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Laila Mourabi: «Questo velo è la mia libertà»

Laila Mourabi: «Questo velo è la mia libertà»

Nata a Poggibonsi da famiglia marocchina, studia Giurisprudenza, combatte i pregiudizi sull’Islam ed è già una figura di riferimento in Toscana nel dialogo interreligioso. Nel futuro il sogno di aiutare gli altri ad ottenere giustizia grazie agli studi in Legge

di Simona Pacini

Tra i 10 e gli 11 anni, nel passaggio dalle elementari alle medie, quando le ragazzine cominciano a pensare ai trucchi per gli occhi e ai pantaloni alla moda, Laila Mourabi sceglie di indossare il velo. Oggi, che non ha ancora finito l’Università, è già diventata un punto di riferimento del dialogo interreligioso tra islam e cristianità.

«Per il velo i miei genitori erano titubanti, temevano che potessi essere socialmente esclusa, ma io mi sentivo pronta, anche a rispondere a domande e affrontare pregiudizi».

Laila è nata a Poggibonsi da una famiglia originaria del Marocco. I nonni materni si sono trasferiti in Valdelsa negli anni ‘90.

«Il primo giorno di scuola, alle medie, una bidella consegnò al professore una circolare su un corso di lingua italiana. Il prof si volse subito verso di me, che ero l’unica con il velo, e mi guardava. Io allora dissi, "no professore io so parlare l’italiano". Me lo ricordo ancora oggi perché ci stetti male. Dava per scontato che io non sapessi l’italiano. Ripensandoci, posso anche capirlo, ero l’unica con il velo, c'era il colore della pelle. Mi rendo conto oggi però, vedendo le mie sorelle più piccole, che le cose stanno cambiando. Anche se non posso negare che certi pregiudizi rimangono».

Ma Laila non si fa influenzare. Con il hijab indosso e il sorriso a illuminarle il volto, va avanti dritta per la sua strada: la fede musulmana e gli studi in Giurisprudenza (è iscritta al quinto anno all’Università di Siena).

«Dio nel Corano tutela la donna come un gioiello. Il velo è una scelta della donna, anche se in alcuni Paesi è trasformato in imposizione dalla tradizione del luogo o dalla cultura del Paese mentre religiosamente è un obbligo solo nei confronti di Dio e non della società. La cosa più importante è il pudore. Il velo ti difende, ti permette di non attirare attenzioni. Il pudore vale anche per gli uomini, che in presenza di una donna non di famiglia, sono tenuti ad abbassare lo sguardo».

Finite le medie, Laila si iscrive al Liceo Classico a Colle.

«Cerco le sfide, e il Classico lo era. Il mio sogno fin da bambina era la giurisprudenza. Pensavo che il Classico mi avrebbe aiutato in questo percorso ed è stato così».

Anche per le superiori, la scelta di Laila fa discutere in famiglia. «I miei genitori avrebbero preferito che frequentassi una scuola a Poggibonsi. Io feci di tutto, chiesi anche ai prof delle medie di parlare con loro e alla fine li ho convinti».

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 Yassine Lafram (Ucoii), Laila Mourabi e Massimo Caro Giannini

In realtà il primo sogno di Laila era stato quello di diventare una giornalista. «Avrei voluto dare voce alle persone e darmi voce per quello che è la realtà, senza strumentalizzazioni, visto che le vicende mondiali dal 2001 in poi hanno portato a grandi pregiudizi. Sono cresciuta con la vicenda delle Torri Gemelle che entravano in ogni conversazione, in ogni domanda. Da allora ho maturato il desiderio di lavorare per ristabilire la giustizia. Può sembrare banale, ma non lo è. Credo nel potere delle parole, per conoscersi e capirsi bisogna dialogare. Io, potendo studiare, ho la possibilità di dar voce a chi non sa bene l’italiano, aiutarlo a superare tante barriere».

Al momento di entrare all’Università, Laila partecipa al test di ammissione, un esame non preclusivo ma necessario per capire se lo studente necessita di frequentare dei corsi di integrazione.

