Insegnante colligiana, si è trasferita in Australia dopo aver vinto una borsa quasi per caso. Il racconto della sua esperienza dall’altra parte del mondo, tra studenti e scuole sperdute, a contatto con un ambiente naturale mozzafiato.
di Simona Pacini
Fulvia Galigani è una giovane insegnante colligiana che vive e lavora in Australia. Nonostante la lontananza, Fulvia è rimasta in contatto con le colleghe dell’istituto San Giovanni Bosco, dove lei stessa ha insegnato un po’ di tempo fa, e ad anni alterni organizza scambi intercontinentali per gli studenti.
Andiamo a conoscere la sua storia.
Prima di tutto, chi è Fulvia Galigani?
“Sono nata e cresciuta a Colle Val d’Elsa. Ho divorato libri di letteratura da quando ho iniziato a leggere, oltre a studiarmi tutti i Paesi del mondo a memoria sull’Atlante e l’Enciclopedia. È stato naturale scegliere di frequentare prima il Liceo Linguistico, poi Lingue e Letterature Straniere dell’Università di Siena. In realtà, a parte essere indipendente e vivere come mi pareva, non avevo mai riflettuto veramente su cosa volessi fare dopo l’Università, né l’insegnamento né la carriera accademica all’inizio mi appassionavano.
Abitare nella provincia di Siena e parlare le lingue straniere mi ha facilitata per entrare subito nel turismo. Ho iniziato da ragazzina con l’esperienza della Mostra del Cristallo e dell’Artigianato (spiegavo ai turisti all’entrata di Castello in cosa consistesse), poi la Pro-Loco di Colle Val d’Elsa (informazioni e prenotazioni), infine ho lavorato in diversi alberghi, piccoli o grandi, da tre a cinque stelle lusso, dove ho svolto mansioni di ricevimento, ufficio prenotazioni e marketing fino al 2009, l’anno in cui mi sono trasferita definitivamente in Australia”.
Che cosa ti ha portato a vivere dall’altra parte del mondo?
La storia è lunga e si svolge in due riprese. Nonostante il 2009 sia stato l’anno del mio trasferimento, è successo tutto una magica sera del 2004, con una telefonata di mio padre (io stavo facendo il turno serale in un hotel a San Gimignano) che mi diceva incredulo di essere stato chiamato dalla Regione Toscana per informarlo che io avevo vinto una borsa di nove mesi come assistente di lingua italiana a Melbourne, e che, se avessi accettato, sarei partita la settimana successiva.
Mi ero laureata da appena due mesi e, sí, avevo visto il bando nell’atrio dell’università, ma sinceramente avevo spedito il curriculum senza neanche prestarci troppa attenzione. Quella notte non ho dormito, il giorno dopo ho pianto (di tutti i paesi del mondo, l’Inghilterra, dove avevo fatto l’Erasmus, era quello a cui aspiravo, ma l’Australia proprio no!), poi ho detto di sí. Sono seguiti giorni frenetici in cui non capivo niente: la corsa all’Ambasciata a Roma per il visto, i preparativi in fretta e furia, i moduli da leggere e da firmare… io correvo e basta, senza comprendere fino in fondo che la mia vita sarebbe cambiata per sempre. Fino a quando non sono partita, il 22 aprile 2004.
Una volta in Australia, che cosa hai fatto?
La mia avventura da assistente è iniziata a Geelong, seconda città del Vittoria dopo Melbourne, in due scuole secondarie e una primaria. Ero impiegata dal Coasit (Comitato Assistenti Italiani), un’organizzazione con sede centrale a Melbourne, con altri 25 assistenti da tutta Italia, sparpagliati in una moltitudine di scuole diverse. Sono stati nove mesi bellissimi, in cui ho imparato molto, e ho capito di avere la capacità di instaurare un ottimo rapporto con gli studenti. La paga era buona, si viveva bene (non ho speso un euro dei miei risparmi, ci hanno pagato perfino il viaggio aereo), ma non me la sono sentita di rimanere oltre dicembre 2004. Mi mancava l’Europa, avevo trovato un ragazzo, anche lui assistente, con cui volevo andare a vivere a Roma, mi ero messa in testa di fare un Master o un Dottorato… insomma, sono ritornata a casa.

