di Yuleisy Cruz Lezcano
Da dove cominciamo? Dai dati gravemente incompleti dell’Inail o dalle cronache zoppe dei media? È una domanda che torna ogni volta che si prova a raccontare la strage quotidiana delle morti sul lavoro in Italia, una tragedia che continua a consumarsi sotto gli occhi di tutti ma che raramente riesce a diventare un tema centrale del dibattito pubblico. Sì continuano ad aggiungere lavoratori ai numeri di questa lunga sequenza di vite spezzate, l’Inail presenta i dati del primo semestre 2025 e comunica che le morti sul lavoro sarebbero 495. Nei conteggi degli osservatori indipendenti, che ogni giorno raccolgono notizie dalle cronache locali e dalle segnalazioni territoriali, le vittime sono invece 545. Cinquanta morti di differenza. Non si tratta di una discrepanza marginale: cinquanta vite non sono un margine statistico, ma un vuoto che racconta molto di come questo fenomeno venga registrato e percepito.
Il problema è strutturale
L’Inail lavora sulle denunce ricevute e non copre circa il venti per cento dei lavoratori italiani. Questo significa che una parte consistente del mondo del lavoro resta fuori dal perimetro delle statistiche ufficiali. A questo si aggiunge l’enorme area grigia del lavoro nero o irregolare, dove gli incidenti spesso non vengono registrati o finiscono per sparire nelle pieghe delle cronache locali. Eppure è proprio su questi dati incompleti che si costruisce quel poco di dibattito politico che emerge ciclicamente sul tema della sicurezza nei luoghi di lavoro. Anche l’informazione contribuisce a questo cortocircuito. I media pubblicano ciò che arriva dalle agenzie o dalle notizie più visibili, ma raramente riescono a restituire un quadro complessivo. Così può accadere che nello stesso giorno in cui gli osservatori indipendenti registrano undici vittime, diversi giornali si fermino a quattro. Le altre sette semplicemente spariscono.
È proprio per colmare questo vuoto informativo che negli ultimi anni sono nati osservatori indipendenti sulle morti sul lavoro. Realtà spesso piccole, basate sul lavoro volontario, che svolgono una funzione fondamentale: leggere le cronache locali, verificare gli incidenti, ricostruire identità. Non producono soltanto numeri, ma restituiscono nomi e storie, perché dietro ogni cifra c’è una vita interrotta, una famiglia che resta, una comunità che perde qualcuno. La differenza tra una statistica e una persona è enorme: una statistica si dimentica in fretta, un nome invece resta.
Da dove cominciare, allora, se non da una di queste storie? Da un rider dimenticato. È morto il 29 luglio a Perarolo di Vigonza, in provincia di Padova, investito mentre faceva una consegna in motorino. Non aveva documenti e per giorni non è stato possibile identificarlo. Solo dopo un lavoro paziente della polizia locale si è riusciti a trovare un parente e dare un nome a quell’uomo: si chiamava Shahzad Baluch, aveva trentacinque anni e veniva dal Pakistan, dove aveva lasciato la moglie. Lavorava facendo consegne per una piattaforma di delivery. Una di quelle figure invisibili che attraversano le città ogni giorno portando cibo a domicilio. Vale la pena ricordarsi di lui la prossima volta che si ordina una cena da un’app.
Venivano invece dall’Egitto i due operai che hanno avuto la “fortuna”, si fa per dire, di essere citati dai media perché la dinamica della loro morte era impossibile da ignorare. Si chiamavano Ziad Saad Abdou Mustafa, ventuno anni, e Sayed Abdel Wahad Mahmoud, trentanove. Avevano attraversato il Mediterraneo cercando un futuro e si erano ritrovati in un centro di accoglienza a Mirano, dove avevano fatto richiesta di asilo. Lavoravano per una ditta di traslochi e trasporti, ma il 4 agosto si sono ritrovati senza contratto a completare un lavoro di pulizia di una grande fossa biologica in una villa in ristrutturazione a Santa Maria di Sala, nel veneziano, ironicamente un edificio che in passato era stato una residenza per richiedenti asilo. Sono morti per le esalazioni. Non avevano dispositivi di protezione né dotazioni di sicurezza. I vigili del fuoco hanno lavorato più di un’ora per recuperare i corpi.
Lo stesso giorno è morto anche Anastasio Virgillito, cinquantasei anni, operaio edile siciliano residente a Matelica, nelle Marche. Lavorava in uno dei cantieri della ricostruzione post-terremoto a Tolentino. Da una decina di giorni era in prova per una ditta in subappalto e, secondo il titolare, sembrava destinato a essere confermato. Non godeva di buona salute e il figlio lo aveva pregato di cambiare lavoro. Anche quella mattina si era svegliato con qualche dolore al petto, ma non aveva voluto mancare. Intorno alle undici si è accasciato all’improvviso. Le manovre di rianimazione non sono servite.
