21 Maggio 2026

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"Il silenzio alimenta il sistema": la giornalista Barbara Amoroso Donatti rompe i tabù su violenza di genere e abusi sui minori

"Il silenzio alimenta il sistema": la giornalista Barbara Amoroso Donatti rompe i tabù su violenza di genere e abusi sui minori

di Simona Pacini

Barbara Amoroso Donatti è una giornalista colligiana che si occupa prevalentemente di vino e che oggi vive a Firenze, anche se la vediamo spesso nella sua città di origine in occasione delle attività del Centro Antiviolenza Donne Insieme Valdelsa, al quale offre il proprio contributo come responsabile della comunicazione.

Cresciuta nel mondo del volley professionistico, una volta laureata in Media e Giornalismo, Barbara ha abbandonato lo sport per dedicarsi al giornalismo.

Uno dei suoi ultimi lavori per l’associazione è la realizzazione di un libro, “Insieme fuori dalla violenza”, in cui, intervistando donne giudice, avvocate, psicologhe, scrittrici e operatrici del centro, sintetizza gli aspetti attraverso i quali si manifesta la violenza di genere e i modi in cui prenderne coscienza per uscirne. Un vademecum vero e proprio, disponibile anche sotto forma di ebook e di podcast, ascoltabile gratuitamente su tutte le piattaforme.

Da mesi Barbara studia gli Epstein Files e il 30 maggio sarà a Lucca, nella sede della Provincia, Sala Mario Tobino, come relatrice a un corso di formazione per giornalisti dedicato al modo corretto di raccontare gli abusi sui minori. Un evento della durata di tre ore (dalle 10 alle 13) e da 5 crediti deontologici, al quale parteciperanno anche Francesca Svanera, scrittrice e coordinatrice della comunicazione di Meti Aps, e Anna Benedetto, giornalista e segretaria del Consiglio di Disciplina dell’Ordine dei Giornalisti della Toscana.

Dalla violenza di genere agli abusi sui minori. Che cos'è, secondo te, che collega questi due temi terribili della nostra società?

«Molte donne vittime di violenza sono ex bambine abusate, Survivor, più o meno consapevoli: il trauma è così devastante che la bambina o il bambino lo rimuovono per sopravvivere e in età adulta eventi particolari, come la nascita di un figlio o situazioni forti, possono far riemergere i ricordi. Da sfatare l’idea che solo le bambine siano vittime di pedofilia: il Centers for Disease Control and Prevention (CDC) lo ritiene un grave problema di salute pubblica che colpisce 1 ragazza su 4, e 1 ragazzo su 13 in tutto il mondo (dati 2021) *. I due fenomeni sono ulteriormente legati dal sistema di potere che li nutre: i profili dei sex offender rivelano che vivono il rapporto con l’altro come competizione o dominio, sulla donna o sulla bambina o bambino, un soggetto su cui è facile esercitare controllo».

Come hai preso visione degli Epstein Files e che cosa ti ha lasciato questo studio?

