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Luca Losi e gli anni dei Pikes in Panic: “Il rock and roll ci ha salvato la vita”

Luca Losi e gli anni dei Pikes in Panic: “Il rock and roll ci ha salvato la vita”
di Simona Pacini

Luca Losi oggi lavora intorno a un palco, organizzando spettacoli. Ma negli anni Ottanta e Novanta ne ha calcati diversi di palchi, da protagonista, cantando con la sua “voce profonda da black vocalist ribelle”.

Era l’epoca dell’Edonismo Reaganiano, quando in Italia i giovani si dividevano tra i Paninari della Milano da bere, con le Timberland, i jeans con il risvoltino e il bomberino, e i Fricchettoni, anticonformisti e contestatori.

«Io non mi sentivo parte di nessuno dei due campi», racconta Luca. «Poi non so, sarà stato il fatto che quella di Siena era una provincia sonnacchiosa e dovevamo trovare qualcosa che incanalasse la nostra energia giovanile, la nostra voglia di esprimere qualcosa. Il rock and roll, quello semplice, sanguigno, ha dato un senso a tutto questo”.

La band di Luca Losi si chiamava Pikes in Panic (con Marco Pallassini prima e poi Michele Landi alla batteria, Roberto Censi al basso, Lorenzo Carlucci e Marco Sammicheli alle chitarre, Angelo Giallombardo alle tastiere) e in poco tempo raggiunse un successo strepitoso nel mondo della musica indipendente.

«Abbiamo iniziato con un gruppetto nato dalla fusione di due band - dice Luca - e dopo pochi mesi, tra la fine del 1984 e l’inizio del 1985, c’è stata la svolta. È arrivato il riscontro a livello nazionale. Due sponsor hanno prodotto il nostro primo ep, un 45 giri con quattro brani, che inviavamo per posta a tutte le riviste specializzate del settore, da Rockerilla alle altre. E ci facevano recensioni super entusiastiche».

È così che inizia il periodo d’oro dei Pikes in Panic, cinque anni di concerti in tutta Italia, a partire dalla Valdelsa dove, grazie a The Fabulous Macelleria Ettore, questo settore musicale trovava il proprio spazio all’Oikos e alla Piscina Olimpia.

luca losi
Ghost Rider

«Noi ci riconoscevamo nei gruppi americani indipendenti degli anni ‘60, i ragazzi dei college che suonavano il Garage-Punk, una musica rock dura, vitale ma anche complessa e di valore. Riscuotevamo apprezzamenti dalla scena musicale europea, passavamo sulle radio americane. La scena era quella indipendente, dove non giravano soldi. Ma è stata comunque una bellissima avventura, abbiamo viaggiato tanto e abbiamo conosciuto tantissimi ragazzi come noi».

Le prove venivano fatte vicino a Siena, alle Ville di Corsano.

«C’era il cascinale di un tipo che negli anni ‘60 e ‘70 suonava, che aveva destinato dodici stanze a vari gruppi. Era un posto bellissimo, eravamo completamente soli in cima a una collina. Tutti suonavano, ci incontravamo, facevamo delle feste».

Intanto per i Pikes in Panic fioccavano le richieste da ogni parte d’Italia.

«Procedevamo al ritmo di sette-otto concerti al mese, tra prove e trasferte non ci restava tanto tempo per altre cose. Io all’epoca facevo il servizio civile all’ospedale psichiatrico di Siena. Ricordo che una volta, eravamo stati a suonare a Bari, tornammo alle 7 del mattino. Non avevo il tempo di passare da casa, così mi scesero direttamente al San Niccolò. Un’altra volta eravamo a Cagliari, ci alternavamo in tre-quattro gruppi su un palco molto alto, di almeno due metri e mezzo. Stavamo suonando tutti insieme quando uno dei cantanti vide la sua ragazza che parlava con uno. Prese la rincorsa, fece un salto e piombò addosso al ragazzo. Non so come sia andata a finire, a parte il fatto che lui, il musicista, il giorno dopo l’ho visto con le stampelle».

Perché poi quei poveri lucci (Pikes) erano nel panico?

