di Strapaese, di cui è stato l’inventore e l’iniziatore, aveva aspetti di provincialismo e di ristrettezza ideologica che difficilmente si possono salvare. Ma Mino era molto più di questo: la sua ironia graffiante non ha mai mancato di mettere alla berlina aspetti deleteri della nostra società, sia durante il fascismo, in cui comunque ha creduto a lungo, sia nel lungo dopoguerra. E le sue facoltà satiriche andavano di pari passo con una cultura paradossalmente assai poco strapaesana, anzi legata ad alcune delle migliori esperienze europee immediatamente precedenti alla sua, come l’espressionismo tedesco. Non sto dicendo niente di nuovo, ma questi pochi accenni mi servono per esprimere la mia ammirazione per la sua opera, sostenuta tra l’altro da una mano felicissima, specie nella dimensione grafica. Ogni tanto i miei genitori e mia nonna ricordavano col sorriso qualche suo scherzo e qualche sua stravaganza, ma anche certi fatti tragici della sua vita. Sicuramente è stato un uomo di una vitalità debordante e, immagino, un divertentissimo compagno di serate.

ll tuo esordio letterario avviene con la poesia. Hai pubblicato diversi volumi e ottenuto dei riconoscimenti importanti. Come è nata questa passione?

Sì, ho esordito a venticinque anni con una raccolta intitolata Ospiti. Sono seguiti diversi volumi, fino all’ultimo di quattro anni fa, Quaderno delle presenze. Credo di aver iniziato a scrivere cose che non mi ripugnavano alla rilettura verso i vent’anni (molte delle quali, peraltro, mi ripugnano ora, se le rileggo, ma credo che sia normale) e alcune sono poi entrate nel mio primo libro, che per me è importante sia perché un esordio lo è sempre sia, e soprattutto, perché è prefato da Luigi Baldacci, che è stato il mio maestro all’università e a cui devo moltissimo non solo in termini poetici.

Non so precisamente come è nata questa passione. Giovanni Raboni, un grande poeta del secondo Novecento, affermava all’incirca che si inizia a scrivere sempre per emulazione, spinti dall’ammirazione di ciò che si è letto. Credo sia vero. Si inizia, come è noto, anche per sfogo immediato, come se la pagina fosse una rivalsa: ma questo è davvero un atteggiamento adolescenziale, che spesso confonde la sincerità con la riuscita. Dopo un po’, subentra la necessità di comprendersi scrivendo, o meglio la curiosità di commisurare sé stessi e gli altri (e il mondo in genere) attraverso la restituzione verbale.

Ora invece hai pubblicato un romanzo, Ballata di Memmo e del Biondo. Che cos’è che ti ha fatto cambiare genere?

Un po’ retoricamente, mi verrebbe da risponderti che è la materia a imporre all’autore il genere da adottare. Nonostante il rischio della retorica, a me è avvenuto un po’ così: la strada verso il racconto era visibile già nella trafila dei miei libri di poesia, ma i personaggi di Memmo e del Biondo mi sono venuti in mente all’interno di un’intuizione di continuità. Li sentivo, insomma, personaggi di romanzo, che avevano bisogno di una voce distesa capace di seguirli nella durata del tempo. È stata un’esperienza piacevole accondiscendere a questa intuizione. Ho scritto mettendo nella vicenda molte cose che sapevo, cercando di restituire una mentalità – quella di certi colligiani delle generazioni passate a confronto con personaggio all’incirca della mia età – e al tempo stesso di inventarmi delle persone che fossero una specie di frankenstein formato dalle sparse membra di uomini e donne che ho conosciuto e amato. Uno dei moventi principali della scrittura, infatti, credo sia stata la nostalgia: il desiderio di tornare a Colle, ma in una Colle che ormai esiste solo nella mia memoria o forse nella mia immaginazione.

Questo romanzo scorre velocissimo. Cattura il lettore perché è pieno di sottintesi, di cose non dette, di collegamenti che il lettore è chiamato a fare da solo. Come lettura è molto appassionante. Ma come scrittura credo che sia molto faticosa, nel senso che immagino sia più difficile non dire e allo stesso tempo far filare eventi e discorsi. Come è stato per te?

Ti ringrazio di aver notato questo aspetto. I sottintesi, il non detto, sono uno degli aspetti a cui più tengo riguardo alla Ballata. Mentre scrivevo pensavo a una stratificazione: una storia principale, un’altra improvvisa come un colpo di scena e poi altri fili più tenui che il lettore avrebbe potuto cogliere o non cogliere senza pregiudicare la scorrevolezza del libro. Ero attratto da quest’idea perché mi sembrava una forma ulteriore di realismo, anche se non corrisponde al realismo comunemente inteso. Mi riferisco infatti a quel realismo che cerca di mimare i meccanismi della nostra memoria: ci sembra di possedere il nostro passato, di saperne rendere conto, di poter offrire facilmente una cronologia della nostra vita. In realtà (per l’appunto) la memoria taglia, emenda, corregge, falsifica: specie quando i ricordi sono troppo dolorosi. La nostra identità ha bisogno di seguire certi fili e di ignorarne altri; e magari quelli ignorati sono invece i fili che ci hanno reso più degli altri ciò che siamo.

Ricordo una tua poesia, sulla morte del cane. Quasi un racconto. Questo romanzo è una ballata, quindi non proprio una prosa classica. Ci sono confini precisi che delimitano i generi di scrittura, naturalmente, ma niente vieta di interpretarli e utilizzarli in libertà. Che ne pensi?

