Sergio Giomi non aveva ancora diciotto anni quando il babbo lo mandava a lavorare durante l’estate dal sor Giubbolini (padre della stilista Albertina) in centro a Colle. In quei giorni il suo compito era imbustare la polvere lievitante per dolci senza superare i 10 grammi per ogni sacchetto
di Simona Pacini
Aveva sedici anni, Sergio Giomi, quando il babbo lo mandò a lavorare nelle vacanze estive dal sor Alberto Giubbolini, che aveva aperto una drogheria a Colle, al numero 6 di via dei Bagni. Sergio era solo un ragazzino, che in agosto tra l’altro doveva studiare per gli esami di settembre. Ma riuscì a conquistare la fiducia dell’inventore del Lievito Colombo, che lo lasciava a gestire la bottega da solo, compresa la cassa. E che gli chiese addirittura di rilevare la sua attività, al termine degli studi.
Il sor Giubbolini era anche il padre di Albertina, la stilista che in quegli anni, i primi Sessanta, aveva aperto il proprio atelier a Roma. E si stava facendo apprezzare nel jet set con i suoi originali lavori di maglieria.
«Ricordo quando il sor Giubbolini voleva parlare con la figlia», racconta Giomi. «Nel negozio c’era un telefono nero di bachelite appeso al muro. Faceva due squilli e metteva giù. Era il segnale. Subito dopo lo richiamava lei, così lui risparmiava sull’interurbana».
Fino a qualche anno prima, Giubbolini aveva gestito una bottega di alimentari in via Usimbardi, sulla destra arrivando da piazza Arnolfo, accanto al fondo dove la figlia Albertina aveva aperto il suo primo maglificio. Poi si era spostato, seppur di poco, cambiando però attività. Aveva abbandonato i generi alimentari freschi per puntare sui detersivi, i saponi, bottiglie di liquori, lievito di birra, i legumi, che allora si vendevano sfusi prendendoli con una “scarpa” di metallo direttamente dai grandi sacchi di iuta poggiati a terra.
Il lievito nato dietro una parete di compensato
La drogheria del sor Giubbolini era vicino alla trattoria da Mario (quella che i colligiani conosceranno in seguito come la pizzeria di Vittorio), quasi su via delle Casette dove, all’angolo con via Oberdan (dove oggi c’è Conforti elettricità) aveva il magazzino. La concorrenza era rappresentata dalla bottega del sor Procopio Lucaccini, in via Roma.

«Babbo - dice Giomi - era amico del Giubbolini, così per levarmi dalla strada mi mandava da lui per mille lire a settimana».
Nel 1962 però le mille lire non rappresentavano più la felicità della canzone del tempo di guerra. Lo stipendio medio di un impiegato dell’epoca era sulle 50-60mila lire al mese.
«Anche se la paga non era granché, il sor Giubbolini era un uomo buono e ci stavo volentieri. Alla fine poi erano solo una cinquantina di giorni all’anno, un mese e mezzo».
Tentativi e tanti dolci per la composizione perfetta
Il lievito, racconta Giomi, Giubbolini lo fece a forza di prove nel piccolo laboratorio dietro una parete di compensato e dopo una serie di tentativi falliti.
«Il figlio medico, che si intendeva di chimica, lo aiutava a perfezionare la formula. A casa poi lui infornava dolci su dolci, per sperimentarne la resa. Finché non riuscì a trovare la combinazione perfetta».
Il giovane Sergio era addetto alla composizione delle bustine, le cosiddette presine di lievito.
«Il misurino era stato ricavato dal coperchio di una scatolina tonda di metallo di ceretta da scarpe, con l’aggiunta di un manico in fil di ferro passato attraverso due buchi. La polvere doveva essere spianata con una spatola, perché fosse rasa e pesasse 10 grammi precisi. Quindi la versavo in una bustina di carta che appoggiavo su un ripiano vicino al muro. Quando ne avevo preparato un certo numero, passavo ogni bustina in una macchinetta che la sigillava con una dentatura sulla carta. Poi riempivo le scatole di cartone in cui ci stavano cento bustine, a 10 lire l’una, quindi mille lire a scatola».
Il nome Colombo da dove arrivava?
«Dal disegno. Era un colombo che il sor Giubbolini, mi spiegò, aveva copiato pari pari dalla scatola della Lansetina, un detersivo per capi delicati che aveva tutti i giorni sotto gli occhi. La colomba era bianca su sfondo blu. Lui la fece rossa su sfondo bianco».

In giro a vendere il lievito con la corriera
I clienti del Giubbolini non erano i negozianti colligiani, da cui passavano direttamente i rappresentanti delle ditte, ma i bottegai di campagna. Tanti passavano a rifornirsi anche con il furgoncino con il quale poi andavano a vendere nei paesi più isolati e nei casolari sparsi.
«Il sor Giubbolini in persona ogni tanto preparava due pile di cinque scatole di lievito e le legava con uno spago perché stessero insieme. Poi la mattina prendeva la postale in piazza, andava da qualche parte in Maremma e tornava la sera, dopo averle vendute tutte, con 10mila lire in tasca».
Ha un ricordo in particolare che conserva di quei mesi?

«L’ho capito soltanto molto tempo dopo, ma una volta il sor Giubbolini mi mise alla prova per vedere se poteva fidarsi di me. Fece in modo che trovassi mille lire tra i fagioli. E io gridai, sventolando la banconota, ‘ho trovato mille lire!’. Mi venne spontaneo. In effetti dopo questo episodio cominciò a lasciarmi solo in negozio, anche alla cassa, quando la commessa si allontanava per fare delle commissioni. Poi, verso la fine della scuola mi chiese se volessi rilevare io l’attività. Credeva che mi sarebbe andata bene e lui doveva cominciare a pensare di lasciare perché era già anziano. Ma non me la sentii. Nel 1965, dopo il diploma al Bandini (oggi Roncalli) di Poggibonsi, ottenni il mio primo lavoro come impiegato alla Piana con lo stipendio di 60mila lire al mese. Diverso tempo dopo, all’inizio degli anni Ottanta, seppi che Giubbolini aveva venduto alla Dolciaria di Renzo Mariotti, una ditta di Tavarnelle».
Quel legame tra talenti colligiani
E Albertina?
«Quando lavoravo nella drogheria non l’ho mai vista. L’ho conosciuta qualche anno dopo al matrimonio della sorella Maura. Anche se lavoravo da un’altra parte, col sor Giubbolini c’era ancora un rapporto di amicizia. Da poco avevo comprato la mia prima auto, una Fiat 500, che faceva comodo anche per portare alcuni ospiti. Il matrimonio fu celebrato nella chiesa di Ancaiano, perché la famiglia era amica di don Alfredo Braccagni. Al ritorno poi ebbi l’onore di riportare a Colle Bianca Maria Piccinino, la giornalista di moda della Rai, che conosceva Albertina ed era molto amica di Maura. La ricordo ancora con una certa emozione».
Gli altri personaggi dei Ri-Tratti di Simona Pacini.