«È nato come uno scherzo per il bassista e il chitarrista del gruppo, che avevano la passione per la pesca. Poi però suonava bene e così è rimasto».

La Valdelsa, in particolare Colle, negli anni ‘80 è stata uno dei centri cruciali della scena musicale indipendente.

«Abbiamo suonato spesso lì, anche di spalla ad altri gruppi. Tra tutti noi c’era frequentazione, affetto, corrispondenza. In quel momento noi eravamo un gruppo che piaceva parecchio. Facevamo musica anni ‘60, un rythm and blues nero, ispirato ai Ramones, ai Clash, a James Brown, rivisitato in modo attuale per i tempi, con pezzi nostri. In alcuni casi eravamo anche contestati dal pubblico più dark perché troppo rock and roll. Però ogni volta che ci spostavamo, a Firenze, Bologna, Roma, ci portavamo dietro un seguito di settanta-ottanta persone. Non lo so perché. Forse eravamo coinvolgenti».

Arrivavano riconoscimenti anche dall’estero?

«Avevamo mandato il nostro ep anche in America. Jello Biafra, frontman dei Dead Kennedys, che aveva un’etichetta indipendente in California ci ha scritto che gli eravamo piaciuti. Anche dall’Inghilterra abbiamo ricevuto apprezzamenti. Non è che uno si inventa un successo così su due piedi. O è un prodotto di una casa discografica, ma non era il nostro caso, o è frutto di un grande impegno. Noi ci vedevamo almeno tre sere a settimana per le prove, eravamo molto seri e professionali».

«Per noi il rock è stato una forma di riscatto tra non essere paninari né fricchettoni», continua Luca Losi. «Il rock and roll ci ha salvato e ci ha dato un senso. C’è un libro di Roberto Calabrò, Eighties Colours, Garage beat e psichedelia nell’Italia degli anni ‘80, che racconta della musica di quegli anni. Ora è in ristampa. Poi, tra il 2005 e il 2006 un’etichetta di Cagliari ha pubblicato un doppio Cd con le nostre uscite ufficiali in vinile e anche inediti, brani mai pubblicati ed estratti live. Il gruppo dal vivo era molto potente».

Poi, dopo anni di prove, trasferte e concerti, il gioco sembra finire.

C’è l’impasse della pubblicazione del primo Lp, con una serie di vicissitudini e travagli con la produzione, che lo fa uscire con 5-6 mesi di ritardo, mentre le recensioni erano in giro già da tempo.

«Chiusa l’avventura dei Pikes in Panic ero in cerca di stimoli diversi, di altri modelli. Uno su tutti Demetrio Stratos. Ero interessato a testi in italiano, alla sperimentazione sulla voce, perfino alla musica rinascimentale. Mi sono innamorato del teatro, quello delle performance corpo e voce. Una svolta più intellettuale, forse, come mi ha fatto notare qualcuno, anche se in realtà è sempre il fisico che è in gioco”.

E la musica?

«Ho continuato per un po’ con altri gruppi, i Ghost Rider, cose più di nicchia, ma dovevo lavorare», racconta Luca. Mi occupavo di programmazione, organizzazione di spettacoli. Dal ‘92 in poi è stato un passaggio naturale, da stare sopra il palco a starci intorno. Ora non faccio il cantante da oltre venti anni, ma sono contento. Ho fatto cose molto belle e rifarei tutto».

«Anche quello che faccio ora è bello, fa star bene la gente, la fa sentire viva. Seguo la progettazione e l’organizzazione di eventi culturali, mi sono specializzato in bandi, per chiedere finanziamenti pubblici. Ho lavorato con tante realtà, anche come segretario nazionale dell’Associazione Musicisti Jazz a Roma. Sono stato segretario di Siena Jazz per otto anni. Ho rapporti con i paesi europei e con tutto il resto del mondo ormai da trent’anni«.

Una seconda vita…

«Prima ero rock and roll, ora mi dicono che sono un intellettuale. In realtà sono un lavoratore dello spettacolo e mi va bene così. È rock and roll anche questo».