Sul gruppo social scoppia la protesta. «Ma quali scuse? Non è successo niente». Il caso: un utente, non vedendo a Palazzo Renieri un'opera che riteneva essere in una certa stanza, aveva scritto un post di accuse scatenando un’orda di commenti
di Simona Pacini
Il Comune interviene nella vicenda del quadro “scomparso”. Lo fa tramite l’assessore alla Cultura Cristiano Bianchi. «Anche se le accuse sono state veramente gravi, non è intenzione del Comune perseguire cittadini per diffamazione o simili», scrive Bianchi. «Ma amministratori e dipendenti del Comune si aspettano almeno delle scuse da parte degli autori e commentatori di questo post, così come da chi modera questo gruppo. Faccio appello semplicemente al senso di responsabilità civica che dovrebbe abitare ogni cittadino. Grazie».
Non l’avesse mai scritto… Nel gruppo social che ha ospitato il post sul quadro “scomparso” scoppia la protesta con la divisione in due fazioni. Quelli che ritengono giuste le scuse, e quelli, molto più numerosi, che non ne vogliono sapere, anche perché “tutto si è risolto bene, quindi di cosa dovremmo scusarci?”
Il caso riguarda un’opera di grandi dimensioni, oltre un metro per lato, dell’autore giapponese Satoshi Dobara, dal titolo Orcio con villa toscana, acquistato dal Comune di Colle Val d’Elsa nel 1989 dopo la mostra Arte in Castello, ed è stato sollevato alcuni giorni fa da un utente su un gruppo di discussione su Facebook.
L’utente diceva di aver chiesto lumi in Comune riguardo al posizionamento di questo quadro e di non averle ricevute.
Per cui concludeva il proprio post con le seguenti parole: «Magari ora da quella stanza è passato in qualche altra stanza, diciamo più… privata. Ecco, se qualcuno vedesse un quadro dallo stile inconfondibile in un’abitazione colligiana faccia due più due».
L'accusa senza prove di furto del quadro
L’accusa nei confronti dei frequentatori abituali del palazzo comunale, dipendenti e amministratori, è molto esplicita. Tra l’altro lo stesso autore a un commento in cui qualcuno chiedeva se si fossero persi un quadro, rispondeva così: “Persi? anagrammiamo un po’... presi?”. Dando quindi per assunto che il furto, in questo caso peculato in quanto i possibili autori sarebbero dipendenti pubblici o pubblici ufficiali, fosse avvenuto.
Sullo stesso tono, la maggior parte dei commenti, moltissimi, pubblicati sotto al post.

Quasi tutti sembrano accettare la versione dell’autore, aggiungendo una serie di insinuazioni e commenti sulla gravità del fatto.
Una esponente di un’associazione del territorio rincara la dose raccontando di quando, in occasione di un evento culturale, un signore si lamentò con lei di non aver visto un quadro da lui donato che era appeso alla parete di una stanza comunale. «Per tranquillizzarlo - scrive - gli dissi che probabilmente era stato portato al Museo San Pietro, in quei tempi in allestimento. Ma non ne ero certo sicura».
Come se la pratica di portarsi a casa i quadri donati al Comune fosse un’abitudine.
«Ho chiesto all’Ufficio Cultura - scrive ancora l’autore del post - hanno fatto tutte le ricerche possibili ma non l’hanno trovato».
Le ricerche per ricostruire la vicenda
Poi interviene un’ex assessora, inviando una pagina dell’inventario comunale (subito pubblicata sul social) riguardante il quadro in questione e ne indica la posizione, diversa dalla stanza del sindaco dove lo aveva cercato l’autore del post.
«Dal Comune confermano che l’opera si trova, evidentemente dopo qualche spostamento, nell’Ufficio Entrate al piano terra. Però… che fatica!», scrive a quel punto l’utente.
Naturalmente il commento si trova in mezzo a decine e decine di altri commenti, praticamente invisibile a chiunque si fermasse a leggere soltanto il post, senza poterne apprendere il “lieto fine”.
«Se fosse così - è il commento che segue - magari ti farebbe onore presentare delle scuse perché le insinuazioni che hai fatto non erano così leggere».
A questo punto l’autore del post scompare dai commenti.
La questione si è surriscaldata di nuovo in seguito al post dell’assessore alla Cultura Cristiano Bianchi che invita l’autore a presentare almeno le sue scuse ai dipendenti e agli amministratori comunali che aveva messo alla berlina insinuando il furto del quadro.
A leggere i commenti però, sembrerebbe che chi non ha esitato un secondo a far propri sospetti e accuse, sul fronte delle scuse la pensi in ben altro modo.

Chi sostiene che le scuse non servono, rispolvera, chissà poi perché, un vecchio fatto di cronaca su persone accusate di terrorismo e poi assolte.
Ma torniamo alla questione del quadro. Siccome i sospetti ricadrebbero su tutti i dipendenti comunali e gli amministratori dal 1989 (anno di acquisto dell’opera) in poi, è come se non fosse stato accusato nessuno, si legge. E ancora, si afferma che nessuno è stato accusato di niente, tantomeno tra i dipendenti. Forse una visita all’ufficio Cultura, chiamato espressamente in causa dall’autore del post, potrebbe aiutare a capire.
Il fatto che alla fine il quadro non fosse stato rubato, secondo lo stesso ragionamento, annullerebbe in automatico qualsiasi accusa.
Questo secondo il tribunale dei social, naturalmente. In quelli istituzionali avviene l'esatto contrario. Se un’accusa si dimostra infondata il reato, in realtà, diventa più grave.