Sempre il 4 agosto un tir ha travolto un’ambulanza ferma in colonna per un rallentamento. A bordo c’erano Gianni Trappolini, cinquantasei anni, autista soccorritore della Misericordia di Terranuova Bracciolini, e Giulia Santoni, ventidue anni, volontaria del servizio civile. Stavano trasportando un paziente in codice giallo. Sono morti tutti e tre nel groviglio di lamiere. Nelle stesse ore Mario Malzani, cinquantasei anni, operaio agricolo di Canneto sull’Oglio, è stato risucchiato dall’insilatrice che stava cercando di rimettere in funzione quando la macchina è improvvisamente ripartita. Antonio Arcuri, quarantotto anni, operaio di Mariano Comense, è morto dopo essere stato investito da un muletto in retromarcia durante il carico di un tir in un mobilificio di Meda; il giorno dopo sarebbe partito per le ferie con i suoi due figli. Un autotrasportatore quarantenne è morto dopo aver perso il controllo del tir sull’autostrada A1 tra San Donato e San Giuliano. Francesco Pintus, graduato dell’esercito originario di Quartu Sant’Elena, è morto in ospedale a Cagliari dopo due interventi chirurgici seguiti a un incidente stradale mentre raggiungeva il poligono di Salto di Quirra.
Poi c’è un’altra morte, accaduta poche ore fa, che è forse la più simbolica di tutte. Di lui non si sa nulla: non il nome, non l’età, non da dove venisse. Si sa soltanto che lavorava in nero, da clandestino senza documenti, e che è stato travolto da un trattore. La sua giornata era iniziata all’alba in una piazza di Briatico, in Calabria, dove i migranti si radunano sperando in un ingaggio nei campi. È finita poche ore dopo a Pizzo, in località Pineta Mare, dove era stato portato per lavorare la terra. Un mezzo agricolo gli ha spezzato la schiena. Ai medici del pronto soccorso non è rimasto che constatarne la morte. In tanta miseria umana è già tanto che qualcuno abbia pensato di portarlo in ospedale.
Dietro queste storie ci sono numeri che raccontano la dimensione del fenomeno. Nel febbraio 2026 le vittime del lavoro sono state ottantacinque, con una media di poco superiore a tre al giorno, in forte aumento rispetto ai 2,1 quotidiani di gennaio. Sedici morti sono avvenute negli incidenti in itinere, mentre le persone si recavano o tornavano dal lavoro. Il sessantasette per cento delle vittime aveva più di cinquant’anni e gli stranieri rappresentano oltre il ventidue per cento del totale. La Lombardia è la regione con il maggior numero di morti, mentre Roma è la provincia più colpita. Il settore più esposto resta quello agroalimentare, seguito dalle costruzioni e dalla logistica e trasporti. Numeri che raccontano un fenomeno strutturale, non episodico.
Alla radice di questa tragedia c’è una cultura diffusa che continua a mettere la produttività sopra la vita umana. Tempi di consegna impossibili, subappalti a catena, lavoratori anziani costretti a restare nei cantieri, migranti senza diritti, sicurezza percepita come un costo. Le leggi esistono, ma troppo spesso restano parole sulla carta. A questo si aggiunge una grande assenza culturale. Le istituzioni e molte associazioni fanno troppo poco per coinvolgere la società in un percorso di consapevolezza collettiva. La sicurezza resta confinata nei corsi obbligatori e nelle procedure burocratiche, ma raramente diventa un tema capace di parlare davvero alle persone.
Eppure esiste uno strumento potente che potrebbe contribuire a cambiare mentalità: l’arte. Il teatro, il cinema, la fotografia, la musica e la letteratura hanno la capacità di trasformare i numeri in storie e di agire sulle emozioni. Quando una persona si riconosce in una narrazione, apprende più facilmente e ricorda di più. Portare il tema della sicurezza dentro linguaggi artistici e culturali significa trasformarlo da obbligo normativo a valore condiviso. Perché la sicurezza non può essere soltanto un insieme di regole da rispettare, ma deve diventare una cultura. E forse tutto comincia proprio da qui: dal restituire nomi e volti a chi oggi viene ricordato soltanto come un numero in una statistica. Finché continueremo a parlare di cifre, la strage potrà sembrare inevitabile. Quando torneremo a vedere le persone dietro quei numeri, allora qualcosa potrà davvero cambiare.
