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Dopo ottant’anni una ricerca dell’Anpi rivela che le partigiane senesi furono molte più di trenta

Dopo ottant’anni una ricerca dell’Anpi rivela  che le partigiane senesi furono molte più di trenta

di Simona Pacini

Silvia Folchi, la protagonista del secondo incontro (in ordine cronologico) nella saletta Soci Unicoop di Colle di Val d’Elsa, è documentarista, laureata in antropologia e perfezionata in scienze della comunicazione, oltre che presidente provinciale Anpi, l’associazione dei partigiani italiani. Con lei a parlare del libro, anche il presidente Anpi Colle Val d’Elsa Francesco Corsi. “La Resistenza del margine. Antifasciste, sovversive, partigiane - Il caso di Siena” (Nuova Immagine 2025), riporta alla giusta attenzione la vita di tante donne che parteciparono attivamente alla lotta di Liberazione dal nazifascismo, in qualche caso sacrificando anche la propria vita.

Il ruolo cruciale delle donne nel senese (1943-1944)

«La Resistenza in provincia di Siena è durata meno che altrove - scrive Folchi - dal settembre 1943 al luglio 1944, e sono pochi i casi in cui le donne sono rimaste alla macchia insieme ai compagni o hanno partecipato ad azioni di combattimento, necessarie per ottenere la qualifica di partigiano. Cionondimeno, molte hanno svolto ruoli di importanza decisiva, incaricandosi di organizzare, comunicare, compiere azioni di sabotaggio, trasportare armi, procurare viveri e medicinali, trasmettere ordini, reperire denaro, indirizzare gli uomini da avviare alle brigate, scrivere e diffondere documenti e altro ancora».

I numeri della verità: oltre gli elenchi ufficiali

Il lavoro di Folchi parte da una manciata di nomi riportati negli elenchi delle donne nella Resistenza senese. Per la precisione, diciassette combattenti e nove patriote. Dopo un lavoro certosino di ricerca, fatto sui testi e con contatti diretti, i numeri saranno del tutto diversi, e non di poco. La lista elaborata da Silvia Folchi enumera 46 partigiane combattenti, 67 patriote, 20 partigiane e patriote nate nel Senese e operative altrove, 6 benemerite e 159 collaboratrici.

Cifre sicuramente più adeguate alle stime fatte sul piano nazionale, dove l’Associazione Partigiani parla di 35.000 donne combattenti, 70.000 organizzate nei gruppi di difesa della donna, 4.653 arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti, 2.750 deportate in Germania, 2.812 fucilate o impiccate, 1.070 cadute in combattimento, 512 commissarie politiche, 19 decorate di medaglia d’oro, 18 di medaglia d’argento.

Il silenzio e il rifiuto della retorica

Marisa Ombra, partigiana in piemonte, scrive: “Per noi donne andare in guerra e imparare allo stesso tempo la politica è stata una sconvolgente scoperta. La scoperta che la vita era, poteva essere qualcosa che si svolgeva su orizzonti molto più vasti rispetto a quelli fino allora conosciuti”.

«Eppure, - scrive Folchi - per molti anni in linea generale le partigiane non parlano della loro esperienza resistenziale, solo alcune assumono incarichi istituzionali, pochissime scrivono autobiografie, al contrario degli uomini. Spesso considerano non rilevante quanto hanno fatto, e questo non per una mancanza di senso della storia, quanto soprattutto per un pudore e un rifiuto della retorica che generalmente si accompagna al mito resistenziale».

Storie di quotidiana Resistenza civile

La ricerca di Folchi, ottant’anni dopo, non ha potuto basarsi su testimonianze dirette, se non su qualche intervista realizzata in passato, e si è concentrata con meticolosità sulle testimonianze cartacee esistenti.

Tra le tante esperienze, è da citare quella di Lina Tozzi, contadina in un podere molto povero, che mise a disposizione il letto nuziale perché un giovane partigiano ferito in modo gravissimo non avesse a morire a terra. A lei si affianca la contadina di un paese vicino che donò la sua tavola per fare il pane perché potessero ricavarne la cassa per sotterrarlo.

Dalle staffette alle "sovversive": l'eredità di Natalina Barbieri

«Perché, - si chiede Folchi per tutto il libro - le partigiane sono rimaste nascoste tanto a lungo nelle pieghe dei libri e delle memorie? Probabilmente i comandanti delle brigate suggeriscono soltanto ad alcune di chiedere il riconoscimento. Per molte il confine tra resistenza organizzata e resistenza civile è sottile, ma nei mesi in cui le brigate sono operative, anche solo cuocere il pane per i partigiani, come fa Maria Barbato nel podere Campo Meli, sul Montemaggio, per i ragazzi di Casa Giubileo, è resistenza, e non è priva di rischi».

Poi ci sono le sovversive, di cui faceva parte Natalina Barbieri, nata a Sinalunga nel 1889, residente a Siena, condannata a due anni di confino nel Materano per aver pronunciato in pubblico frasi sboccate all’indirizzo di Mussolini. Il fascicolo che la riguarda, redatto dalla Prefettura di Siena, è datato 20 marzo 1942. «La donna in oggetto, - vi si legge, - trovandosi in una salumeria di questa città, mentre la proprietaria del negozio affettava del salame, si permise di fare delle odiose e sboccate allusioni dicendo: Vorrei affettare la fava di Mussolini».

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