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Giovanni Maccari e il fascino dei racconti perduti di Isaak Babel’

Giovanni Maccari e il fascino dei racconti perduti di Isaak Babel’

di Simona Pacini

Giovanni Maccari

È appena uscito per Quodlibet «Storia della mia colombaia», raccolta di racconti dello scrittore sovietico Isaak Babel’, a cura dello scrittore colligiano Giovanni Maccari, che oggi vive a Firenze, dove insegna Lettere al Liceo Artistico di Porta Romana.

Giovanni, ci vuoi presentare il libro e l’autore?

«È un volumetto di questo scrittore famoso soprattutto per l’Armata a cavallo, un ciclo di racconti incentrati sulla guerra civile in Russia nel 1920/21. L’autore era un ebreo di Odessa che è stato «compagno di strada» della Rivoluzione russa e in seguito uno scrittore sovietico, ma non era libero di scrivere e veniva spesso criticato perché scriveva troppo poco e ciò che scriveva non era più in sintonia con la linea del partito. Ha fatto vari tentativi su argomenti che potessero «andar bene» per queste esigenze, fra cui il tema autobiografico. L’ha fatto con la sua magistrale arte del racconto e sono venuti fuori questi nove racconti, uno più bello dell’altro, che messi in fila secondo l’età dell’eroe come ho fatto in questa edizione, formano una specie di romanzetto di formazione. Il contesto è sorprendente: Odessa, Tbilisi, Pietroburgo prima della rivoluzione, una specie di carnevale colorato e crudele sull’orlo della fine del mondo. E il protagonista è un tipo molto particolare, un gran bugiardo, sognatore, idealista. Babel’ voleva pubblicare il libro nel 1939 ma è stato arrestato prima. Come ha detto alla moglie che lo accompagnava alla macchina dell’NKVD, «non gli hanno permesso di finire». Ordinati in questo modo e col titolo originale, Storia della mia colombaia, i racconti escono per la prima volta in Italia».

Come hai avuto accesso al materiale su Babel’ custodito negli archivi sovietici?

«I materiali sono stati ritrovati anni fa. Mi sono rifatto semplicemente alle edizioni russe dei Racconti completi di Isaak Babel’. In generale i materiali sulla letteratura russa si trovano molto bene in rete, ci sono siti dedicati molto ricchi e fatti bene».

È il secondo libro che pubblichi su Babel’, dopo «Gli occhiali sul naso», una biografia sulla «vita romanzesca dello scrittore e dei suoi anni tempestosi» firmata da te ed edita da Sellerio nel 2011. Si chiude un cerchio?

«Direi di sì. Mi sono interessato a Babel’ appunto per la sua vita romanzesca e per certe strane contraddizioni che si trovavano nella sua biografia, legate al suo rapporto tortuoso col potere sovietico. Nel romanzo ho cercato di raccontare queste cose e nella postfazione a Storia della mia colombaia ho provato a leggere, nella prospettiva dell’attività letteraria, alcuni momenti di questo gioco a nascondino, di questo tentativo da parte dello scrittore di «ingannare» i suoi antagonisti politici e farla franca senza dover lasciare l’Unione Sovietica. Lì stava volentieri, era l’unico posto in cui poteva pensare di vivere. Poi la cosa non è finita bene, ma mi sembrava che valesse la pena raccontare di questo tentativo. In questo senso credo di aver esaurito quello che avevo da dire».

Nella tua attività letteraria quella della letteratura sovietica è una categoria a cui hai dedicato molte attenzioni. Come mai?

«Sì, mi sono interessato per così dire da «amatore», cioè da appassionato, alla letteratura sovietica e alla letteratura russa in generale. Il motivo principale direi che è la passione e una specie di attrazione proprio per come è scritta la letteratura russa, la tendenza al parlato, i discorsi paradossali, le situazioni estreme o strampalate in cui si trovano spesso i personaggi e gli stessi scrittori dei romanzi russi, ovviamente anche i poeti. È una cosa che si spiega male, una passione. In ogni caso dopo che ho scritto il romanzo su Babel’ ho continuato a interessarmi, ho studiato il russo più o meno da autodidatta, ho curato una raccolta di saggi di Tommaso Landolfi sugli scrittori russi. Credo che quello che mi attira in modo particolare sia la grande varietà di storie che c’è nella letteratura russa, in cui gli scrittori sono stati più o meno sempre in rapporti conflittuali con meccanismi oppressivi di potere e spesso in conflitto con se stessi, con la società, in una specie di eterna rivoluzione che la rende uno spettacolo particolarmente interessante, almeno per me».

