Il ricordo di Mino Paradisi che, non ancora diciassettenne, corse con il babbo in mezzo alle macerie per salvare i feriti. L’attacco degli americani distrusse parte di piazza Nova e dintorni. Dopo quello del 15 febbraio 1944, il bombardamento si ripeté anche il giorno dopo. In tutto i morti furono 62
di Simona Pacini
Ottanta anni fa, il 15 febbraio 1944, gli aerei americani bombardarono Colle Val d’Elsa, facendo 62 vittime.
Ottanta anni fa, il 15 febbraio 1944, Mino Paradisi non aveva ancora 17 anni. Li avrebbe compiuti un mese dopo.
«Verso le 10 di quella mattina - ricorda - ero in fondo all’Aringo a parlare con degli amici. A un tratto si videro questi apparecchi che volavano su Colle, saranno stati una ventina. Ci sembrò strano, non era nemmeno suonato l’allarme. Corsi subito verso casa, si stava al primo piano delle case del Comi, dietro a dove oggi c’è la biblioteca».
«La mia mamma era incinta di 7 mesi, dovevo avvisarla e portarla nel rifugio insieme a nonna. Mentre scendeva le scale suonò l’allarme. Lei inciampò e cadde per terra. In quel momento arrivò anche babbo, che lavorava alla fonderia del Bertini, e le cascò sopra. Fu allora che vennero sganciate le bombe».
Furono colpite zone del centro come Piazza Bartolomeo Scala (piazza Nova) e dintorni, da via dei Botroni a via San Sebastiano fino a Piazza Arnolfo e via Pieve in Piano.

Ottant'anni, ma il ricordo per Colle è ancora vivo
«Ci si mise le mani sul capo - continua Paradisi - come se potesse bastasse a difenderci, ma non si poteva fare nulla. Mentre si correva nelle cantine del Comi, che erano il nostro rifugio, io urlavo contro la guerra, il duce e il fascismo. C’era anche la moglie di Umberto Dividio, il segretario del fascio repubblichino. Mi sentì ma non disse niente. Poi col mi’ babbo si andò in piazza per dare una mano. C’erano macerie dappertutto. Si sentivano lamenti e le ambulanze partivano cariche di feriti. Io, con Enio De Lellis, detto Pillola, salii per la strada Nova».
«Si vide Aldo Fornai, il macellaio, appoggiato alla casa di Procopio Lucaccini, che sanguinava per le ferite. Non so come, si rimediò una barella e, insieme a altri due che non ricordo, si portò al pronto soccorso, passando dalla stradina che va verso la casa del Masson e poi per Castello. Quando si arrivò all’ospedale però non si sapeva dove metterlo, l’ingresso era tutto occupato da gente che stava male e si lamentava. Uno spettacolo terribile».
Paradisi parla senza sosta, come se quello che racconta fosse appena accaduto.
«Quando finì tutto, siccome s’erano soccorsi i feriti, Dividio ci fece dare mille lire da Chiurco, repubblichino e capo della provincia. A me e babbo ce ne toccarono 500 per uno. A Emilio Bianchi, che aveva le pompe funebri per l’Aringo, e che andava in giro con un sacco dove metteva i pezzi dei morti per portarli al cimitero, ne andarono altre mille».
La paura, le macerie, i morti

Mino però non ce la fece quel giorno a rimanere a casa.
«Mi prese la paura e volli andare alla fattoria del Termine, dove erano sfollati dei cugini del babbo. In piazza si trovò Antonio Paradisi, il sordo di Nea, che andava verso Strove e babbo mi consegnò a lui. La mattina dopo, però, quando sentii le bombe, dissi ‘scusate, ma io vo a morire coi miei genitori’. E ripartii, sempre a piedi, per tornare a Colle».
Il 16 febbraio altre bombe furono sganciate in Colle Alta, in piazza Baios, e a Sant’Andrea, dove fu distrutta la stalla del Pini con tutti i vitelli. Il capofamiglia era prigioniero in Egitto, dove aveva combattuto nella battaglia di El Alamein.
«Il 12 aprile nacque Enrico, mio fratello, e ci dettero casa al Teatro del Popolo di Strove, mentre mamma era all’ospedale che era stato trasferito al Termine per paura dei bombardamenti. In quel periodo c’era un silenzio che faceva paura. La gente correva a casa giusto se gli mancava qualcosa, ma poi correva subito nel rifugio. Si pativa anche tanto la fame. Di pane ce ne toccava un etto e mezzo al giorno a persona. Ma non bastava».

«I tedeschi avevano messo il grano in un deposito di un’altra casa del Comi, quella che affaccia sulla strada in via di Spugna, davanti alla nostra. Io sapevo dov’era la chiave del magazzino. Aspettavo mezzogiorno e mezzo, quando andavano tutti a mangiare, e entravo, intrufolandomi da dietro. C’era un mattone che si spostava, io lo levavo, e riempivo la borsa di grano che poi si portava dal mugnaio per la farina. Così qualcosa in più si riusciva a mangiare».
Mino Paradisi ricorda i morti. Tanti erano suoi parenti, altri erano amici, conoscenti. Bruno Borsari fu trovato morto insieme a una zia e a un cugino. Il macellaio Aldo Fornai non riuscì a sopravvivere. Dopo alcuni giorni fu trovato l’Assunti. Morì anche Antonio Malandrini, un repubblichino, col figlio Bruno.
«Il mi’ babbo gli trovò una pistola nella tasca della tuta da lavoro, faceva il vetraio, la prese e la consegnò alle autorità».
Quell'allarme dato in ritardo
«Se l’allarme fosse suonato in tempo probabilmente non si sarebbe avuta una tragedia così grande e sarebbero morte molte meno persone», è il rammarico di Mino Paradisi.

Passati i bombardamenti però, a Colle non era ancora giunto il momento di tornare alla vita normale, dopo gli anni difficili della guerra e tutto quello che ne era conseguito.
Altri morti tra i civili si sarebbero registrati con il passaggio del fronte, per un totale di 113 vittime, insieme a quelli del 15 e 16 febbraio, senza dimenticare le 19 vittime dell’eccidio di Montemaggio, il 28 marzo dello stesso anno.
Ma per festeggiare la liberazione dall’occupazione nazifascista si doveva aspettare ancora, fino al 7 luglio 1944.
Non dimentichiamo la Storia di Colle e dell'Italia
Oggi purtroppo la storia che ha colpito tragicamente e dolorosamente anche la città di Colle di Val d’Elsa, insieme a tutta l’Italia, sembra essere stata dimenticata dalle stesse istituzioni. E questo anniversario sarebbe stato forse destinato a passare sotto silenzio, svanendo pian piano nell’oblio, se non fosse per la mente vivida di un 97enne, Mino Paradisi, e per il suo impegno e la sua voglia di raccontare che non passano mai.
