Un utente lancia accuse di peculato a dipendenti e amministratori comunali da un profilo social prima che il caso finisca in una bolla di sapone. Al centro della vicenda l’opera Orcio con villa toscana del pittore giapponese, acquistato dal Comune di Colle di Val d’Elsa nel 1989
di Simona Pacini
È durato appena poche ore, ma non per questo ha causato meno scompiglio, il caso del quadro “scomparso” dal palazzo comunale di Colle di Val d’Elsa.
Anche perché il detective improvvisato ha condiviso i propri dubbi sui social, ben prima che la vicenda venisse chiarita, scatenando dubbi e illazioni a non finire.
La storia risale ad alcuni giorni fa e prende il via con il post di un utente che condivide su Facebook, all’interno di un gruppo di discussione colligiano, le proprie preoccupazioni per un’opera che, secondo lui, non si trova più dove avrebbe dovuto essere.
Al centro della questione c’è un dipinto dell’artista giapponese Satoshi Dobara, acquistato dal Comune di Colle nel 1989.
L’utente racconta di aver letto nella biografia del pittore “che una delle sue opere sarebbe esposta nel Palazzo Comunale di Colle di Val d’Elsa”.
Purtroppo, non appena si reca a Palazzo Renieri per ammirare il suddetto quadro, scopre che non c’è.
“Vado in Comune e non lo trovo. Chiedo e nessuno sa nulla. Nella lista delle opere in possesso non risulta”.
L’utente-detective non si perde d’animo e contatta l’autore direttamente tramite Facebook.
“Il quadro sarebbe stato acquistato dal Comune per circa un milione di lire e l’autore stesso dice di averlo visto nella stanza del Sindaco”.
Le conclusioni sono rapidissime. “Magari ora da quella stanza è passato in qualche altra stanza, diciamo più… privata. Ecco, se qualcuno vedesse un quadro dallo stile inconfondibile in un’abitazione colligiana faccia due più due”.
Potrebbe sembrare uno scherzo ma non lo è, dal momento che queste frasi sono riportate nero su bianco su un post che nel frattempo ha raccolto diversi commenti e che gli amministratori del gruppo non hanno ritenuto di dover cancellare.

Eppure le accuse lanciate dall’utente non sono di poco conto. Improvvisandoci (anche noi) avvocati o magistrati, potremmo risalire all’articolo 314 del Codice Penale che così descrive il reato di peculato:
«Il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio, che, avendo per ragione del suo ufficio o servizio il possesso o comunque la disponibilità di denaro o di altra cosa mobile altrui, se ne appropria, è punito con la reclusione da quattro a dieci anni e sei mesi».
Insinuazioni pesanti, quelle che si leggono nel post, indirizzate potenzialmente a qualsiasi amministratore e dipendente comunale abbia messo piede a Palazzo Renieri dal 1989 a oggi.
Tra i commenti si susseguono richieste di un’interrogazione comunale o di una denuncia all’Autorità Giudiziaria.
Ognuno dice la sua, come è naturale che accada sui social, specialmente su Facebook. Ma nessuno pare accorgersi della gravità di ciò di cui si sta discutendo. Anzi, potendo gettare benzina sul fuoco, come succede in queste piazze virtuali, viene fatto.
“Si sono persi un quadro?”, chiede un utente. “Persi? Anagrammiamo un po’... ‘presi’?” risponde l’autore del post.
Qualcuno scrive: “Bisogna andare fino in fondo finché non riappare”. Un altro insinua: “Chissà se sono in grado di sapere se lo hanno comprato o meno”. Qualcun altro: “Il sasso è lanciato. Adesso i cittadini hanno il diritto di sapere”.
L’autore del post annuncia sviluppi in arrivo per il giorno dopo. “Ma non anticipo nulla”, ci tiene a sottolineare, nel tentativo di non perdere l’attenzione che è riuscito a suscitare.
Intanto compare un documento, una pagina dell’inventario comunale, che attesta la presenza del quadro, “Orcio con villa toscana” di Satoshi Dobara, acquistato dall’Amministrazione comunale nel 1989 in occasione della manifestazione Arte in Castello, collocandolo in palazzo Renieri di Sotto, ufficio Entrate, piano terra.
Dal documento si rilevano anche le dimensioni non proprio ridotte dell’opera, che risulta essere di un metro e 75 per un metro e 39 e quindi piuttosto difficile, nel caso, da portare via dalle stanze comunali senza dare nell’occhio.
Il “nostro” promette di andare a verificare di persona non appena il Comune sarà aperto.
Successivamente, scrive: “Dal Comune confermano che l’opera si trova, evidentemente dopo qualche spostamento, nell’ufficio Entrate al piano terra. Però… che fatica!!!”.
Quindi, tanto rumore per nulla. Ma con insinuazioni e accuse non certo leggere. Qualcuno invita l’autore del post a presentare almeno le proprie scuse. Noi non le abbiamo viste, ma non è detto che non ci siano, da qualche parte.
Anche perché, oltre al reato di peculato richiamato dal detective improvvisato, il Codice penale contempla altre possibilità, come la diffamazione e la calunnia.
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Sul mistero del quadro scomparso ci ha risposto l'assessore Cristiano Bianchi.