Penso che sia vero, almeno per quanto mi riguarda. In generale, la distinzione dei generi è in crisi da almeno centocinquanta anni, se non dal Romanticismo in avanti, e alcune delle opere più importanti della modernità sono scaturite da fruttuosissime contaminazioni (per esempio tra il romanzo e il saggio).

Nel mio piccolo, ho sempre cercato, in maniera nemmeno troppo consapevole, di mischiare le carte: già il mio primo libro, che ho già ricordato, è composto da poesie liriche, molte delle quali in metrica chiusa, da poesie narrative, da prose narrative. Negli anni, questa tendenza mi si è sempre più imposta. Dopo aver sperimentato i metri tradizionali, mi è sembrato di potermene liberare, ovvero di poterli utilizzare con maggiore elasticità, dissimulandoli in una voce che fosse il più possibile aderente con la mia voce naturale (cosa che richiede molti più artifici di quanto si pensi). Inoltre, il passare del tempo mi ha portato a spostare il centro dei miei interessi dalla mia persona all’altro, al diverso da me. Da qui nascono, nei libri poetici più recenti – tra cui anche Fermate, dove è inserita la poesia a cui alludi -, poesie narrative ‘estroflesse’, e anche, sempre in numero maggiore, testi in prosa che hanno elementi lirici o musicali ma si presentano in primo luogo come veri e propri racconti.

La Ballata sta riscuotendo diversi riconoscimenti…

Sì, ha vinto, a pari merito con un libro molto bello di Enrico Fink, Patrilineare, un premio piuttosto importante (Premio Megamark), ed è stato ed è in finale in altri. Inoltre ha ricevuto molte recensioni sui più importanti quotidiani e riviste specializzate. La cosa mi ha sorpreso e, ovviamente, gratificato.

Ti sei accorto di un cambiamento nel pubblico che ti segue da quando hai ampliato i generi di scrittura che affronti? Puoi dire se seguono chi la poesia chi il romanzo, o seguono l’autore, Paolo Maccari?

Il romanzo ha sicuramento un pubblico più ampio. O per essere più precisi, la poesia ha un pubblico così ristretto che il cambio di genere ha comportato per forza un allargamento di lettori.

Qualche estimatore della mia poesia ha letto anche il romanzo, ma soprattutto molte persone che, con qualche imbarazzo, mi confessavano di non leggere poesia, perché lontana dalle loro corde, hanno letto invece il romanzo.

Non so che pensi della società attuale, che tra l’altro hai modo di osservare anche attraverso un punto di vista privilegiato, come insegnante. In questi tempi di analfabetismo funzionale, di frasi fatte e slogan urlati, come sta la poesia? Ha ancora un futuro?

Non saprei. Da una parte mi viene da dirti che il futuro della poesia è nerissimo. La scrivono molte più persone di quante la leggono. In apparenza è un genere facile. Una poesia si scrive, volendo, in cinque minuti, e, come ho detto prima, in tanti scambiano la sincerità o peggio la spontaneità, con un valore in sé. Se fosse così, i grandi poeti e le grandi poetesse sarebbero, semplicemente, brave persone. Invece la poesia è un genere difficile, che richiede capacità artigianali oltreché talento. Quindi pazienza, esercizio, capacità autocritica. Esistono ancora oggi poeti di valore, ma di solito sono sconosciuti ai più (anche perché, nella guerra tra poveri che si combatte nel mondo della poesia, spesso contano più le capacità di autopromozione che la qualità).

Dall’altra parte, tutto questo pessimismo – e ne ho speso solo una parte di quello che mi abita – viene contraddetto dalla natura stessa della poesia, che credo risponda a un bisogno primario dell’uomo: quello di usare le parole in maniera tale che il loro significato e il loro suono concorrano a un significato ulteriore, più profondo, più scrupolosamente vicino a verità che la prosa da sola non è in grado di raggiungere. Se davvero questo bisogno esiste e continuerà a esistere, allora anche la poesia non potrà estinguersi.

E il tuo lavoro di scrittore quale futuro seguirà?

Mah! Al momento sto cercando di scrivere un altro romanzo, ma procedo molto lentamente. Ho anche diversi racconti che vorrei prima o poi pubblicare e qualche poesia nel cassetto. Il fatto è che non mi riesce di tenere un ritmo costante e quindi di fare previsioni. Sono stato anni senza scrivere niente e a volte in pochi mesi mi è venuta fuori una raccolta. In sintesi, direi che non so quale futuro avrà il mio lavoro di scrittore e sono curioso, ma non ansioso, di scoprirlo.

 

Chi è Paolo Maccari

Paolo Maccari (Colle Val d’Elsa, 1975) vive a Firenze dove insegna nella scuola secondaria. Tra i suoi libri di poesia: Ospiti (Manni, 2000), Fuoco amico (Passigli, 2009), Fermate (Elliot, 2017), Quaderno delle presenze (Le Lettere, 2022). Suoi testi sono presenti in diverse antologie italiane e straniere. Nel 2025 ha pubblicato il romanzo Ballata di Memmo e del Biondo (Elliot). Sul versante critico, ha introdotto e curato opere di scrittori otto-novecenteschi ed è autore di una monografia su Bartolo Cattafi, Spalle al muro (SEF, 2003) e di un volume su Dino Campana, Il poeta sotto esame (Passigli, 2012). Dirige con Valerio Nardoni le collane di poesia della casa editrice Valigie rosse.