E poi?
Ho preso un Master di Ricerca a Londra, e poi sono tornata a lavorare nel turismo. Gli anni 2005- 2009 non sono stati proprio prosperi dal punto di vista economico. Il master, per quanto bellissimo, mi ha mangiato tutti i risparmi australiani, e l’hotel in cui lavoravo stava facendo bancarotta, dopo un glorioso passato di cinque stelle lusso. Così, nel 2009 ho ripreso i contatti con la mia vecchia referente, la network leader della regione di Geelong, che nel frattempo era passata al Department of Education.
È stata lei che mi ha indicato la strada per ritornare in Australia. Le condizioni erano molto precise, peró: sarei tornata con un visto, il Working Holiday Visa, che sarebbe scaduto dopo un anno, mi sarei iscritta all’Università per qualificarmi come insegnante e, nel frattempo, se fossi riuscita a trovare una scuola che mi avrebbe sponsorizzata in una zona regionale o rurale (Melbourne era vietata), avrei lavorato come insegnante con “permission to teach” mentre studiavo e prendevo la qualifica.
Tutto questo è stato possibile perché nel 2009 si è verificato un evento favorevole: un accordo fra tre istituzioni importanti, l’Australian Catholic University (dove ho preso il diploma da insegnante), il Victorian Institute of Teaching (che mi ha concesso la registrazione, prima provvisoria, poi piena, per insegnare) e il Dipartimento, che era a caccia di insegnanti di lingue da mandare nelle zone rurali (ed era pronto ad accettare i non residenti purché questi avessero i requisiti e, a spese loro, si qualificassero come insegnanti in Australia). Cosí sono tornata e, dopo una bella e intensa parentesi come assistente volontaria a Mildura, una cittadina al confine col Nuovo Galles del Sud, ho trovato una scuola a Hamilton, un paese di 8000 abitanti nella campagna vittoriana a circa quattro ore da Melbourne”.

Immagino che all’inizio non sia stato molto facile…
“Pieno di difficoltà. Studiavo all’università per prendere il Diploma of Education quando sono stata buttata nelle classi ad insegnare Italiano all’anno sette e otto (prima e seconda media), una lingua che non interessava a nessuno e verso cui c’era un’enorme ostilità. Hamilton è una cittadina chiusa, monolingue e monoculturale, io non conoscevo bene il sistema australiano, non conoscevo i metodi, quello che stavo studiando era pura teoria ma all’atto pratico non funzionava. Mi inventavo di tutto, ogni giorno, per coinvolgere i ragazzi nello studio, ma i primi due anni sono stati di sopravvivenza. Mi sono sentita molto sola: Hamilton è un posto sperduto ed era difficilissimo incontrare anche solo gente della mia età che volesse fare amicizia con me.
Quando andavo all’università vedevo i miei altri colleghi, i futuri insegnanti che venivano dall’estero, ma abitavano tutti lontani da me. Inoltre, il mio ragazzo, che avevo lasciato in Italia quando ero partita nel 2009, non poteva trasferirsi in Australia per questioni di visto, dunque facevamo avanti e indietro quando potevamo, lui con visto turistico (e dopo tre mesi doveva uscire, e ovviamente non poteva lavorare) e io che ho continuato per due anni a portare prove all’Immigrazione del fatto che fossimo una coppia e che lui dovesse essere aggiunto come secondo membro al mio visto sponsor.
È stata lunga e difficile, ma ce l’abbiamo fatta quando nel 2012 abbiamo ottenuto entrambi la residenza permanente. Nel frattempo io mi ero qualificata e ci eravamo trasferiti a Geelong, dove avevo iniziato a lavorare in un’altra scuola secondaria governativa. Anche qui, gli studenti erano difficili, ma alcuni adoravano l’Italiano, e mi volevano bene. Ho un ricordo bellissimo di quegli anni così duri”.

Una parola per descrivere la scuola italiana e un’altra per la scuola australiana.
La scuola italiana tende ad essere accademica e gerarchica, quella australiana esperienziale e collaborativa (anche fra studenti e insegnanti).
Quanto hai portato dell’esperienza italiana in Australia? E, dovendo tornare in Italia, che cosa ti piacerebbe introdurre nella nostra scuola tra le varie cose sperimentate in Australia?
Sono italiana e il mio percorso di studi fino ai 24 anni è stato in Italia. Chiaramente amo studiare: la letteratura, le lingue straniere, la storia, l’arte, la filosofia, ma anche altri campi in cui non sono un’esperta, fra cui le discipline scientifiche. Penso che gli italiani, tutt’oggi, diano valore alla cultura, e questo aspetto lo porterò sempre con me.
Ho sperimentato il rapporto insegnante-studente modellato su quello australiano durante la mia parentesi alla Scuola Internazionale di Siena, dove ho lavorato dal 2019 al 2021 (ero tornata in Italia inizialmente per un anno, per nostalgia, che poi sono diventati tre a causa del Covid.) Un rapporto, dicevo, piú alla pari, fatto di discussioni sane, rispettoso dei ruoli ma anche più rilassato, dove un insegnante aiuta gli studenti a sviluppare le loro capacità, i loro talenti, le loro abilità metacognitive, ma anche tutte quelle qualità che ci rendono persone complete (coraggio, cura degli altri, compassione, ospitalità ecc.) Direi anche che l’attenzione che la scuola australiana pone sul benessere fisico, mentale e emotivo (e spirituale) degli studenti è un aspetto che ho integrato e che vorrei fosse introdotto e sviluppato in molteplici modi nella scuola italiana.
Ti senti ormai australiana o sei sempre un’italiana all’estero?
Non mi sento australiana e neanche al 100% italiana, lo vedo quando ritorno in Italia. Non so se definirmi un’italiana all’estero, però come è vero che fra italiani all’estero ci si riconosce! Non conta più di quale regione sei, da quale famiglia vieni e gli studi che hai fatto, quanto guadagni ecc… il nostro essere italiani ci unisce in modo evidente. Abbiamo la passione italiana negli occhi e nei gesti”.
Di recente hai organizzato un’iniziativa che ti permette di mantenere un collegamento con l’Italia. Di che si tratta?