Quali sono le differenze tra gli scrittori russi dell’800, che pure fanno parte del tuo canone letterario (nel 2022 hai pubblicato, sempre con Quodlibet, «Nikolaj Gogol’ nei ricordi di chi l’ha conosciuto»), e quelli che hanno vissuto nell’Unione Sovietica?

«Le differenze naturalmente sono molte. In generale comunque gli scrittori dell’Ottocento hanno potuto esprimersi pur nei limiti della censura e della sorveglianza zarista, quindi sappiamo esattamente chi erano e cosa pensavano Tolstoj, Dostoevskij, Čechov e così via. Mentre di molti scrittori sovietici abbiamo un’immagine parziale o del tutto distorta dalla repressione staliniana che ha ridotto al silenzio o soppresso nel pieno della carriera un gran numero di scrittori di prima grandezza».

Il tuo nome è però associato anche a grandi autori italiani, da quello di Tommaso Landolfi a Giuseppe Pontiggia.

«Lo scrittore di cui mi sono occupato di più è Tommaso Landolfi, un grande scrittore, come si dice «stilista», cioè un maestro della lingua, dell’invenzione, con una vena nichilistica e una specie di filosofia della vita «leopardiana», ironica e disincantata per quanto negativa. Su Landolfi ho contribuito a fondare un centro studi presso l’Università di Siena, che prosegue un’attività iniziata da Idolina Landolfi, figlia dello scrittore, scomparsa nel 2008. Facciamo una rivista, «Diario perpetuo», e attività varie come presentazioni, convegni e altro. Su Pontiggia ho scritto un libretto per una collana dell’editore Cadmo che si chiamava «Scritture in corso», brevi monografie su scrittori viventi. Credo che sia il primo libro che ho pubblicato».

Tu sei nato e cresciuto a Colle di Val d’Elsa. Uno dei nomi che solleticano l’orgoglio cittadino, accanto a Romano Bilenchi, è quello di Mino Maccari, giornalista, scrittore e disegnatore. Avete un legame di parentela?

«Mino Maccari era cugino di mio nonno. Non l’ho mai incontrato di persona ma naturalmente ho molto sentito parlare di lui, anche in famiglia».

Recentemente sei stato protagonista di una presentazione nell’Anfiteatro di Casole, all’interno della rassegna «Libri al Tramonto», dove hai parlato per lo più di «Vita con gli animali» uscito per Metilene lo scorso anno. È una serie di racconti in cui gli animali (a parte i due ultimi capitoli, dedicati a scrittori russi) costituiscono il pretesto per parlare della tua famiglia. Un libro autobiografico, quindi. Come hai deciso di scrivere di te?

«Un po’ l’ho sempre fatto. Non essendo molto bravo con la fantasia, tendo a prendere da quello che conosco, perché l’ho vissuto o perché l’ho letto. In questo senso non c’è molta differenza fra parlare della mia vita o della vita altrui. È un modo per raccontare qualcosa senza dovermelo inventare».

Il tuo stile, leggero ma mai banale, l’ironia con cui descrivi i tuoi genitori e gli altri parenti, è stato paragonato a quello di due classici della letteratura, «La mia famiglia e altri animali» di Gerald Durrell e «Lessico famigliare» di Natalia Ginzburg. Ti ritrovi in questa similitudine?

«Sì, mi sembrano paragoni azzeccati, anche se le mie intenzioni in realtà sono abbastanza diverse da entrambi».

Dal 2003 a oggi hai scritto, curato o tradotto almeno nove libri (sono sicura di essermi persa qualcosa). Quali progetti letterari hai per il futuro?

«Progetti abbastanza vaghi per adesso. Diciamo che aspetto l’ispirazione o qualche casualità positiva».