«Anche in quell’occasione ero l’unica con il velo. Quando consegno il mio test, il professore scorre la prima pagina e commenta, "almeno 11 risposte giuste ci sono". Un controllo che non aveva fatto con nessun altro. Poi l’ho conosciuto meglio, ci ho fatto un esame, e mi sono resa conto che il suo non era un pregiudizio negativo. Ma lì per lì ci ho riflettuto molto».

Al liceo la scuola offre agli studenti la possibilità di fare attività extracurriculari.

«La professoressa di Storia dell’Arte propose un evento in cui avremmo dovuto ricercare le fonti a cui Dante si era ispirato per la struttura dell’Inferno, cioè al libro della Scala di Mohammed (preferisco non tradurre il nome del Profeta) tradotto in latino. In quell’occasione conobbi un ragazzo cristiano salesiano di Colle e da allora abbiamo organizzato diversi incontri tra giovani cristiani e musulmani».

Il più importante nel 2019. Il 4 febbraio di quell’anno Papa Francesco firmò ad Abu Dhabi, insieme al Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb, il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune.

«Noi replicammo l’Al-liqa (l’incontro) con il Diacono di Siena Renato Rossi e Mohamed Abdel Qader, l’Imam di Perugia che seguiva la comunità di Colle (purtroppo oggi scomparso), che firmarono il documento in una cerimonia al Teatro dei Vari, un luogo neutro, a metà tra le due religioni».

velo

In seguito a questo evento Laila è invitata a partecipare alle attività dell’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche in Italia, entrando a far parte dell'ufficio che si occupa di dialogo interreligioso per la Toscana. Frequenta un corso di formazione di due anni all’Istituto Sangalli per la storia e le culture religiose di Firenze.

È ospite in una chiesa di Livorno, con Pierluigi Consorti, docente di Giurisprudenza a Pisa e del Centro interdisciplinare Scienze per la Pace, per l’incontro dedicato a Mar Musa, la comunità monastica fondata in Siria da padre Paolo Dall’Oglio, consacrata al dialogo islamo-cristiano.

«Mi invitano spesso anche nelle scuole, soprattutto tra Firenze e Volterra. I professori pensano che sia utile offrire agli studenti lo sguardo di una ragazza come loro, con cui possono relazionarsi in modo più diretto. Funziona sempre, i ragazzi si aprono e fanno domande».

Grazie alla sorella maggiore e a una docente di religione conosce gli Amici di San Vivaldo e il santuario definito la Gerusalemme d’Italia, fondato a Montaione da un frate francescano.

«Un luogo importantissimo, che apprezzo molto, anche perché Gerusalemme è il simbolo delle tre grandi religioni monoteistiche. Il gruppo si incontra due volte all’anno, a settembre per le giornate della terra e a Pentecoste, e affronta temi di carattere interreligioso e interculturale. Ne fanno parte anche persone non credenti, filosofi, maestri di yoga, musicisti».

Per il resto Laila si definisce una ragazza come tutte le altre.

«Frequento le amiche, sia quelle con il velo che senza, vado al mare. Nulla preclude nulla. C’è molto rispetto. Certo, chi è musulmano ha qualche attenzione in più da considerare a livello pratico. Per esempio non bevo alcol e non mangio maiale, e in più sono anche celiaca. Ai compleanni, al momento del brindisi, mi allontano e torno per la torta. I miei piatti preferiti sono la pizza e la pasta, con il pesto o il pomodoro, anche se in casa non mancano cous cous e tajine».

Durante la nostra intervista Laila indossa un velo rosso.

«Il colore non è importante, non ci sono prescrizioni. Dipende anche dalla cultura del Paese in cui si vive. Durante un pellegrinaggio spirituale a Medina, l’anno scorso, ho visto donne vestite soltanto di nero. L’importante è che si vedano solo il volto e le mani. Poi, cerco di abbinare i colori al vestito e ai pantaloni».

Tra poco tempo, con la fine degli studi universitari, il futuro di Laila prenderà una direzione più precisa.

«Ancora non so se farò il tirocinio per diventare avvocato, il concorso in magistratura o il dottorato. So che voglio diventare una figura di riferimento per la giustizia, continuare ad impegnarmi nel dialogo, una cosa che dà i suoi frutti. Non porterà cambiamenti radicali a livello mondiale, ma nella piccola sfera di ogni persona sì. E per me è impagabile. Spero di proseguire su questa strada, per me e per gli altri».

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