È un programma di gemellaggio con scambi fra il Sacred Heart College e il St Joseph’s College di Geelong, due scuole secondarie rispettivamente femminile e maschile, e l’Istituto San Giovanni Bosco (la mia vecchia scuola superiore) di Colle Val d’Elsa. Ad anni alterni, un gruppo di studenti del San Giovanni Bosco trascorre circa due settimane da noi e l’anno dopo ricambiamo con un gruppo di nostri studenti che studiano italiano negli anni superiori. Gli studenti (e anche gli insegnanti, quando è possibile) alloggiano in famiglia, e vanno a scuola, si immergono nella lingua e nella cultura del luogo. Stiamo anche organizzando degli scambi individuali nel futuro.
Dell’Australia si dice che ci sono tantissimi animali velenosi e che l’integrazione con la cultura dei nativi è irta di difficoltà. Quali sono le tue esperienze in merito?
Mi è capitato varie volte di camminare su un sentiero in campagna o vicino ad un bosco e vedere un brown snake. Mi sono fermata, in silenzio, e l’ho lasciato andare via, se ne vanno da soli perché hanno paura. In casa ogni tanto possono entrare dei ragni velenosi Anche lì, di solito prendo un pezzetto di carta, o la cassettina e la scopa, e li butto fuori. Poi, ovviamente, se sono in un punto un po’ critico e difficili da prendere, oltre che pericolosi, uso lo spray, ma sarà capitato due volte in quindici anni.
Che altro? Ovviamente non faccio il bagno in luoghi dove sono stati avvistati squali o peggio ancora nelle zone del Nord dove ci sono i coccodrilli (ma i cartelli lo indicano). Per il resto… boh, mi fido. I numeri sugli incidenti o le disgrazie dovute al contatto con la fauna locale, per quanto questo solletichi la nostra fantasia sull’Australia come Paese pericoloso, sono bassissimi, per fortuna. Io ho esplorato posti stupendi e lontani da tutto e mi sono goduta appieno la natura australiana. Certo, bisogna informarsi e avere giudizio e accortezza, l’Australia non ha una natura idilliaca e pittoresca, semmai sublime.

E l'integrazione con i nativi
Il discorso sui nativi australiani o Aborigeni (oggi molti li chiamano First Nation People) è molto complesso e mi sta a cuore. L’anno scorso abbiamo avuto un referendum, Voice to Parliament, dove si chiedeva di dare per legge ai rappresentanti delle comunità locali aborigeni una rilevanza maggiore in Parlamento. Eravamo convinti che vincesse il sì, dopo cinquant’anni dal primo voto agli Aborigeni, invece l’Australia si è espressa contro (non Melbourne, ma la maggior parte del Paese sì). Siamo molto lontani dall’integrazione. Specialmente nei territori del Nord e dell’Ovest, gli Aborigeni vivono in condizioni di totale squallore e degrado e vengono percepiti come incapaci di fare scelte per il loro bene.
In realtà, per loro si parla di trauma intergenerazionale: non è così facile adattarsi a vivere secondo schemi e regole a cui non siamo mai appartenuti e che ci vengono imposte senza che noi le capiamo, per giunta quando sentiamo di aver perso tutto. Quegli Aborigeni che ho visto nei parchi, ai lati delle strade di Broome o di Alice Springs, buttati negli angoli, non solo hanno perso tutto, ma sentono di non essere niente. Hanno orrore di se stessi, e vivono come zombie, vuoti, per continuare a non sentire. Ma ci sono anche delle storie di successo e riscatto. Per fortuna ci sono dei leader coraggiosi e tenaci che lottano per la loro causa, e spero che sempre più si continui ad ascoltare e ad appoggiare questi leader.
Tornerai in Italia, prima o poi?
“Forse… ma per un periodo limitato nel tempo e legato ad un’esperienza o un progetto breve. Chissà”.
Hai un sogno da realizzare?
Fare qualcosa per la mia città natale, e fare qualcosa, anche da qua, per quei giovani italiani, multilingue, aperti al mondo, sensibili e pieni di talenti e di sogni che però non vedono un futuro in Italia o non pensano di meritarselo, che manco lo sognano più. Vorrei mostrare loro quanto valgono e aiutarli a trovare una strada da percorrere grazie al loro impegno.
L'articolo fa parte della nostra rubrica Ri-Tratti personaggi da conoscere, curata da Simona Pacini