«Da mesi leggo materiale proveniente dalla stampa internazionale, dove ancora le redazioni possono contare sull’appoggio di studi legali interni e permettersi di fare inchieste che toccano i poteri forti. Il precariato del giornalismo italiano ‘imbavaglia’ molte voci. Inoltre ho studiato delle pubblicazioni che riportano e analizzano molti dei file rilasciati. Quello che emerge è un sistema: per i cittadini e l’opinione pubblica la visione d’insieme e una lettura corretta di tale sistema, non basati sul clamore del nome X o Y emerso in uno dei file, gli consente di capire i meccanismi con cui il potere si autoalimenta e si protegge. Quando riconosci questo, ne comprendi il linguaggio e comprendi che esiste un piano della società esclusivo che si ritiene intoccabile. Riguarda solo il caso Epstein e l’oltreoceano? No purtroppo. Nel film Spotlight premio Oscar 2016, che racconta l’inchiesta del The Boston Globe sugli abusi sui minori nella Chiesa Cattolica, l’avvocato Mitchell Garabedian (interpretato da Stanley Tucci) pronuncia una frase terribile che riassume tutto: ‘Se serve un villaggio per crescere un bambino, serve un villaggio per abusarne (If it take a village to raise a child, it takes a village to abuse one).’ Come spiega il filosofo femminista della Fondazione Cecchettin, Lorenzo Gasparrini, finché una cosa non ci tocca da vicino, sembra non riguardarci. Il femminicidio di Giulia Cecchettin ad esempio, una ragazza italiana, istruita, di una famiglia bene, potenzialmente la figlia e la sorella di molti di noi, ha scosso la consapevolezza che la violenza sulle donne è in casa nostra, accendendo i riflettori sul fenomeno da parte di opinione pubblica e istituzioni. Di pedofilia si parla poco, perché è un tema doloroso e perché tocca molti ambienti della medio-alta società che spesso tacciono per salvarsi da uno scandalo, sottovalutando le necessità delle vittime di ricevere assistenza tempestiva per poter avere una crescita normale ma, soprattutto altri due aspetti ancora più gravi: il sex offender reitera l’abuso e necessità di un intervento per salvare altre potenziali vittime, e che la violenza si tramanda, come spiega Alice Miller (1923-2010), psicoterapeuta e saggista polacca che sosteneva che il trauma infantile distrugge la vita dell’adulto e la società. Occorre parlare del fenomeno e fornire strumenti alle vittime e ai familiari, anche quelli non coinvolti direttamente nella violenza, che rimangono travolti dallo shock di scoprire che una persona del proprio nucleo ha abusato sessualmente di un minore o ha subito abusi. Questo è il lavoro che fa Meti Aps, di cui la mia correlatrice al corso, Francesca Svanera, è responsabile della comunicazione. La mancanza di dati univoci sul fenomeno è la prova che il problema non viene affrontato nella nostra società, e ci fa capire che Epstein non è un caso isolato e il fenomeno ci riguarda tutti: il villaggio siamo noi».

Il maltrattamento colpisce indistintamente maschi e femmine. Nell’87% dei casi l'abuso avviene all'interno della cerchia familiare ristretta, senza differenze significative a livello territoriale.

Degli errori giornalistici in merito alla comunicazione sulla violenza di genere si parla ormai da diversi anni e qualche piccolo risultato, forse, è stato anche ottenuto. Quali sono invece le scorrettezze più frequenti quando si trattano casi di pedofilia?

«Parlare di mostri. I pedofili, o sex offender, non sono mostri, sono persone sulle cui azioni è possibile intervenire. Eppure la parola ‘mostro’ impedisce alle vittime di raccontare la verità emotiva. Una bambina o un bambino, possono amare il loro padre, la loro madre, il nonno e la nonna, il loro zio, zia e così via… allo stesso tempo essere stati abusati da loro. La narrazione ‘mostro/vittima’ cancella le sfumature, ma questo tipo di trauma è fatto di sfumature. Quando lo chiami mostro, togli alle vittime il diritto di raccontare la complessità del legame con l’abuser. È un tema complesso e al corso del 30 maggio non pretendiamo di esaurirlo, ma cercheremo di riflettere insieme ai colleghi giornalisti sulle domande da porsi per raccontare un fatto di cronaca o il fenomeno, oltre che approfondire le regole deontologiche già previste dall’Ordine dei Giornalisti».

Se una donna maltrattata ha diversi punti di riferimento ai quali rivolgersi per chiedere aiuto, quali sono i sostegni per i minori abusati? Chi può aiutarli a riconoscere la gravità di ciò che hanno subito e a dare loro la forza di chiedere giustizia?

«Sui territori esistono centri come Artemisia a Firenze che si occupano di abusi sui minori. Al Centro Antiviolenza Valdelsa non ce ne occupiamo anche se stiamo collaborando a un progetto promosso da Actionaid con Meti Aps proprio perché alcune donne hanno anche questo tipo di vissuto. Uno su tutti il riferimento nazionale è appunto Meti, un’associazione di Survivor che si occupa da anni del tema da ogni punto di vista, da quello legale al supporto di vittime e familiari. Sul discorso giustizia posso dire che meno di una vittima su 10 denuncia (10 su 130 dicono i dati Meti), e parliamo solo del dato emerso ovviamente. Da una parte l’adulto Survivor prende coscienza dell’accaduto dopo molti anni, complicando i procedimenti penali, dall’altra come abbiamo detto, gli abuser sono quasi sempre persone di famiglia o comunque di una cerchia ristretta, di fiducia, e questo rende tutto più doloroso, per tutti, vittime e familiari».

Che cosa ti spinge a occuparti di temi tanto difficili e spinosi della cronaca attuale?

«Come donna, giornalista e collaboratrice di un centro antiviolenza, sono testimone di molti casi simili e spesso raccolgo confidenze di donne e uomini che hanno questo trauma nella loro vita. Mi sono domandata molte volte cosa fare per cambiare le cose. Come dice Francesca Svanera, noi non vedremo i frutti del nostro lavoro, ma le nostre figlie i nostri figli sì. I dati dicono che il 30% delle persone che leggeranno questo articolo hanno subito abusi in infanzia. Dare dei dati, dei riferimenti per non sentirsi soli, per capire cosa accade dentro la propria vita quando il trauma ti devasta, sapere che c’è un sistema, il villaggio di cui abbiamo parlato, che li ha condannati a un dolore che però si può rielaborare con gli strumenti adeguati, dare contatti e riferimenti, questo lo posso fare. Non ci si può più girare dall’altra parte, e non parlo di denunce, quella è una scelta personale su cui non entro nel merito, ma spezzare la catena della violenza è possibile. I sex offender sono persone e si può intervenire sulle loro azioni».

Che importanza può avere nel tuo percorso professionale e divulgativo, la partecipazione come relatrice a un evento di formazione per giornalisti? 

«È una responsabilità: per lo più ho davanti colleghi preparati e di carriera che si mettono in discussione e desiderano approfondire un tema per trattarlo nel modo più corretto possibile. Quello che cerco di fare è mettere in rete conoscenze, in questo caso molto specifiche, per contribuire al cambiamento culturale, cosa che nonostante la crisi che l’attraversa da anni, la stampa può ancora fare».

Insieme a te al corso interverranno anche Francesca Svanera e Anna Benedetto. Ce le presenti? 

«Due donne tenaci e molto professionali: Francesca Svanera è una Survivor, lo racconta nel suo libro ‘Rimase solo polvere’, se avete la forza leggetelo, troverete molte risposte. È preparata, ricca di spunti. Nonostante l’argomento, diciamolo pure, brutto da trattare, lei ha la delicatezza di dire quello che deve dire, senza turbarti. Anna Benedetto è una collega giornalista, si occupa di uffici stampa, è formatrice e docente, e come presidente del Circolo della Stampa di Lucca lavora da sempre per portare all'attenzione le tematiche più delicate e attuali del dibattito culturale sociale, e appena le ho proposto il corso ‘Epstein files: come raccontare correttamente gli abusi sui minori’ non ha esitato e mi ha detto ‘Facciamolo’, nonostante sapesse che avrebbe smosso la sensibilità dei colleghi: siamo esseri umani, chi vuole parlare per tre ore di pedofilia? Ma in realtà non faremo questo, e sono certa che tutti andranno a casa con le idee più chiare e gli strumenti per approcciare il tema, da donne, uomini, genitori e professionisti. Pare sia il primo corso del genere in Italia e mi stanno chiedendo informazioni anche fuori dalla Toscana. Quello che vogliamo mettere in circolo non è una ‘caccia alle streghe’, a parere mio avremmo già perso in partenza. Bensì risposte, informazioni, risorse perché dalla carta stampata, ai social, alle famiglie, alle comunità, ai ‘villaggi’, parta una presa di coscienza sul fenomeno».

📊 FOCUS |

Per approfondire

  • Anna è un nome palindromo, Francesca Svanera, edizioni Capovolte

  • I profili social @ondadike e @metionlus

  • Podcast ‘Non se ne parla

  • www.selovuoisapere.it

  • Pedagogia Nera, Katharina Rutschky (1977)

Curiosità:

Il 29 maggio 2026 si terrà a Firenze la seconda tappa del Congresso Diffuso nazionale di CISMAI (Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l'Abuso all'Infanzia).

5 maggio: Giornata nazionale contro la pedofilia e la pedopornografia
Istituita nel 2009 dal Governo Italiano

20 novembre: Giornata Mondiale dell’Infanzia e dell’Adolescenza
Istituita dalle Nazioni Unite nel 1954

 

⚠️ Nota della redazione sui dati: Stimare con precisione la diffusione degli abusi sui minori è estremamente complesso poiché moltissimi casi rimangono sommersi e i sistemi di raccolta variano tra i diversi Paesi. I dati attualmente a disposizione sono frammentati e non uniformemente aggiornati (le ultime rilevazioni aggregate sui siti di Terre des Hommes, Cismai e Telefono Azzurro risalgono al 2023). Le statistiche qui riportate sono elaborate a partire da studi scientifici e indagini campionarie basate anche sulle conseguenze fisiche, psicologiche e comportamentali che i traumi lasciano nel tempo.

 

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